Non c’è modernità e progresso sociale senza lavoro dignitoso.
Perché lo sia veramente, dev’essere svolto in condizioni rispettose della persona umana, permettere di progettare la propria vita, creare e mantenere una famiglia.
Non serve essere esperti in “qualcosa” per capirlo. Basta e avanza la nostra Costituzione, che lo “prescrive” con queste finalità.
Il valore del lavoro sta nel suo collegamento positivo con la vita.
Al di fuori di questa prospettiva diventa una merce da far costare il meno possibile, funzionale al potere gerarchico e selettivo sulle persone.
Quello dal quale discende l’“emergenza disuguaglianze” che ha permesso all’1% più ricco del mondo di “prendersi” il 41% della ricchezza aggiuntiva generata negli ultimi 20 anni.
Certificata dall’ultimo “Rapporto del comitato di esperti del G20” guidato dal Nobel per l’economia Joseph Stiglitz.
Valido anche su scala nazionale. Altro che problemi di produttività, l’incremento della quale c’è stato anche in Italia ma a doppio danno dei lavoratori.
Il problema di fondo, ineludibile, risiede nell’iniqua distribuzione della ricchezza derivante da un modello di sviluppo che la considera funzionale ai suoi fini, a prescindere dal tasso di crescita.
Nell’anno post Covid 2021, con un Pil a più 6,5%, poi rettificato a 8,3%, gli stipendi hanno continuato a perdere potere d’acquisto. Non esiste un “come mai”, è così in virtù di un modello di sviluppo non più sostenibile.
La famosa “coperta corta” altro non è che la volontà di perseverare nell’ingiustizia fiscale e retributiva.
In un attimo, su “ordine” esterno umiliante, hanno trovato i soldi per incrementare la spesa militare; per giovani e precari, sanità e casa, i soldi non ci sono mai. In realtà non si vogliono prendere dove ce ne sono tanti.
L’Italia è tristemente partecipe di questa iniquità che incide sulla vita materiale delle persone e sulla qualità della democrazia.
Si detassano gli amici, si tartassano lavoratori e pensionati.
Si viola consapevolmente il criterio costituzionale della progressività, il solo che può garantire una redistribuzione sensata della ricchezza per generare benessere e coesione sociale.
Non ci si può limitare a sperare genericamente.
Il carattere sistemico dell’ingiustizia distributiva richiede re-azioni e proposte praticabili a tutti i livelli, rispetto alle quali, allo stato, il problema principale è rappresentato dalla frammentazione politica, e purtroppo anche sindacale.
Bisogna agire come e dove si può, nelle grandi aziende, nelle categorie, nei confronti delle Regioni, enti locali e istituzioni, sia riguardo al costo della vita che ai servizi/beni essenziali, sicurezza personale, sociale e nel lavoro.
A lavoratori e pensionati, in un modo o nell’altro, va restituito il maltolto che li ha fortemente penalizzati nell’ultimo triennio fiscale. Quanto meno l’equivalente di uno stipendio o di un mese di pensione.
Non c’è nulla di più umano che lavorare per vivere. Ma bisogna essere messi nella condizione di poterlo fare: questo è compito-dovere della politica
È vero, il lavoro non si crea per decreto: e quindi? Come si concretizza il diritto al lavoro, che secondo l’articolo 4 della Costituzione è anche un dovere?
Lo Stato, attraverso le sue istituzioni, il governo in primo luogo, ha il compito di rendere esigibile questo diritto di vitale importanza per le persone e le famiglie. Di cosa vivono altrimenti?
A mio parere non si riflette abbastanza sul malessere derivante da una massa consistente di giovani che non lavorano ne studiano e dalle tantissime persone costrette ad arrangiasi perché, con o senza lavoro, non hanno reddito sufficiente nemmeno per mantenere se stessi.
È da irresponsabili non porsi nemmeno il problema. Non sentirsi in dovere di adottare misure concrete, anche a costo zero, a beneficio della collettività.
È dovere di chi governa, non solo a livello nazionale, “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
In primo luogo attraverso adeguati investimenti pubblici, a impatto sociale predeterminato e condizionato, in grado di generare quelli privati, in quantità e qualità tali da permettere a tutti di lavorare e contribuire allo sviluppo del Paese.
Questa è l’economia di scopo per la quale occorre impegnarsi e partecipare attivamente.
Nessuno immagina lo si possa fare dall’oggi al domani, ma è grave che la legge di bilancio non preveda nulla di sostanziale e quel poco che stanzia su IRPEF e ISEE accentui le disuguaglianze.
Al danno si aggiunge la beffa di una rottamazione fiscale che contribuisce a trasmettere un’idea malata della politica. Come devono sentirsi lavoratori, pensionati e cittadini che pagano regolarmente le tasse?
Siamo in una fase storica pericolosa. Tra ciò che avviene lontano e vicino a noi, una relazione c’è, da diversi punti di vista, ma bisogna stare attenti a tenere insieme slancio ideale e cultura di governo. Da non confondere con la governabilità fine a se stessa.
Il vento della reazione è forte, eppure dall’America arrivano anche fasci di luce e ventate di speranza rigeneranti. Aiutano a credere che una riscossa democratica è possibile attorno a idee e programmi che rimettono al centro il diritto di vivere dignitosamente di lavoro. Che tra questo e il costo della vita ci dev’essere un rapporto realistico e non impossibile.
Storia e memoria insegnano che il lavoro può schiavizzare o liberare.
Nella parte di occidente dove abbiamo la fortuna di vivere ha fatto enormi passi avanti, ma non ancora quelli decisivi. Anzi, al momento del dunque siamo arretrati. Questo è il problema.
È tempo di smascherare i capitalisti che se ne fregano del benessere collettivo e si fanno chiamare innovatori, quando in realtà sono autentici conservatori.
Moderni imbroglioni del discorso pubblico che bersagliano la democrazia, di cui il lavoro con diritti è il pilastro principale.
Sono loro ad avere paura del cambiamento. Ad impedire una distribuzione della ricchezza più sensata. Ad imbrogliare le carte in tavola sul merito, facendolo diventare l’esatto opposto di ciò che dovrebbe significare
Non servono estremisti, semmai serve contestare e contrastare l’estremismo economico e finanziario che ha guastato il mondo. Questo, al dunque, è il liberismo che mal sopporta le regole e avvelena il mercato.
La democrazia o procede o retrocede assieme anoi”. Il solo pensare (memoria benedetta) a quanto è costata impone a tutti e a ciascuno di fare la propria parte. Questo è il verdetto del tribunale moralmente superiore che corrisponde alla nostra coscienza.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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