Se in Italia esiste una questione salariale, in buona parte la responsabilità è delle imprese che vogliono pagare meno possibile i lavoratori. Nient’affatto riducibile alla grossolana “giustificazione” della scarsa produttività.
Questa tesi è sostenuta da economisti e tecnici accreditati anche di alto livello che hanno il solo difetto di essere “schierati”. Come il Presidente dell’Associazione Adapt, Francesco Seghezzi, il quale in una intervista Huffingtonpost.it 26 marzo 2025, giunge alla perentoria e arbitraria conclusione che “non c’è margine per aumenti senza una crescita della produttività”.
Come se ci trovassimo di fronte a un blocco uniforme e non a una realtà economica e produttiva articolata e multiforme che, fino a prova contraria, ha generato e continua a realizzare cospicui utili di bilancio e anche extraprofitti, impossibili da abbinare alla bassa produttività.
A parere di chi scrive, invece, una parte degli utili che dovevano e dovrebbero andare ai lavoratori sono finiti e tuttora vengono distribuiti a imprenditori/azionisti e dirigenti, a conferma di una asimmetria strutturale che evidenzia l’ iniqua distribuzione della ricchezza prodotta.
Se nel corso degli ultimi tre decenni, non solo dal 2008, le lavoratici e i lavoratori italiani sono andati indietro dal punto di vista retributivo (e normativo), la responsabilità non può essere di tutti tranne che delle imprese per le quali lavorano.
Di questo annoso e penoso problema si può parlare in modi e con scopi diversi, spesso purtroppo se ne parla più per fotografarlo che per individuare cause e responsabilità con l’intento di generare il riequilibrio strutturale tra risultati d’impresa e distribuzione degli stessi tra capitale e lavoro, dirigenti e lavoratori dipendenti.
Qui ha senso parlare di partecipazione e praticarla con il diritto di informazione e la codeterminazione, invece di mendicarla e renderla innocua come si sta tentando di fare.
Anziché scaricare sul Sindacato responsabilità che non ha, al netto dei suoi limiti e ritardi, che ci sono, occorre chiedersi dov’era e cosa ha fatto la politica, non per alimentare inutili dietrologie ma per correggere, oggi, un modello di sviluppo che gli squilibri li alimenta, a prescindere che il Pil cresca o decresca di qualcosina.
Lo dimostra il fatto che il lavoro povero e precario è cresciuto nelle diverse congiunture economiche. È “diventato” parte del sistema produttivo. È organicamente presente nelle filiere produttive, nel sistema di appalti e subappalti ed esternalizzazioni che deresponsabilizzano per tagliare costi, retribuzioni, diritti, salute e sicurezza. Questo è il cuore del problema. Con il governo di turno che come datore di lavoro dà il cattivo esempio.
Bisogna sviluppare contrattazione inclusiva e perequativa di filiera.
Ad integrazione coerente di quella nazionale di categoria.
Se fosse vero che in Italia c’è bisogno di più“contrattazione di prossimità”per alzare i salari, depotenziando i CCNL, anziché la pirateria contrattuale che penalizza ulteriormente i lavoratori, avremmo condizioni di miglior favore.
La verità è che la “testa pensante” del mondo imprenditoriale mal sopporta la contrattazione in quanto tale, di qualunque livello essa sia. Preferisce un sindacato mansueto, come junior partner che asseconda i suoi obiettivi e assimila la sua “cultura d’impresa”.
Lo sciopero nazionale dei metalmeccanici, finalmente unitario e compatto, anche nel linguaggio, dimostra che il conflitto in funzione di un risultato concreto è inevitabile e che la responsabilità dello stesso ricade sulle associazioni imprenditoriali. Non si spiega diversamente la dichiarazione del Segretario generale della FIM-CISL, Ferdinando Uliano “non ci fermeremo, gli imprenditori sono irresponsabili”.
La libertà dell’imprenditore e dell’impresa non è e non può essere disgiunta dalla responsabilità verso la collettività, dei lavoratori, dei fornitori e l’ambiente, che a sua volta significa tutela della salute dei cittadini, tutela dei beni comuni.
Ce n’è abbastanza per considerare quanto meno superati i modelli di impresa e di sviluppo incompatibili con l’art. 41 della Costituzione, che è bene rileggere e tenere a mente: “l’iniziativa economica privata è libera” ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Non c’è niente di vecchio e superato. Vecchi e superati sono i modelli reazionari che cercano di impossessarsi anche dell’intelligenza artificiale per affermare una volontà di potenza e prepotenza, anche in economia e nel lavoro, tanto retrograda quanto pericolosa e offensiva dell’umano sentire.
I dazi fanno parte di una strategia politica “violenta” che rompe argini e schemi cooperativi a favore dei rapporti di forza incentrati sulla mera convenienza. Molto triste, ma è così. La cosa peggiore che possiamo fare è sottovalutare i rischi e l’effetto contagio, soprattutto per un Paese come il nostro governato da amici di coloro che gli argini li hanno già rotti negli USA e si propongono di abbatterli anche in Europa.
Suonano bene le parole dell’ex Direttore dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, autore del libro e del sito PIU UNO, che ha deciso di dare il suo contributo politico e civile in prima persona: “solo rimettendosi al centro del discorso pubblico il cittadino può tornare protagonista della politica. Perché l’unico modo di andare avanti è farlo insieme. In prima persona plurale“. A maggior ragione chi opera nel sociale, nel lavoro e per il lavoro, a tutela e per lo sviluppo di quell’immenso patrimonio umano carico di memoria presente nelle parole libertà e democrazia che solo un patologico delirio di onnipotenza può concepire di mettere l’una contro l’altra, con l’intento di soffocarle entrambe.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *