La coscienza è ciò che distingue gli umani dagli altri esseri viventi.
Nel capolavoro di Italo Svevo, Zeno Cosini è un uomo fragile, divorato dai dubbi. Che continua a interrogarsi sulle conseguenze delle sue azioni. Non ha una bussola morale rigida, ma si pone il problema.
La malattia politica del nostro tempo è di segno opposto. Consiste nella sicumera con cui si compiono scelte che incidono anche pesantemente sulla vita delle persone senza lasciarsi sfiorare dal dubbio.
Una vera e propria patologia del potere, che giudica e decide secondo convenienza.
Una concezione della giustizia priva di un adeguato fondamento etico, che mette a rischio la tutela delle persone più esposte e più vulnerabili.
Questo è il modus operandi del ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Lo abbiamo visto in vicende sconvolgenti come quella del torturatore libico Almasri, rimpatriato con un volo di Stato anziché essere consegnato alla Corte Penale Internazionale. Lo vediamo nella gestione delle carceri, sempre più al collasso sul piano umano e costituzionale.
Lo constatiamo oggi nelle scelte che mettono a rischio i diritti dei lavoratori in tema di sicurezza, pur di “scudare” le imprese e gli imprenditori che la mettono a repentaglio.
È un modo di concepire la giustizia che mira sempre a proteggere chi sta in alto.
Il disegno di legge che interviene sulla responsabilità penale e amministrativa delle imprese e degli imprenditori, attraverso la “riforma della Legge 231/2001 viene presentato come una “semplificazione”, ma in realtà complica la vita alle persone offese e ai loro famigliari.
Il Presidente di Confindustria chiede, la Presidente del Consiglio dispone, il ministro esegue e vi appone il proprio sigillo. Familiari e figli dei morti sul lavoro piangono. Piangono e protestano.
Lo fa con dignità anche Simona Mattolini, vedova di Luigi Coclite, uno dei cinque lavoratori morti nel cantiere Esselunga di Firenze il 16 febbraio 2024:
«Mi auguro che questa proposta non vada avanti. Chi prende certe decisioni dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e pensare a quello che hanno vissuto persone come me e come i miei figli. Per rispetto a noi e alle vittime serve giustizia. Chi sbaglia deve pagare».
«Bisogna ritrovare l’umanità. Nel caso di Luigi è completamente mancata. Si è andati a risparmiare sui materiali, sul ferro. Chi ha compiuto quelle scelte sapeva di poter mettere in pericolo delle persone. È inaccettabile».
Non è demagogia definire Nordio un ministro dell’ingiustizia al servizio di un determinato equilibrio di potere economico e politico. È la conclusione alla quale si arriva osservando i fatti.
Anziché dare priorità alla salute e alla sicurezza delle persone, come prescrive la Costituzione, si interviene nella direzione opposta per garantire una presunta “certezza” alle aziende, come se gli obblighi oggi esistenti rappresentassero un ostacolo e non una garanzia di civiltà, anche giuridica.
Come se l'”Operaicidio” descritto dal magistrato Bruno Giordano non avesse insegnato nulla. Come se la strage continua dei morti sul lavoro fosse diventa una contabilità da archiviare senza conseguenze.
Questa scelta appare inoltre irrispettosa nei confronti di CGIL CISL UIL, che si sono date appuntamento a settembre con le associazioni imprenditoriali per costruire un Accordo quadro capace di segnare una svolta anche sul tema della salute e della sicurezza.
È difficile non attribuire un significato politico a questo modo di procedere tra Governo e Confindustria.
Si rischia di svuotare uno degli strumenti più efficaci per contrastare lo sfruttamento, gli infortuni e le irregolarità lungo le filiere produttive degli appalti e dei subappalti.
Non si muore per puro caso.
È in malafede chi sostiene che si possa fare buona prevenzione senza la corresponsabilità delle imprese committenti nelle filiere produttive.
L’8 agosto 1956, a Marcinelle, morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani. È vero, erano altri tempi. Altra era la cultura della sicurezza, altri i mezzi tecnologici, diverso il quadro normativo e persino la maturità democratica.
Eppure si riscontra una costante che continua a interrogare le nostre coscienze.
Com’è possibile che nell’Italia di oggi, dotata di strumenti tecnologici avanzati, di norme molto più evolute, di conoscenze e competenze infinitamente superiori a quelle dell’epoca, si continui a morire sul lavoro con una frequenza che rende la tragedia una presenza quotidiana?
Dietro i morti sul lavoro ci sono sempre inadempienze, scelte e priorità arbitrarie, controlli mancati, risparmi immorali, responsabilità eluse o sottovalutate.
La sicurezza non può mai essere considerata un intralcio burocratico da semplificare. Quando questo avviene arretra la tutela della vita.
Nessuno pensa che l’impresa debba essere criminalizzata in quanto tale. L’Italia ha bisogno di imprese sane, solide e redditizie. I primi ad averne interesse sono proprio i lavoratori.
Ma qui siamo di fronte alla volontà di scudare a tutti i costi comportamenti criminogeni che sono sotto gli occhi di tutti.
Si inventa un’emergenza che non esiste per non affrontarne quella vera che continua a produrre vittime. Parlare di semplificazione appare semplicemente offensivo, anche nei confronti dei famigliari e dei figli delle vittime.
Prevenzione significa anche applicazione rigorosa del principio di precauzione. La retorica della semplificazione, quando è in gioco la vita delle persone, è avvilente.
Non si muore per tragica fatalità. Si muore per tragica irresponsabilità.
Il cuore del problema politico culturale e morale dell’Italia di oggi è questo.
Nordio incarna questo cinismo del potere che riconduce tutto a procedure, a competenze formali e cavilli giuridici. Le persone diventano pratiche da smaltire.
Non si venga quindi a dire che i massimalisti sono coloro che chiedono il rispetto della Costituzione, zero morti sul lavoro, magistrati dedicati e uffici adeguatamente attrezzati, ispettori e ispettorati coordinati in un sistema della prevenzione all’altezza di un Paese civile ed economicamente avanzato.
Insomma, il ministro Nordio non ha i problemi di coscienza di Zeno.
Il contrario della coscienza non è l’errore. È l’indifferenza. È il callo dell’anima, che impedisce di sentire il dolore degli altri e di considerarlo per ciò che è.
Marcinelle, Firenze, Brandizzo, Suviana. Cambiano i luoghi, cambiano gli anni, ma la domanda resta sempre la stessa: quanto vale una vita umana quando entra in conflitto con il profitto, con la fretta e con la convenienza?
Francesco Guccini, in una delle canzoni più importanti della cultura civile italiana, Dio è morto, denunciava una società capace di smarrire il senso del bene e del male fino a considerare normale ciò che normale non è.
Ma Il suo era un grido di vita, di speranza e di fiducia, dalla parte dell’umanità calpestata e mai di chi la calpesta o sceglie di non assumersi le proprie responsabilità. Come fece Ponzio Pilato.
G.G.
