Le lavoratrici e i lavoratori del Commercio, del Turismo e dei Servizi non sono figlie e figli di un dio minore.
Eppure, nel corso degli anni, sono stati progressivamente relegati in una condizione di marginalità sociale e contrattuale, attraverso un processo socialmente fraudolento, che ha normalizzato il lavoro povero e precario fino a trasformarlo in sistema.
Per questa ragione è importante che oggi emerga un risveglio sindacale in grado di contestarlo e contrastarlo sia dal punto di vista normativo che retributivo e comportamentale.
Spendersi pubblicamente per questo obiettivo può sembrare naturale, ma nel contesto italiano rappresenta un atto di coraggio. È così che interpreto la relazione al XIII Congresso nazionale della UILTuCS, svoltosi al Lingotto di Torino, del riconfermato Segretario Generale Paolo Andreani.
Al di là delle parole di circostanza che spesso accompagnano tavole rotonde, convegni e dibattiti congressuali, resto convinto che i muri più duri verranno alzati proprio da quelle forze politiche imprenditoriali e professionali che il lavoro povero e precario lo hanno promosso, praticato e reso strutturale.
Temo tuttavia che non vi sia sufficiente consapevolezza delle implicazioni profonde connesse alle rivendicazioni preannunciate: rinnovare i CCNL prima della scadenza; portare il part-time a un minimo di 25 ore settimanali; ottenere aumenti salariali capaci di recuperare il potere d’acquisto perso, dunque superiori all’inflazione maturata e maturanda tra un rinnovo contrattuale e l’altro.
Credo che il conflitto sarà inevitabile, anche se ritengo che la sfida debba essere lanciata con l’obiettivo dichiarato di prevenirlo, per poter attribuire la responsabilità della eventuale (probabile) rottura alle associazioni imprenditoriali.
La migliore pedagogia sindacale è fare ciò che si dice. Contrattare e lottare con l’empatia che richiede e merita l’universo umano che si rappresenta.
Facciamo contare tutte le vite
In ogni vita respira e si rispecchia l’umanità. L’economia deve corrispondere a questo scopo e il lavoro deve rappresentare quella parte di tempo che dà armonia all’esistenza, il luogo nel quale si realizza la pari dignità, qualunque sia la mansione svolta o l’azienda di appartenenza.
Oggi chi lavora nel Commercio, nel Turismo e nei Servizi sente fortissimamente il bisogno di riconquistare questa condizione, perché i diritti personali e sociali non possono dipendere dalla sorte, ovvero dal CCNL che le imprese “scelgono” di applicare.
C’è una potente simbologia nella scelta del Lingotto di Torino come sede del XIII Congresso nazionale della UILTuCS. E c’è anche una significativa coincidenza ideale tra il tema “Vite che contano” e la prima Lettera Enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas.
Il Lingotto ci aiuta a comprendere la differenza tra la grande impresa industriale del Novecento, che non esternalizzava quasi niente, e quella contemporanea che invece appalta ed esternalizza quasi tutto per concentrarsi sul cosiddetto core business.
Le campate che un tempo ospitavano le catene di montaggio dell’industria automobilistica italiana sono diventate un grande polo multifunzionale progettato da Renzo Piano, maestro di rigenerazione. Questo termine deve indurci a riflettere sulla differenza tra l’innovazione efficentista ossessionata dal profitto e la capacità di innovare e rinnovare nella prospettiva di un progresso che include e tiene insieme.
Per quattro giorni, dal 27 al 30 maggio, nel luogo simbolo del lavoro industriale, la ribalta è stata dedicata al Commercio, al Turismo e ai Servizi, dove il lavoro povero e precario è diventato disagio permanente, con punte di autentica sofferenza.
Il Terziario è da tempo il baricentro del sistema produttivo del Paese, eppure il valore sociale e la solidità contrattuale riconosciuti a chi ci lavora continuano a essere confinati in una condizione di subalternità.
Proprio nei servizi si concentrano oggi le forme più acute di frammentazione, precarietà e svalutazione umana del lavoro, spesso determinate da grandi imprese e da istituzioni che sono diventate di fatto i veri capofila del dumping contrattuale e sociale.
