Le imprese italiane sono specializzate nel chiedere e ottenere soldi pubblici, senza condizioni. E nel rinnovare con grave ritardo i contratti di lavoro, per lucrare altri vantaggi a danno delle lavoratrici e dei lavoratori. I dazi rappresentano una grande occasione per tornare all’attacco e rimettere in discussione anche il Pnrr e fondi di Coesione.
L’indifferenza del governo nei confronti dei lavoratori è pari alla premurosa attenzione nei confronti del “sistema delle imprese”, al quale si presta ascolto e si promettono aiuti incondizionati. Non va bene. Non bisogna assuefarsi o lasciarsi sopraffare dalla stanchezza. Lo insegna la storia, lo impone la necessità.
Meloni incontra le imprese a Palazzo Chigi per definire la strategia sui dazi, ma esclude i rappresentanti dei lavoratori.
È una anomalia democratica -chiamiamola pure discriminazione-, che va denunciata e contrastata in tutte le sedi e le occasioni. Che contrasta con la lettera e lo spirito della Costituzione (tanto dovrebbe bastare) e con il contributo determinante delle lavoratrici e dei lavoratori allo sviluppo economico del Paese. E delle Confederazioni e Federazioni/Unioni di categoria che hanno lottato per realizzare riforme in grado di migliorare le condizioni di vita e di lavoro.
Questo processo/progresso, è inutile negarlo, si è interrotto con l’avvento di un modello di sviluppo imbastardito e contradditorio che, in nome della flessibilità, ha prodotto e continua a produrre tanta precarietà.
Economia grigia e anche gravemente irregolare che si riscontra nelle filiere produttive con il coinvolgimento sostanziale di grandi imprese che pensano di salvaguardare la loro reputazione/immagine appaltando ad altre il “lavoro sporco” di cui beneficiano. Da cui derivano tanti infortuni, morti per colpa o dolo, malattie professionali, diffuso malessere.
Grazie a consolidate forme di ipocrisia istituzionale che rendono tollerabile l’intollerabile, con il “contributo” determinante di buona parte della politica e dei governi che favoriscono lo squilibrio relazionale tra imprese e lavoratori.
Eppure è del tutto evidente che i dazi imposti dal governo americano minacciano sia le imprese che i lavoratori, oltre che la possibilità di generare una economia di scopo a impatto sociale e ambientale positivo, non più schiava del solo profitto. Che fine ha fatto l’equilibrio tra capitale e lavoro?
Il lavoro e i lavoratori italiani vanno protetti, sia all’interno che a livello internazionale, dalle minacce di nuove delocalizzazioni da parte di chi mette nella bilancia (commerciale) solo ciò che più gli conviene. Il delicato problema della produzione e acquisto di armi rischia di tramutarsi in affare strategico solo per l’America.
Non c’è nulla di peggio che usare le crisi per accentuare iniquità e autentiche ingiustizie, anziché viverle come opportunità di riequilibrio, coesione e giustizia sociale.
Perché si esclude il Sindacato in una occasione così importante? Intanto le cose succedono e, tra annunci, smentite, conferme e “sospensione”, i dazi hanno fatto perdere o guadagnare tanti soldi grazie a spregiudicati e inammissibili giochi di potere di cui ci si dovrebbe vergognare anziché vantare. Siamo di fronte a comportamenti sconvolgenti, considerati eversivi.
Quanti soldi ha fregato Trump ai risparmiatori di tutto il mondo, italiani ed europei compresi, pensionati e pensionandi che hanno i loro risparmi nei fondi di investimento statunitensi?
L’insider tradingdi cui si è giovato assieme al suo entourage, al di la di ogni ragionevole dubbio, è oggetto di indagine da parte degli “odiati giudici”. Adesso vuole “rapinare” investimenti e lavoro all’Europa con l’aiuto di politici conniventi che spudoratamente lo appoggiano.
Riscoprire l’importanza del sindacato e del sano sindacalismo, oggi, è di fondamentale importanza. Richiede una visione d’insieme e in ultima analisi una volontà di leggere gli scenari dominanti che, volenti o nolenti, ci coinvolgono, per affrontare i problemi economici e del lavoro con maggiore consapevolezza.
La comprensione della posta in gioco ne costituisce la premessa, affinché la rappresentanza e la rappresentatività dei lavoratori siano sempre cariche di valori umani irrinunciabili in grado di orientare l’azione pratica. Il lavoro per la vita e il benessere delle persone, per creare e distribuire equamente la ricchezza prodotta, nel modo più sociale possibile.
Il lavoro per fare soldi con metodi e sistemi che non genereranno mai sviluppo sostenibile con economia di scopo, è il problema, non è la soluzione.
Chi impedisce di rinnovare il contratto dei metalmeccanici? Siamo alla quarta giornata di sciopero proclamato da Fiom CGIL Fim CISL Uilm UIL. Perché non si riesce a sbloccare questa trattativa che riguarda un milione e mezzo di lavoratori diretti e intere filiere produttive collegate alle grandi e medie industrie del settore?
Siamo tutti metalmeccanici. Se i lavoratori italiani hanno perso potere d’acquisto lo si deve ai meccanismi che non hanno saputo tutelare le loro retribuzioni dall’inflazione pregressa e da quella successiva ai rinnovi stessi, ma in primo luogo all’intransigenza delle controparti che non vogliono farsene carico.
Nemmeno con la contrattazione articolata che si svolge (e si può svolgere) solo in una minoranza di imprese, non certo per incapacità o mancanza di volontà delle organizzazioni sindacali. Altre sono le cause strutturali.
O con quella territoriale che le associazioni imprenditoriali vedono come il fumo negli occhi, e invece avrebbe senso unitario e unificante nel rispetto di tutte le autonomie e differenze.
L’impresa ha sempre “il coltello dalla parte del manico” rispetto ai suoi “dipendenti”. Per questa buona e storica ragione è nato il moderno diritto del lavoro, preceduto da secolari lotte sindacali.
Ci fu un tempo in cui i lavoratori metalmeccanici furono apripista di grandi conquiste sindacali. Le cose sono cambiate, l’economia si è sviluppata e in buona parte terziarizzata, anche per mera convenienza delle grandi imprese che preferiscono affidare ad altre imprese segmenti della propria attività e quasi sempre i loro servizi.
Ciò nonostante rimane la più grande categoria dell’industria e che questo rinnovo contrattuale si realizzi bene è nell’interesse di tutti i lavoratori.
Costituisce un punto di riferimento per tutti.
Più confederalità nelle categorie, rapporto meglio strutturato tra queste e le Confederazioni. Le difficoltà sono grandi, ma non meno grande è la forza e l’intelligenza collettiva dei lavoratori che ha saputo scalare la storia fino a rendere concrete conquiste che sembravano irrealizzabili.
“Loro” sono uniti sulle questioni del lavoro anche quando sono divisi e lacerati su tante altre cose. Perché “noi” dobbiamo fare il contrario?
Se divisi siam canaglia, oltre che fessi e incapaci, è una costante della storia più intelligente di qualsiasi intelligenza artificiale. Prima lo capiamo, meglio è.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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