Non esiste un’economia triste per natura.
Triste e perfino tragica lo diventa quando ripropone conflitti e modelli di sviluppo ereditati da un passato che non può diventare il nostro futuro. Quando usa la persona come mezzo, disconoscendone la dignità.
L’economia triste è il risultato di precise scelte politiche, economiche e culturali e, come tale, può e deve essere superata attraverso modelli di sviluppo fondati sulla pace, sul lavoro, sulla partecipazione e sul benessere condiviso.
La storia insegna che molti dei diritti che oggi consideriamo acquisiti sono nati quando qualcuno ha avuto il coraggio di contestare ciò che appariva immutabile.
Il celebre concetto di «scienza triste» fu coniato nel 1849 dallo storico reazionario Thomas Carlyle e utilizzato contro gli economisti liberali del suo tempo, sostenitori dell’abolizione della schiavitù e dell’uguaglianza fondamentale degli esseri umani.
Oggi quell’espressione viene arbitrariamente associata a meccanismi e criteri inevitabili, davanti ai quali la politica, le istituzioni, i cittadini e i lavoratori dovrebbero soltanto adattarsi. Nulla di più falso.
L’idea che non esistano alternative va combattuta, proponendo modelli di sviluppo diversi incentrati su valori storicamente certificati
L’economia diventa triste quando smette di interrogarsi sui propri fini e si limita a misurare risultati attesi da pochi, talvolta da uno soltanto che domina su tutti gli altri. Le big tech americane rappresentano questo modello, che minaccia le democrazie e che l’economista Sandro Trento definisce Capitalismo carismatico in un libro con questo titolo pubblicato da Bocconi University Press.
Quando dimentica che il lavoro rappresenta una dimensione fondamentale della realizzazione umana. Quando la crescita del prodotto interno lordo si scollega dalla qualità della vita delle persone. Quando i lavoratori diventano funzioni e fattori di costo da comprimere per raggiungere gli obiettivi attesi.
Attesi e prefissati da chi?
Il malessere della moderna versione dell’economia triste è sotto i nostri occhi.
Per una parte crescente delle persone, il lavoro viene vissuto come una condizione di insicurezza e insoddisfazione permanente e pericolosa.
Quando non si riesce a progettare il proprio futuro, quando non si vedono riconosciute le proprie competenze, quando la professionalità viene compressa da sistemi concepiti esclusivamente per aumentare l’efficienza, si indeboliscono la fiducia e il senso di appartenenza alla comunità.
Il lavoro rimane la principale infrastruttura della democrazia.
Oggi deve fare oggi i conti con l’intelligenza artificiale, che a sua volta si interroga su come andare avanti per non deragliare e provocare disastri.
Da un lato abbiamo una straordinaria opportunità di sviluppo scientifico, produttivo e sociale. Dall’altro una competizione tecnologica priva di adeguati contrappesi democratici e limiti etici.
L’allarme lanciato da Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, merita attenzione, ma nel contempo solleva seri dubbi. Chi invoca prudenza è realmente disposto ad accettare forme di regolamentazione pubblica, sovranazionale e vincolante? Oppure immagina sistemi di autoregolamentazione inevitabilmente condizionati da evidenti conflitti di interesse?
Nessuno accetterebbe che l’industria farmaceutica, il settore nucleare o la sicurezza aerea siano disciplinati da regole scritte dagli stessi soggetti controllati. Non si comprende perché ciò dovrebbe valere per l’infrastruttura tecnologica più potente mai sviluppata dall’umanità.
Una tecnologia sempre più potente e senza vincoli non genera una società più libera, più sicura o più giusta. Il timore del contrario è più che fondato.
Per questo servono istituzioni nazionali e organismi sovranazionali credibili, cooperazione tra Stati, regole trasparenti e un controllo democratico proporzionato alla potenza degli strumenti esistenti e di quelli che stanno arrivando.