Se la prima Enciclica di papa Prevost richiama con forza la necessità di custodire la centralità dell’essere umano e la dignità della persona di fronte alle derive di un’efficienza tecnologica e algoritmica intimamente nichilista, il sindacato traduce questa stessa urgenza in una richiesta concreta di cambiamento.
Non c’è nulla di irriverente in questo accostamento. Anzi, è vero il contrario. Rimanere umani, anche e soprattutto in economia e nel lavoro, è nella memoria e nello scopo del sindacalismo confederale.
Con “Vite che contano” si è voluto rimuovere il velo dell’astrazione numerica e delle statistiche che annacquano e confondono la realtà. Si è voluto riportare al centro le persone, i lavori e i settori nei quali è venuto meno il senso di responsabilità imprenditoriale che, lo si ricordi, corrisponde anche a precisi doveri costituzionali.
Dietro le casse dei supermercati, nelle cucine e sale dei ristoranti, nelle stanze d’albergo o nei servizi dati in appalto – vigilanza, sanità privata, portierato, ristorazione scolastica e ospedaliera e molti altri ancora – non si muovono semplici unità di costo o standard di produttività. Si muovono vite, persone, famiglie.
Rivendicare che il Terziario diventi “primario” significa affermare che sulla dignità delle persone non si possono applicare sconti come si fa con le merci.
Serve un salto di qualità sia all’interno delle singole organizzazioni sia nei rapporti unitari. La premessa indispensabile per realizzare questa inversione di tendenza è trasformare le rivendicazioni in patrimonio comune.
Richiede un diverso modo di concepire e praticare la contrattazione inclusiva. Un salto di qualità culturale e motivazionale prima ancora che organizzativo.
Il principio “nessuno sotto, nessuno sopra” sintetizza efficacemente questa visione.
“Nessuno sotto” significa affermare l’esistenza di una soglia invalicabile di diritti, salario e tutele previdenziali, sotto la quale nessuna persona deve essere spinta.
“Nessuno sopra” significa invece che non esistono lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Non esiste una dignità diversa a seconda dell’anello della filiera in cui si lavora.
Esiste un solo mondo del lavoro che chiede di essere unito, rispettato e remunerato equamente. Ed è da qui che bisogna ripartire.
I punti di riferimento fondamentali non mancano. A quelli già richiamati si aggiunge la Festa della Repubblica del 2 giugno.
Se la democrazia si è infragilita è soprattutto perché si è svalorizzato il lavoro, che non a caso i Padri costituenti indicarono come fondamento della Repubblica. E se l’una e l’altro hanno arretrato, forse dipende anche da un certo disincanto, incompatibile con il sindacalismo maturo di cui oggi c’è bisogno.
Meno etichette, più contenuti
Il lavoro non è tutto. Ma senza lavoro dignitoso diventa difficile costruire qualcosa di importante per sé stessi e per la propria famiglia.
La parabola del Lingotto insegna a non avere paura del cambiamento, ma a starci dentro con la ferma determinazione di codecidere, di contestare il rifiuto di informare e contrattare con le organizzazioni sindacali, pretendendo anche la trasparenza e gli obiettivi degli algoritmi. Si può e si deve.
Magnifica Humanitas richiama la sacralità della persona, che può essere custodita solo da un’economia a misura d’uomo. La Costituzione italiana contiene già questa idea di società: chiede soltanto di essere applicata con la coerenza richiesta dalla sua progettualità.
Un’idea di società che era entrata nel mondo del lavoro ma negli ultimi decenni ne è uscita, almeno in parte, in modo subdolo, attraverso processi convergenti che hanno consegnato alle imprese lavoratrici e lavoratori sempre più ricattabili, privi di diritti effettivi.
Restituire il maltolto, come chiedono e meritano le lavoratrici e i lavoratori del Terziario, deve diventare il comune sentire dell’intera categoria e delle Confederazioni. Mettersi a disposizione di questo storico obiettivo è davvero un imperativo morale.
G.G.
