L’Istat non mente. I nostri salari sono tra i più bassi d’Europa. Il potere d’acquisto di stipendi e pensioni continua a restringersi mentre l’inflazione torna a crescere. Il debito pubblico più alto, la crescita del Pil più bassa. Non sono opinioni politiche. I numeri, come diceva qualcuno, non hanno preferenze di partito.
Ma il dato economico non racconta tutto. Dietro quei numeri ci sono modelli di sviluppo e d’impresa che prevedono filiere produttive costruite deliberatamente per comprimere salari, diritti e stabilità occupazionale. Il risultato è stato e continua ad essere un trasferimento sistematico di ricchezza dal lavoro al capitale economico e finanziario. Non è un effetto collaterale indesiderato. È un sistema progettato.
La questione salariale: un problema politico spacciato per tecnico
Da anni il dibattito pubblico si arena sulle formule. Meglio il salario minimo o il salario giusto? Come se si trattasse di una disputa linguistica e non ci trovassimo di fronte alla certificazione di un impoverimento generalizzato che riguarda tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori. Il balletto attorno alle parole serve a guadagnare tempo, che è la tattica preferita chi non vuole cambiare nulla di sostanziale. Non è una novità
La verità è semplice ma scomoda: qualunque sia il tasso di crescita, la questione salariale non è risolvibile senza una diversa distribuzione della ricchezza. prodotta dalle imprese. Bisogna aumentare gli stipendi netti dei lavoratori dipendenti. È una questione grandemente politica, di cui si sono appropriati i tecnici, talvolta con proposte macchinose che non danno risposte alla perdita secca di potere d’acquisto delle retribuzioni.
L’ossessione della produttività ha colonizzato il dibattito fino a stravolgerne i termini. Si è arrivati a subordinare una parte significativa della retribuzione al continuo incremento della produttività, anno su anno, come se il livello dei consumi non dipendesse principalmente dagli stipendi e dalle pensioni ma da altri fattori che pure esistono ma sono strutturalmente secondari.
Certo che le imprese devono essere sane e profittevoli, questo è fuori discussione. Ma è l’economia che, pur mantenendo il principio di compatibilità, si deve adattare alla dignità della persona, non viceversa. La Costituzione esclude in modo chiaro la riduzione dell’individuo a ingranaggio.
I giovani: una generazione a cui è stato sottratto il futuro
È difficile sventolare il tricolore e parlare di identità nazionale davanti a giovani costretti a emigrare. Non lasciano l’Italia per mancanza di competenze o di voglia di lavorare. Se ne vanno perché troppo spesso il lavoro offerto non garantisce autonomia, stabilità e riconoscimento.
Per anni abbiamo accettato che il lavoro dei giovani fosse trattato come una forma di apprendistato permanente. Tipologie contrattuali moltiplicate, deroghe, sgravi e riduzioni contributive a somma positiva solo per le imprese, incentivate ad assumere a quelle condizioni.
Così il lavoro precario è diventato normale: denaro pubblico speso sistematicamente per pagare meno del dovuto i giovani, con il beneplacito delle imprese che incassano e la compiacenza interessata della politica. Do ut des.
Il salario d’ingresso è diventato troppo spesso un salario di minorità. E non c’è giustizia economica – né sociale, né democratica – nel ritenere normale che una generazione intera debba vivere peggio delle precedenti pur essendo spesso più istruita e qualificata. I giovani hanno bisogno di stipendi pieni, a maggior ragione nella fase della vita in cui si mette su famiglia. Questa è la ragione principale del perché non si fanno figli.
Una società che non permette alle nuove generazioni di progettare la propria vita si impoverisce su tutti i fronti: economicamente, culturalmente, democraticamente. Senza indipendenza economica non esiste vera libertà. E senza lavoro dignitoso i diritti rischiano di restare dichiarazioni formali su carta costituzionale.
Il lato oscuro del sistema produttivo colpisce i più vulnerabili: non solo immigrati.
