C’è ancora futuro per il lavoro dignitoso in Italia?
Lavoratori agricoli arsi vivi ad Amendolara, nel profondo Sud. Operai ridotti in condizioni di sfruttamento nei cantieri del nuovo Consolato degli Stati Uniti a Milano, capitale economica e finanziaria del Paese.
Luoghi diversi, lontani nello spazio ma accomunati dalla stessa realtà. Il legame tra lavoro, sfruttamento e interessi criminali continua a manifestarsi lungo le filiere produttive dell’intero Paese.
Gli sfruttatori seriali fanno più danni dei delinquenti comuni, ma nei loro confronti non c’è neanche lontanamente la “tolleranza zero” riservata a questi.
I caporali che reclutano e sfruttano la manodopera operano spesso all’interno di reti che incrociano criminalità organizzata, interessi economici opachi e complicità istituzionali.
Non siamo di fronte a casi isolati né a responsabilità esclusivamente individuali. Davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, il magistrato Paolo Storari, titolare dell’inchiesta che ha portato all’arresto del manager Ulas Demir della società americana Caddell, ha descritto un sistema fondato su pratiche organizzative consolidate.
Lo sfruttamento, ha spiegato, non nasce soltanto dalla condotta di singoli capi o imprenditori senza scrupoli. È il risultato di modelli d’impresa che considerano il lavoro un costo da comprimere il più possibile. Salari insufficienti, appalti e subappalti a cascata, elusione delle norme e scarico delle responsabilità rappresentano meccanismi ormai diffusi. Talmente diffusi da essere diventati sistema .
Le inchieste che hanno coinvolto grandi gruppi della distribuzione, della logistica, della cantieristica, della vigilanza privata e del lusso, dimostrano che il problema non riguarda settori marginali dell’economia. Siamo di fronte a un fenomeno nazionale normalizzato che mette in discussione il valore costituzionale del lavoro e produce effetti negativi sull’insieme del lavoro dipendente.
Il lavoro povero, insicuro e sfruttato non è più un’eccezione. È una realtà che troppo spesso viene tollerata da chi ne trae vantaggio economico e politico, favorita da un contrasto all’illegalità largamente insufficiente. In alcuni casi con livelli di inerzia e tolleranza inaccettabili.
C’è ancora un domani per il lavoro dignitoso?
Se il presente è rappresentato da lavoratori che muoiono nei campi o da persone sfruttate nei cantieri delle nostre città, nei poli logistici e lungo filiere produttive concepite per efficientare il profitto comprimendo sistematicamente il costo del lavoro, la risposta sembrerebbe negativa.
Se invece da questi fatti nasce una consapevole reazione civile, collettiva, politica e sindacale all’altezza della situazione, allora il discorso cambia. Dipende anche dalla capacità dei gruppi dirigenti di non farsi disorientare da un governo che ha fatto della divisione delle organizzazioni sindacali uno dei propri obiettivi politici.
Il lavoro dignitoso non può diventare un ricordo del passato o un obiettivo irraggiungibile. Deve tornare a essere il fondamento dello sviluppo economico e della convivenza democratica. La Costituzione è chiara. Il problema è farla rispettare.
Anche la tecnologia deve essere orientata a questo obiettivo, per favorire trasparenza, controlli e tracciabilità anziché nuove forme di subordinazione e controllo unilaterale.
L’indignazione di breve momento, senza seguito, non basta e non serve. Come ha ricordato Monsignor Francesco Savino, Vescovo di Cassano all’Jonio, serve “una sana ribellione delle coscienze”: non soltanto emotiva, ma propositiva, operativa e partecipata.
Le tragedie del lavoro non coincidono soltanto con gli infortuni mortali. Lo sfruttamento e le forme contemporanee di schiavitù sono tragedie quotidiane che si consumano sotto i nostri occhi, che guardano ma non vedono. Non sono fatalità. Sono il risultato di un sistema che premia la concorrenza al ribasso sulle persone, la frammentazione delle responsabilità e la ricerca del profitto immediato, costruito sulla compressione salariale incompatibile con un Paese democratico.
Intervenire sulle cause strutturali si può e si deve.
Se necessario, anche attraverso il conflitto sociale e sindacale nei confronti di chi ostacola il cambiamento: governi, istituzioni e soggetti economici che non assolvono fino in fondo alle proprie responsabilità.
La prima causa strutturale riguarda il sistema degli appalti e dei subappalti. Non è accettabile che lungo la filiera si moltiplichino intermediazioni che producono profitti parassitari a danno evidente dell’ultimo anello della catena: lavoratrici e lavoratori.
Affidare lavori a soggetti che non sono in grado di eseguirli direttamente significa legalizzare un’intermediazione onerosa a monte che si traduce in salari più bassi e minori tutele a valle.
Serve una tracciabilità completa delle filiere, una responsabilità solidale effettiva e strumenti digitali capaci di individuare tempestivamente irregolarità salariali, contributi sociali non versati, violazioni degli orari e condizioni di sfruttamento.
La denuncia delle responsabilità politiche resta necessaria, ma da sola non basta. Occorre rilanciare l’iniziativa contrattuale e il confronto con le imprese e le associazioni che le rappresentano.
Allo stesso tempo occorre rafforzare il sistema ispettivo, sostenere l’azione delle Procure specializzate nei reati legati al lavoro – valorizzare il ruolo della rappresentanza sindacale, RLS e RLST, anche promuovendo azioni legali, con il pieno sostegno delle organizzazioni sindacali.
Ma nessuna riforma sarà sufficiente senza una nuova cultura imprenditoriale.
La competitività d’impresa deve basarsi sulla qualità di ciò che si produce, sulla sostenibilità e sull’equilibrio tra i diversi fattori che la determinano. La scorciatoia del taglio dei salari e dei diritti non è merito, è pura irresponsabilità sociale.
Il vero cambiamento dipende anche dalla capacità dei lavoratori di organizzarsi e di ricostruire legami di solidarietà.
Il lavoro deve unire. Non dividere.
Tornano quindi centrali temi come la rappresentanza certificata, il contrasto al dumping contrattuale, il salario minimo legale, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, la formazione continua e il contrasto all’abuso della flessibilità.
Occorre inoltre contrastare il nominalismo lessicale inconcludente e fuorviante. Adesso i Giovani industriali parlano di “salario competitivo” per andare a parare su un modo di intendere la produttività che banalizza la partecipazione dei lavoratori e rende subalterna la rappresentanza sindacale. Il vero premio aziendale è l’equa e contrattata distribuzione dei utili.
Il lavoro deve tornare a essere uno strumento di emancipazione e cittadinanza. La storia del movimento operaio insegna che i diritti non sono mai stati concessi spontaneamente: sono stati conquistati attraverso organizzazione, conflitto e partecipazione democratica.
Sta a noi trasformare la sofferenza che viene dal basso in azione collettiva e la ribellione delle coscienze in riforme capaci di impedire che il lavoro continui a essere fonte di umiliazione, precarietà o morte.
Sì, c’è ancora un domani per il lavoro dignitoso, ma non sarà un regalo degli sfruttatori seriali, anzi. Questi, comunque si travestano, sono i nostri acerrimi avversari.
Nella difesa del lavoro dignitoso c’è la resistenza alla degenerazione in corso e nel contempo la prospettiva di una società inclusiva che rifiuta una economia che confonde il profitto con il valore e la competitività con la capacità di sfruttare al meglio le persone.
G.G.
