Il benessere collettivo derivante da servizi universali come Sanità, Scuola e Previdenza, nel segno della solidarietà istituzionale, rappresenta la più grande conquista politica e sindacale del 900.
Incompiuta e da sviluppare, non certo da svuotare o ridimensionare. Una robusta cintura di sicurezza sociale, semmai da irrobustire e rigenerare alla luce di nuovi bisogni.
A maggior ragione, oggi, è impossibile non chiedersi, con viva preoccupazione, che manovra finanziaria sarà quella di fine anno, alla luce dei “vincoli strutturali di bilancio” e dell’impegno assunto dal governo italiano di destinare il 5% del Pil agli armamenti.
Con una economia alla quale manca il carburante dei consumi interni che solo stipendi buoni e pensioni decorose possono assicurare.
Nei momento in cui aumenta il bisogno di servizi essenziali e di primaria importanza, anche per motivi demografici, l’Italia rischia di tagliare ulteriormente la spesa sociale ad essi destinata. La quale, viceversa, va valorizzata nel contesto di un modello di sviluppo
diverso dalla superata logica del Pil, che di fatto consolida gli squilibri esistenti e perfino li accentua, anche quando cresce.
Segno inequivocabile che quando parliamo di riforme dobbiamo essere consapevoli che senza intervenire sui meccanismi di distribuzione della ricchezza prodotta e sulla qualità di ciò che si produce e consuma, giriamo un minestrone con gli stessi ingredienti che non produce il riequilibrio strutturale di cui c’è bisogno. 
Da dove arriva l’insensato e smisurato divario tra ricchezza e povertà, se non dal modello di sviluppo ancora imperante, che penalizza anche il ceto medio schiacciandolo verso il basso?
Sostenere che non ci sono soldi, alla luce di una simile evidenza, è la menzogna del secolo. Menzogna che fa il paio con quanti sostengono (purtroppo c’è pure qualche sindacalista di alto livello) che gli stipendi si possono aumentare solo aumentando la produttività, per giustificare il nulla di fatto in attesa di tempi migliori.
Come se i copiosi ed anche extra profitti non avessero alcuna relazione con la “questione salariale” e il carovita e l’evasione fiscale e la flat tax non condizionassero il ri-finanziamento degli investimenti per servizi sociali e opere pubbliche che incidono sulla qualità, la salute e la sicurezza dei cittadini.
Ormai è chiaro a tutti che sviluppo e crescita non sono più la stessa cosa. Su questo punto c’è larga condivisione anche a livello internazionale. Serve una economia di scopo a impatto socio ambientale positivo. L’Onu a tal proposito ha istituito una commissione, di cui fa parte anche l’ex Ministro del Lavoro, co-fondatore e direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, Enrico Giovannini, per elaborare nuovi metodi di valutazione del benessere, “contro le disuguaglianze e per l’ambiente”. I governi devono fare la loro parte, assieme ai corpi sociali intermedi. 
Alla luce dei nostri squilibri interni -che purtroppo sembrano meno gravi perché ci siamo abituati a considerarli normali-, significa che senza un piano pluriennale di sviluppo, l’Italia continuerà a galleggiare sul sistema che li alimenta, con implicita accettazione dello status quo, o peggio.
Navigare a vista e a rimorchio di ciò che conviene, come si sta facendo, è l’esatto opposto di ciò che serve all’Italia in questa fase storica di cambiamenti e sconvolgimenti con caratteri marcatamente reazionari e violenti.
Il capitalismo finanziario interessato solo al profitto più alto possibile, ha fallito. Lo riconosce tra i tanti altri anche il cattolicissimo Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, Giorgio Vittadini, il quale, in un articolo a sua firma sul Sole24 ore del 18 agosto 2025 sostiene che “i dati delle disuguaglianze disastrose del mondo di oggi dovrebbero essere il segnale inequivocabile del fallimento di questo modello di sviluppo, con una globalizzazione guidata in modo sbagliato e il ruolo decisivo della finanza che detta i tempi di uno “sviluppo” immaginario”. E si domanda: “è possibile che gli Stati e le società di ogni tipo possano continuare a tollerare questo tipo di capitalismo”?
A lui e al suo mondo rispondere con coerenza. A chi ha sposato le idee e gli ideali scolpiti nella memoria e riassunti nella nostra Costituzione, il compito di ri-mettere al centro le persone, la persona. La difesa con rigenerazione del welfare rientra a pieno titolo nell’Agenda dell’autunno politico e sindacale 2025. Se ne sta parlando anche al “Meeting di Rimini”, dove Draghi ha già detto (o per meglio dire ribadito) che “serve una svolta”. Non da adesso, aggiunge chi scrive.
Gli “eventi” che si accavallano e susseguono la rendono ancor più necessaria e urgente.
Welfare e sviluppo sostenibile non si conciliano tanto facilmente con una economia di guerra. La quale, però, è cosa diversa dalla necessità di razionalizzare, coordinare e finalizzare la spesa necessaria per la difesa militare Europea, alla luce delle non piacevoli novità geopolitiche di cui dobbiamo necessariamente prendere atto. Spendere in armi il meno possibile, il meglio possibile, è un imperativo doppiamente morale.
Urge elaborare e mettere in atto politiche di sviluppo in grado di misurare preventivamente l’impatto degli investimenti, a cominciare dalla stessa intelligenza artificiale che richiede un enorme consumo di energia e acqua e prospetta problemi nuovi da governare, per altrettante sfide da accettare senza anacronistici pregiudizi.
La principale delle quali è quella del suo buon utilizzo, nel rispetto e per il rafforzamento della democrazia, per non farla diventare una potentissima arma fuori controllo, nelle mani di pochi.
Il welfare universale incentrato sulla solidarietà rappresenta una conquista di grande civiltà, non solo di carattere sociale, impossibile da immaginare al di fuori del contesto democratico e del progetto di società connaturato alla nostra Costituzione, che fino a prova contraria fa ancora testo.
Non c’è nulla di più umano che aspirare a un realistico benessere, vivere e lavorare dignitosamente, sapendo di poter contare su una rete di servizi universali assicurati dallo Stato. Integrati da un welfare contrattuale non selettivo, che esclude chi ne ha più bisogno, giovani e donne soprattutto. 
Welfare solidaristico opposto all’individualismo eretto a sistema, il quale confligge con il concetto di libertà abbinata alla responsabilità verso gli altri. Che facilmente diventa ambizione smisurata di potere e pericolo sociale. 
Il modello americano che sta esasperando e disumanizzando, preso a modello, a mio parere irresponsabilmente, da una parte della politica italiana ed europea.
Dio ce ne scampi e liberi da questa catastrofica eventualità, che comunque fa già sentire i suoi effetti. Non meritiamo una simile sventura.
Molto meglio concentrarsi e contare su noi stessi, a partire da ciò che possiamo e dobbiamo fare nelle prossime settimane e nei prossimi mesi di un autunno politico e sindacale che si preannuncia caldo. Come il cuore di chi capisce quanto sia alta la posta in gioco.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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