L’Ilva di Taranto è lo specchio di una politica che ha perso il controllo della crisi.
Di un modo sbagliato di concepire la partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa e del suo rapporto con il territorio e le persone che lo abitano.
Della sconnessione con la variabile tempo che, di rinvio in rinvio e di toppa in toppa, aggrava i problemi e trasforma il “buco” in una voragine.
Che cosa rende davvero ingovernabile una crisi?
La complessità del problema esiste e sarebbe imperdonabile negarla. Ma una crisi diventa davvero ingovernabile quando chi dovrebbe affrontarla non si assume le proprie responsabilità insieme alle persone che ne subiscono le conseguenze.
La vicenda dell’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, ci pone davanti a domande che si trascinano da oltre vent’anni. E continua a farlo con una drammaticità crescente, non solo per i lavoratori dello stabilimento, le loro famiglie e i cittadini di Taranto. Basterebbe considerare, da ultimo, i 2.500 licenziamenti dell’indotto, poi sospesi grazie alla mobilitazione sindacale.
Sono domande che vanno oltre la specificità di quello stabilimento e riguardano il modo di intendere lo sviluppo, il lavoro, la salute, l’ambiente e, in definitiva, la democrazia, la cui linfa è la reale partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa e dei cittadini alla cosa pubblica.
Attraverso la storia di questa grande fabbrica possiamo leggere una parte importante delle difficoltà del nostro Paese. Taranto è diventata il simbolo del fallimento di ogni tentativo di costruire un futuro condiviso tra le diverse comunità chiamate a viverne le conseguenze. Il simbolo di una crisi senza fine.
In quel sito si è consumato uno dei ricatti più dolorosi che una società civile possa sopportare: quello tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute. Tra il salario e la vita. Tra il pane necessario a una famiglia e la paura di ciò che quell’aria, quell’ambiente e quelle condizioni possono produrre.
Nessuna società civile dovrebbe chiedere alle persone che ne fanno parte di scegliere tra lavoro e salute, tra salario e sicurezza.
Per decenni si sono succeduti governi, proprietà, commissariamenti, decreti, interventi della magistratura, promesse di risanamento, piani industriali, annunci di investimenti e rinvii. E il tempo, nelle grandi crisi, non è mai una variabile neutra. Ogni rinvio aumenta l’incertezza, consuma risorse e logora la fiducia.
Oggi pensare di risolvere un problema così aggravato senza la partecipazione dei lavoratori e dei cittadini appare illusorio. Ma non basta. Taranto ha bisogno di competenze industriali, scientifiche e ambientali, di investimenti, di responsabilità imprenditoriali e di decisioni politiche capaci di guardare lontano.
Nessuna expertise può sostituire la politica quando occorre decidere quale futuro dare a una comunità: questo è il punto.
Una politica che sappia ascoltare, discutere, mediare interessi diversi e, infine, assumersi le proprie responsabilità.
Partecipazione non significa paralizzare le scelte in attesa di decidere tutto all’unanimità. Significa fare in modo che lavoratori, cittadini, organizzazioni sindacali, istituzioni, imprese e competenze scientifiche possano contribuire realmente alla costruzione delle decisioni che riguardano il loro futuro.
I lavoratori hanno il diritto di codecidere. Non si dimentichi che è ripresa la trattativa tra CGIL CISL UIL e le controparti datoriali per democratizzare le relazioni sindacali. Una trattativa che evidenzia il nesso tra il tavolo interministeriale di Palazzo Chigi sull’Ilva e quello che vede confrontarsi direttamente le tre confederazioni sindacali e diciassette associazioni imprenditoriali rappresentative del mondo del lavoro e dell’impresa.
La partecipazione è la via maestra per arrivare a una decisione condivisa.
Forse è mancato proprio questo a Taranto: un progetto capace di tenere insieme ragioni diverse senza chiedere continuamente a qualcuno di rinunciare al diritto di tenere insieme lavoro e salute.
Quando ciò non accade, le decisioni vengono percepite come qualcosa che arriva dall’alto, da tavoli ai quali si è presenti soltanto per essere informati di ciò che altri hanno già deciso.
Sono queste le situazioni che indeboliscono il sentimento democratico proprio dove ce n’è più bisogno.
La democrazia vive nella consapevolezza delle persone di contare sulle scelte che determinano la loro esistenza. Questo significa abitare il lavoro.
