L’identità culturale dei partiti e dei movimenti è un tema delicato, in costante divenire.
Non va confusa con le fobie e i tabù irrazionali.
In cosa consisterebbe l’identità culturale di Giorgia Meloni, che, dopo essersi dichiarata a favore dello Ius Scholae, oggi va a rimorchio di Salvini?
È tutto qui il suo coraggio?
La politica non può ridursi a mera convenienza di ciò che conviene dire e fare, a sistematica contrapposizione che esclude il perseguimento del bene comune, sia pure da posizioni e visioni diverse.
Una simile mentalità confligge con la democrazia parlamentare.
Oggi l’Italia galleggia ma non riesce a proiettarsi con slancio nel futuro, anzi s’intravedono problemi che prima o dopo si dovranno affrontare, come quello dell’enorme debito pubblico che sottrae risorse preziose agli investimenti e al benessere collettivo.
Siamo prigionieri di un provincialismo politico che si esalta nella contrapposizione insensata, a scapito della partecipazione e delle decisioni condivisibili.
Nonostante i miliardi del Pnrr, non si si registra il benchè minimo riequilibrio economico e sociale, i giovani e le donne occupano l’ultimo posto in Europa quanto a tasso di occupazione, stipendi bassi e precarietà.
Nessuna lettura edulcorata delle oscillazioni trimestrali può nascondere questa cruda realtà.
Il lavoro in Italia non gode di buona salute, va curato, assieme alle imprese che in parte ne sono responsabili.
Non va bene nemmeno per quanto riguarda gli immigrati, di cui il Paese ha bisogno e rispetto ai quali si misura il nostro essere all’altezza di governare positivamente questo fenomeno.
Un fenomeno problematico che è anche una opportunità di crescita complessiva della società italiana, come hanno mostrato le recenti Olimpiadi di Parigi e ancor meglio lo faranno le Paralimpiadi che stanno per iniziare all’insegna dell’inclusione.
L’Italia laica e democratica era e sarebbe culturalmente pluralista anche senza un solo immigrato nel suo suolo.
A maggior ragione lo è quella multietnica di oggi con milioni di persone provenienti da ogni parte del mondo, ai quali è giusto concedere la cittadinanza, a determinate condizioni.
Il pluralismo e le diversità costituiscono una ricchezza da valorizzare.
C’è bisogno di apertura al futuro, non del contrario.
Determinate risposte non sarebbero di destra o di sinistra, lo diventano solo per strumentale contrapposizione.
Il buon senso dovrebbe essere un presupposto comune, invece suscita perfino scalpore.
Questo ci segnala l’interminabile e finora inconcludente querelle sulla cittadinanza, anche nella versione soft, dello Ius Scholae.
Una vera e propria fobia politica che prolunga le difficoltà e il malessere non solo delle persone coinvolte.
Fobia peraltro imbarazzante per politici che un tempo si definirono padani ma non italiani, come oggi si definiscono italiani ma non europei, con gli immigrati da “tenere a distanza”, come prima facevano nei confronti dei “meridionali”.
Una vera iattura con approdo finale all’autonomia differenziata destinata a sfasciare l’Italia se non la si blocca in tempo.
E a maggior ragione va bloccato il declino demografico del Paese che mette a rischio la sostenibilità del nostro welfare.
Siamo di fronte a una situazione che richiede scelte politiche appropriate, come ha ribadito a chiare lettere anche il Governatore di Bankitalia, Fabio Panetta.
Non se ne esce con vecchie ricette.
Servono scelte coraggiose, sia dal lato dello sviluppo, sia che dal lato della redistribuzione della ricchezza.
Per l’Italia si prospettano anni piuttosto problematici, a seguito del programmato esaurimento dei miliardi europei del Pnrr, entro il 2026, e del contemporaneo impegno (patto di stabilità) a ridurre il debito pubblico di un punto percentuale l’anno in vista del lontanissimo e “ideale” 60%, rispetto all’attuale 137,8%.
Dal punto di vista dei lavoratori e dei pensionati, è un bel problema.
Il futuro scaturisce sempre dalle scelte presenti: del governo, nostre, delle imprese, delle istituzioni.
L’80% delle maggiori entrate da Irpef (8,5 miliardi su 10,02) deriva dal famigerato fiscal drag, che falcidia gli aumenti salariali derivanti dai rinnovi dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro.
Ci si aspetterebbe dal governo un comportamento equo, in grado di riequilibrare il potere di acquisto delle persone che vivono di stipendi pensioni sussidi e ammortizzatori non indicizzati.
Sia attraverso l’utilizzo di questo gettito, sia attraverso il recupero dell’evasione fiscale, tuttora limitato dalla pervicace volontà perfino di giustificarla.
Sarà una sensazione, ma credo stiamo andando incontro a un autunno inverno piuttosto “movimentati”.
Al Meeting di Rimini come al solito hanno volato alto, sul tema “Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?”.
Modestamente risponderei che per gli esseri umani l’essenziale ha due dimensioni e che da quella materiale e dalla libertà dal bisogno non si possa e non si debba prescindere.
Da Chicago è arrivata una potente ventata di speranza che scalda il cuore degli uomini e delle donne che amano la libertà.
Buon lavoro Kamala: che la ragione e il sentimento prevalgano sulla forza bruta e sull’odio.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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