Esame di maturità o di Stato? Secondo il filosofo e psicanalista Umberto Galimberti, sancisce la differenza tra educazione e istruzione.
“La mente non si apre se prima non hai aperto il cuore”, diceva Platone. Ma nella complessa realtà della scuola italiana sono tantissime le professoresse e i professori che entrano nell’anima dei loro studenti e ci restano per sempre.
Per aiutarli a diventare cittadini responsabili e consapevoli, con capacità critica e di discernimento. Questo significa educare e formare.
Tutt’altro che facile, in un contesto ammalorato dal ritorno prepotente della forza.
Chi sono gli incivili e i barbari del nostro tempo? I giovani studenti non hanno nulla da imparare da “leader” che ripropongono le discriminazioni anziché combatterle.
L’esame di Stato o maturità è una tappa importante della vita. E dopo? I ragazzi e le ragazze vanno aiutati a continuare a studiare o a trovare lavoro dignitoso. Questo, secondo la definizione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), “è una occupazione che sia produttiva e che garantisca un reddito equo, diritti sul lavoro, protezione sociale e opportunità di crescita personale e professionale, contribuendo così alla crescita economica sostenibile”.
Le 7 tracce offerte agli studenti per la prima prova scritta contenevano temi, autori, fenomeni, pezzi di storia di grande importanza che consentivano di spaziare e argomentare criticamente, oltre la preparazione libresca.
Di andare al cuore dei problemi con ragionamento pulito, che purtroppo manca a molti politici e appartenenti alla classe dirigente del Paese, di cui in futuro faranno parte i neo diplomati di oggi e i (speriamo tanti) laureati dei prossimi anni.
Con l’arricchimento culturale di ciò che hanno rappresentato e tuttora rappresentano Pasolini, il Gattopardo, il giudice Borsellino, Roosevelt e il New Deal degli anni 30, Telmo Pievani e lo sviluppo insostenibile di cui è responsabile l’uomo, Riccardo Maccioni con un articolo sulla parola rispetto riproposta dall’Enciclopedia Treccani, l’indignazione fomentata nel mondo social per realizzare affari e propalare falsità che inquinano e minacciano la democrazia.
Temi e problemi con i quali saranno e saremo chiamati comunque a confrontarci.
Dare ai giovani che smettono di studiare, anche loro malgrado, la possibilità di lavorare e di progettare la loro vita, è un obbligo istituzionale e un imperativo morale, nient’affatto moralistico.
Lo vogliamo ricordare che, a proposito di equilibrio, a norma dell’art. 4 della Legge fondamentale dello Stato, cioè la Costituzione, il lavoro è un diritto e anche un dovere?
L’Istat la deve smettere di classificare come lavoro, brandelli di attività che non permettono minimamente di essere autonomi economicamente e sentirsi parte di una comunità.
Negare il minimo indispensabile per vivere dignitosamente, esula dai principi/valori che sono diventati codice di civiltà. Il fatto che ci siamo abituati non cambia la sostanza del problema.
I giovani che escono dalle scuole faticano a orientarsi e a capire perché il sistema produttivo li vuole solo “a sconto”, perennemente instabili, sempre disponibili anche se part time.
Si fa finta che il problema non esista, invece è grave, come conferma, da ultimo, anche un allarmato editoriale di Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera del 19 giugno 2025, dal titolo eloquente: Lavoro, ma il Paese pensa ai giovani?
Peccato che, bontà sua, proponga “una revisione radicale dei contratti”, chissà quando, come e con chi, buona per alimentare l’interminabile discussione attorno a ipotesi che non sono in agenda, e se mai lo saranno richiederanno anni prima che diventino accordi condivisi.
O si agisce qui e ora, o non si è credibili.È ad invarianza di fattori che si dimostra di voler affrontare concretamente la questione salariale. Sia tramite la leva fiscale, sia attraverso la contrattazione, con recupero netto delle retribuzioni sull’inflazione. I CCNL in scadenza sono banchi di prova, come pure a livello aziendale, settoriale e territoriale. O si fa questo salto, o si torna inesorabilmente indietro.
Va combattuto con determinazione il mainstream secondo il quale gli stipendi reali si possono aumentare solo incrementando la produttività.
Sia perché retrospettivamente abbiamo la prova del contrario; sia perché il problema dell’equa distribuzione della ricchezza prodotta è ormai ineludibile e chi lo nega in realtà giustifica l’immobilismo. I soldi ci sono. Vanno distribuiti meglio
L’Italia è ricca di eccellenze, buone aziende e pessimi fenomeni che però fanno sistema a scapito dei lavoratori, dei giovani e delle donne con particolare cinismo.
Chi sostiene che la scuola deve preparare al lavoro e non alla vita di cui il lavoro è parte, sbaglia.
Se prima viene la persona, è l’insieme che dev’essere modellato attorno a questo principio/valore, non viceversa. Con realismo, senza retorica, ma questo è il punto cruciale. Da affrontare con etica della responsabilità condivisa di cui c’è quanto mai bisogno. Prima che sia troppo tardi.
La parola rispetto è stata rilanciata con la dichiarata volontà di “Recuperare la centralità della persona” fin nel linguaggio.
Rispetto del lavoro, nel lavoro e per il lavoro è “conditio sine qua non” per ridare vita e futuro al progetto di società indicato dalla nostra Costituzione.
Non è facile, ma l’alternativa è nei fatti inquietanti che si stanno verificando sotto i nostri occhi e in quel “decreto sicurezza” che criminalizza i lavoratori in sciopero per chiedere il rinnovo del Contratto con gli aumenti richiesti o per difendere il posto di lavoro.
G.G.