Il quale non è soltanto produzione di reddito. È il luogo in cui le persone trascorrono una parte decisiva della propria vita.
È nel lavoro che si misura la dignità, si costruiscono relazioni, si incontrano differenze, si sperimenta la solidarietà. Quando invece perde qualità, sicurezza, stabilità e rappresentanza, al danno materiale si aggiunge una crisi esistenziale fatta di solitudine, incertezza e sfiducia.
Quando questo riguarda un’intera comunità, si aggiungono perdita di identità e di appartenenza, sfiducia nel futuro che coinvolge anche i giovani.
È questo il punto sul quale è importante riflettere, anche oltre Taranto.
Le grandi crisi industriali che non vengono governate diventano inevitabilmente crisi sociali. Queste, a loro volta, diventano crisi politiche, sulle quali attecchiscono più facilmente le peggiori semplificazioni.
Diventano terreno fertile per seminare sfiducia nella politica e nelle istituzioni. In diverse aree industriali dell’Occidente, dove il lavoro ha perso forza, rappresentanza e prospettive, queste conseguenze sono già evidenti.
La rabbia di chi si trova in difficoltà non viene orientata verso le cause che producono ingiustizia sociale, ma contro nemici immaginari, risparmiando spesso quelli reali che, dietro le quinte, talvolta la fomentano e finanziano.
Per la prima volta dal dopoguerra la nostra Europa, Italia compresa, si trova nel mirino convergente di autoritarismi che hanno dichiarato guerra ai suoi valori e alla sua architettura democratica. Non reagire significa essere corresponsabili.
Nelle crisi economiche, associate al lavoro che si perde, si riduce o viene svalutato, alla complessità dei problemi si risponde spesso con la semplificazione. Alla fatica della partecipazione con la promessa dell’uomo solo al comando. Alle disuguaglianze con la ricerca di un capro espiatorio. Alla domanda di giustizia sociale con la guerra tra poveri.
Bisogna impedire che le macerie industriali si trasformino in macerie democratiche. Occorre praticare la democrazia per dimostrare che i veri problemi nascono da squilibri strutturali che concentrano ricchezza e potere in poche mani.
Una democrazia che non riesce a governare l’economia e il lavoro perde progressivamente la fiducia delle persone che da quell’economia e da quel lavoro dipendono per vivere.
Taranto è una domanda rivolta alla politica italiana.
Siamo ancora capaci di governare le grandi trasformazioni?
Di tenere insieme sviluppo industriale, ambiente, salute e lavoro?
Di concertare decisioni difficili senza chiedere sempre ai lavoratori e alle persone più deboli di pagarne il prezzo?
Siamo ancora capaci di far sentire le persone parte di un destino comune?
Non esiste una risposta semplice. Men che meno in questa fase storica.
Ma dovrebbe essere chiaro che non si esce dalle grandi crisi affidandosi a ennesimi decreti d’urgenza e rinvii. Serve l’incontro virtuoso tra pubblico e privato.
Servono responsabilità, competenze, investimenti e decisioni coraggiose.
Serve partecipazione. Quella prevista dall’articolo 41 della Costituzione, senza la quale il solo articolo 46 rischia di rimanere una nobile affermazione di principio.
La partecipazione dei lavoratori, dei cittadini, dei corpi intermedi. Delle organizzazioni che rappresentano interessi e bisogni reali. Quella che impedisce alla democrazia di diventare una parola vuota.
Questa partecipazione è la linfa vitale che rende più forte la democrazia.
La quale comincia a morire quando le persone, che per vivere hanno bisogno di lavorare, smettono di sentirla come qualcosa che riguarda la loro vita. Per questo essa deve tornare ad abitare il lavoro. Deve entrare nelle grandi scelte economiche, nelle trasformazioni industriali, nei territori, nelle imprese e nelle comunità. Deve tornare a essere la possibilità concreta di contare.
Taranto può ancora insegnarci che nessuna crisi è davvero ingovernabile quando la politica decide di affrontarla insieme alle persone assumendosi le proprie responsabilità, anziché creare vuoti pericolosi che prima o poi qualcuno tenta di riempire.
Ecco perché la democrazia deve tornare ad abitare il lavoro: prima che sulle macerie delle fabbriche continuino a crescere le macerie della società.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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