Il quotidiano della Confindustria lo definisce Protocollo per il lavoro. Senza neanche sentire il bisogno di aggiungere la parola sicuro.
Un documento tardivo rispetto all’emergenza caldo e il bisogno di risposte in tempo reale. Nelle ore centrali dei giorni in cui l’allerta meteo impone misure appropriate, fino alla sospensione del lavoro.
Firmato il 2 luglio, a estate inoltrata, dice espressamente che “l’obiettivo prioritario è quello di coniugare la prosecuzione delle attività lavorative con la garanzia di condizioni di salubrità e sicurezza degli ambienti di lavoro e delle modalità lavorative”, rinviando il tutto ad “altri tavoli”. Ma urgenza e rinvio sono inconciliabili.
Come hanno dimostrato gli operai dell’Electrolux di Forlì che hanno abbandonato il lavoro per caldo eccessivo incompatibile con la prosecuzione dell’attività lavorativa in sicurezza, dopo aver riscontrato l’insensibilità dei dirigenti della precitata azienda, iscritta a Confindustria.
Serviva più “coraggio” rispetto alla prevenzione che non si fa nei luoghi di lavoro e che, fino a prova del contraria, è un obbligo di legge di rango costituzionale.
In Italia si muore di lavoro insicuro tutti i giorni dell’anno, ci si infortuna gravemente e ammala in tutte le stagioni, a prescindere dal clima.
Il caldo eccessivo è un fattore di rischio aggravante che dovrebbe essere efficacemente fronteggiato con gli strumenti normativi esistenti e con investimenti aggiuntivi in grado di estendere a tutti i settori produttivi e di servizio gli ammortizzatori sociali.
Ma in primo luogo con una cultura della responsabilità sociale adeguata, accompagnata dalla consapevolezza dei cambiamenti climatici, di cui una moderna economia deve tenere conto per non sconnettersi dalla vita delle persone, come invece ha fatto anche la Multinazionale del cibo a domicilio, Glovo, con la proposta di incentivare il lavoro nelle ore più calde e rischiose per la salute, anziché rispettare i diritti e la dignità dei “suoi” rider, pagandoli e tutelandoli adeguatamente.
Gli esempi citati (due grandi imprese del capitalismo “moderno” ) rappresentano la punta dell’iceberg di una mentalità che tenta di farsi strada nel mondo del lavoro a scapito di un modello d’impresa più aperto e partecipato dai lavoratori, di cui c’è bisogno.
Per fortuna si registrano anche misure istituzionali di segno opposto come l’ordinanza della Regione Piemonte, con la quale si sospendono le consegne a domicilio, quando la mappa pubblica del rischio indica un livello “ALTO”.
A questo e non ad “altro” dovrebbe servire la decretazione d’urgenza, fermo restando che servono risposte, prassi e metodi di sistema, funzionali allo scopo.
I “tavoli nazionali, settoriali, territoriali, aziendali” ipotizzati dal Protocollo, nella migliore delle ipotesi potranno produrre risultati a estate avanzata, se non addirittura finita. Di quale emergenza stiamo parlando?
Ciò nonostante e tenuto conto delle difficoltà relazionali esistenti, che hanno indebolito la rappresentanza sindacale unitaria dei lavoratori, il Protocollo può rivelarsi positivo e finanche prezioso, se verrà utilizzato bene. Il suo potenziale consiste nell’aver riportato al centro dell’attenzione la correlazione tra lavoro e benessere o malessere delle persone, a seconda delle condizioni in cui si svolge.
Serve una spinta coordinata e mirata dal basso da parte dei rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza, nelle aziende, negli enti e negli organismi bilaterali, nel territorio e nei confronti delle istituzioni che non fanno il loro dovere, come per esempio la Regione Lombardia.
Il titolo V della Costituzione italiana, richiamato nel testo sottoscritto, prevede competenze delle Regioni, dalle quali dipendono le ASL, in materia di salute, sicurezza, formazione e lavoro.
Anziché rivendicare nuove deleghe e poteri aggiuntivi con l’autonomia differenziata, dimostrino di essere all’altezza di quanto già previsto, “sollecitando” le imprese a fare prevenzione, in primo luogo attraverso l’informazione, la formazione e il coinvolgimento effettivo di RLS e RLST, dove ci sono, promuovendo «le buone pratiche per scongiurare infortuni, malattie professionali e malesseri collegati alle emergenze climatiche» menzionate nell’Accordo quadro.
Il caldo eccessivo è un fattore di rischio inscindibile dal principio generale di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, dagli orari e dalle pause, nonché dalla più complessiva organizzazione del lavoro di cui fanno parte anche gli appalti.
La memoria di Brandizzo e del cantiere Esselunga di Firenze, solo per richiamare alla memoria due stragi da lavoro insicuro, serve per capire cosa occorre fare tutti i giorni dell’anno in tutti i luoghi di lavoro, anche quando questi sono strade, terreni agricoli e cantieri all’aperto, che a maggior ragione richiedono misure e vigilanza appropriate. Concretamente, non con frasi generiche.
Certo, L’emergenza caldo sollecita misure ad hoc, ma queste vanno integrate in un sistema che va concepito e in parte ricostruito attorno a un’idea di lavoro chiaramente sociale, con attenzione specifica a ogni realtà produttiva e mansione. La salute non si tutela all’ingrosso.
Il caldo “soffocante” è anche metafora di sofferenza psicofisica prolungata, riscontrabile in tutti quegli ambienti di lavoro insalubri, al chiuso o all’aperto che siano.
Il perché questo protocollo non contenga impegni e tempi certi fa parte del problema. Dipende dal fatto che le Organizzazioni imprenditoriali non hanno mai creduto fino in fondo, e penso siano ancora su questa posizione, nella lettera e nello spirito del Decreto Legislativo 81/08, il quale non richiederebbe null’altro che di essere correttamente e coerentemente applicato.
Questo protocollo in poche parole incorpora le ambiguità che ci trasciniamo da decenni. Lo si attui per dare una svolta con un ruolo più attivo e propositivo dei rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza e delle organizzazioni sindacali che devono supportarli meglio. Difficilmente la situazione potrà migliorare se non ci sarà “movimento” dal basso.
Le organizzazioni sindacali più mature lo utilizzino anche per riflettere su sè stesse e progettare il proprio rinnovamento nel cuore dei problemi e dell’azione necessaria per fronteggiarli, tra i quali quello della salute e sicurezza è tra i più complessi e importanti in quanto non separabile dalla reale rappresentanza e difesa complessiva delle lavoratrici e dei lavoratori. In gioco c’è tanto, c’è il massimo, c’è la qualità del lavoro e della nostra democrazia.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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