Nel Decreto flussi 2026-2028 del governo Meloni si autorizzano 497.500 ingressi regolari “per lavoro subordinato, stagionale e autonomo”, che già in partenza prevedono falle incompatibili con il nostro modo di intendere la civiltà. Men che meno con il cristianesimo che a sproposito si evoca.
È una zona del sistema produttivo italiano che si preferisce non guardare troppo da vicino. Un attimo dopo il loro ingresso finiscono intrappolati in meccanismi che di legale hanno ben poco: salari bassissimi, alloggi degradati, ricatti continui, intermediazioni opache. La legge Bossi-Fini ha costruito un meccanismo perverso in cui il permesso di soggiorno dipende dal contratto di lavoro, trasformando il lavoratore straniero in una figura strutturalmente e permanentemente ricattabile.
Eppure i prodotti della terra finiscono negli scaffali della grande distribuzione e nelle industrie della trasformazione. I prezzi li paghiamo tutti. I costi sociali e umani li scaricano sui più vulnerabili.
E quando un sistema economico si abitua a comprimere diritti e salari dei più deboli, finisce per danneggiare l’intero mercato del lavoro.
Cittadinanza: non una scatola vuota, nè un premio di produttività
Lavoro e cittadinanza parlano la stessa lingua. O almeno dovrebbero. La cittadinanza non è uno status amministrativo né una concessione propagandistica da agitare sull’onda emotiva dei fatti di cronaca.
L’articolo 15 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è esplicito: ogni individuo ha diritto a una cittadinanza e nessuno può esserne privato arbitrariamente. È un principio nato dalle macerie del Novecento, da ciò che succede quando gli Stati decidono che alcune persone valgono meno di altre. Usare la cittadinanza come strumento simbolico di punizione politica o identitaria è incompatibile con qualsiasi cultura democratica degna di questo nome.
Le persone si giudicano per quello che fanno. Si processano e si condannano a norma di legge se commettono reati. Ma non si privano della propria dignità umana. Uno Stato democratico non alimenta paure per costruire consenso, piuttosto rafforza le condizioni materiali della convivenza: lavoro, istruzione, salute, casa. La vera sicurezza nasce dalla coesione sociale, non dalla propaganda.
Oggi si parla troppo di immigrazione, ma si fa poco o niente per i giovani che emigrano e per quelli che restano ma non riescono a costruirsi una vita autonoma.
Il sindacato e la legislazione che manca
Il ruolo del sindacato è fondamentale, ma per svolgere pienamente la sua funzione ha bisogno di una legislazione democratica di sostegno che oggi, non a caso, manca. Non si vogliono intaccare interessi particolari che cozzano contro i diritti costituzionali dei lavoratori. Troppo tecnicismo, troppa autoreferenzialità, troppa distanza dal problema vero della rappresentanza democratica dei lavoratori.
Abbiamo ascoltato di recente ricette che interpretano la libertà sindacale esattamente all’opposto di ciò di cui l’Italia ha bisogno: per costruire nuove gabbie salariali travestite da modernità. Puro tecnicismo comprensibile solo agli addetti ai lavori e inapplicabile fuori dai convegni.
Le condizioni davvero essenziali sono due, e tutto il resto è contorno: produrre ricchezza in modo sostenibile e distribuirla più equamente. Senza la seconda è un continuo girare attorno al problema di fondo senza mai affrontarlo.
Non basta dire che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro se poi questo non basta più a garantire alle persone libertà, dignità e cittadinanza. Ci vuole empatia di valore.
«Chi semina utopia raccoglie realtà», diceva Carlo Petrini – amico autentico di Papa Francesco, compagno di pensiero sull’ecologia integrale, sulla centralità della persona, sul valore civile e umano del cibo e del lavoro. Non è una frase consolatoria. È una lezione politica, nel senso più alto e nobile della parola. È un programma di lavoro.
Vale per il mercato. Vale per le parti sociali. Vale soprattutto per l’Italia.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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