Non si tratta di fermare il progresso. Si tratta di assegnargli uno scopo, di mettere la tecnologia al servizio dell’umanità e delle comunità, non viceversa.
Finora l’automazione ha sostituito soprattutto attività manuali ripetitive. Oggi le innovazioni digitali si estendono anche alle professioni intellettuali, amministrative e creative.
Il cambiamento riguarda quindi una parte molto più ampia del mondo del lavoro e pone interrogativi nuovi sulla distribuzione dei benefici dell’innovazione, sull’organizzazione del tempo, sulla formazione e sul significato stesso dell’attività lavorativa.
Anche il dibattito sulla produttività deve diventare più maturo.
La ricchezza va equamente distribuita.
Se una macchina produce in un’ora ciò che prima richiedeva dieci ore di lavoro umano, quel risultato deve entrare nel circuito della democrazia ed essere oggetto anche e soprattutto di contrattazione sindacale.
Potrebbe significare più formazione, salari reali migliori, servizi pubblici più efficienti. Potrebbe significare una riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione, più tempo per la famiglia, per la cultura, per la partecipazione civile, per la cura degli altri e per tutto ciò che rientra nella dimensione umana e civile della convivenza.
Il “potrebbe” deve diventare una scelta. Deve diventare un obiettivo politico, sociale e sindacale.
La tecnologia non può decidere da sola quale società costruire, come lavorare e come distribuire i benefici della crescita.
Già nell’Ottocento filosofi ed economisti alternativi all’inventore della “scienza triste” avevano messo in discussione l’idea di un progresso misurato esclusivamente dalla quantità dei beni prodotti. La ricchezza veniva messa in relazione con la libertà e con lo sviluppo delle persone.
A che cosa serve una crescita straordinaria della produttività se una parte della società continua a vivere nell’insicurezza o nella povertà? Se il lavoro perde dignità proprio mentre aumentano le possibilità offerte dalla tecnologia di andare in direzione opposta?
Non possiamo accettare che milioni di persone vengano liquidate come un semplice «costo di transizione». La società non è un foglio di calcolo.
È solo attraverso il lavoro che una persona conquista autonomia, riconoscimento, dignità e possibilità di partecipare alla vita collettiva.
Per questo l’economia non può essere giudicata soltanto da quanto produce, ma anche e soprattutto da cosa produce, da come distribuisce il valore creato, dal benessere e dalla coesione sociale che riesce a generare.
Solo in questa prospettiva la definizione di «scienza triste» può essere rovesciata.
L’economia non è una macchina impersonale alla quale gli esseri umani devono obbedire. Prima ancora che una tecnica di allocazione delle risorse, riflette il modo in cui decidiamo di vivere insieme. Prima ancora che una scienza dei mezzi, dovrebbe essere la migliore convergenza possibile sui fini attraverso la cultura, la politica e l’idea stessa di civiltà.
Un’economia davvero moderna non è quella che chiede all’uomo di adattarsi alla macchina. È quella che usa la macchina per liberare l’uomo.
Il profitto misurato e commisurato ha una funzione positiva solo se non si trasforma in un fine assoluto da massimizzare. La tecnologia deve essere governata dalla democrazia e non il contrario.
L’economia smette di essere triste se la produttività si traduce in una migliore qualità della vita, quando il lavoro diventa stabilmente dignità, partecipazione e libertà.
Questa è la vera sfida del nostro tempo: non rendere gli esseri umani più efficienti per l’economia, ma fare in modo che l’economia diventi finalmente più umana, più sociale e più equilibrata.
Oggi l’equilibrio manca da parte del grande capitale, non da parte del lavoro e dei lavoratori.
Questa è la sfida più grande e consapevole nel tempo delle crisi che si sommano e intrecciano: sfida a un tempo politica e sindacale, culturale e civile che, non per caso, trova riscontro nella Magnifica Humanitas di Leone XIV.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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