Dalle buone intenzioni alle risposte concrete c’è di mezzo la trattativa: quella iniziata il 29 luglio tra CGIL CISL UIL e le Associazioni imprenditoriali. Una trattativa che in verità non è ancora entrata nel merito dei singoli temi, di cui tuttavia si parla da molto “tempo”, ma finora con scarsi risultati.
Sarà la volta buona?
Le premesse ci sono, ma il problema non è fare un accordo qualsiasi, purchessia, bensì un Accordo di sistema che riqualifichi il ruolo della rappresentanza e della contrattazione, con la dichiarata volontà di riportare il lavoro, tutto il lavoro nell’alveo della Costituzione e riconnetterlo alla vita delle persone. In primo luogo per quanto riguarda il recupero e la salvaguardia del potere d’acquisto degli stipendi, costantemente falcidiati da una inflazione superiore agli aumenti salariali.
Nessuno può dire con certezza se il mese e mezzo trascorso dall’invio della piattaforma unitaria del 17 giugno sia stato utilizzato proficuamente dai rappresentanti delle imprese, o se corrisponda alla collaudata tattica del “rinvio”.
Viviamo in un Paese dove abbondano furbizie di corto respiro, e dove il fattore tempo spesso è stato utilizzato dalle imprese per trarne vantaggio, diventando esso stesso uno dei principali problemi che l’auspicato Accordo quadro dovrebbe risolvere.
Serve un meccanismo cogente di adeguamento periodico degli stipendi con una clausola di recupero automatico che scatti in caso di stallo e insopportabili lungaggini che danneggiano i lavoratori.
Servono rinnovi contrattuali in grado di recuperare gradualmente il potere d’acquisto perso, con aumenti salariali superiori all’inflazione maturata e maturanda.
Nonostante questo pesante fardello – o forse proprio in virtù della consapevolezza che non si può andare avanti così – la volontà delle parti sociali di realizzare un’intesa appare sincera, benché sarebbe ingenuo sottovalutare le distanze e le aspettative di partenza, non solo sulla parte retributiva.
A mio parere la distanza più significativa di partenza riguarda il modello di sviluppo e la connessa democrazia economica. Basti pensare ai diversi modi di intendere la partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese e alla Legge 15 maggio 2025, n. 76 – che, per amore di verità, porta la firma di Meloni e Sbarra. Una legge che tra l’altro richiama l’art. 46 della Costituzione ma ignora il 41, che costituisce il cuore della libertà imprenditoriale abbinata agli obblighi e alle connesse responsabilità nei confronti dei lavoratori.
La trattativa è partita con un Governo apparentemente in disparte, ma nient’affatto al di sopra delle parti. Benché, per eterogenesi dei fini, le sue contorsioni politiche e legislative hanno contribuito a favorire l’interlocuzione diretta tra le parti sociali.
Il Paese reale è rappresentato dai corpi intermedi. Fanno parte della democrazia.
Realizzare un’intesa diretta tra le parti sociali è di fondamentale importanza per il futuro del lavoro e dell’economia, dopo decenni di pirateria contrattuale, la quale rappresenta la parte più evidente e degradante di un generale indebolimento della contrattazione sindacale.
Chi persegue la disintermediazione paradossalmente ha finito per ridare centralità proprio ai corpi intermedi, ma la partita della democrazia in Italia è apertissima, siamo in presenza di ostinati tentativi di manomettere la Carta con proposte di legge che ne contraddicono lo spirito e la lettera.
Non può esserci stabilità né coesione sociale senza uno sviluppo equilibrato che passi dalla valorizzazione del lavoro e dalla contrattazione collettiva.
La trattativa che si svilupperà attraverso la fitta rete di incontri già calendarizzati per settembre non è priva di incognite, ma va affrontata con la determinazione necessaria per arrivare alla sottoscrizione dell’intesa entro il termine prefissato del 28 settembre. Per i rituali italiani sarebbe una salutare novità.
La Piattaforma unitaria di CGIL CISL UIL non è un semplice elenco di rivendicazioni categoriali. Essa mira a democratizzare il sistema delle relazioni sindacali e della contrattazione del nostro Paese, a beneficio di un’economia in sostanziale stallo, nonostante i 200 miliardi del PNRR.
L’urgenza di una svolta emerge con chiarezza dai dati macroeconomici. Gli utili record registrati anno dopo anno da colossi bancari come Intesa Sanpaolo e Unicredit stridono con la realtà di un Paese che fatica, attestato su una crescita modesta e priva di qualità.
Questi record, peraltro, derivano in larga misura dalla continua riduzione del personale e desertificazione degli sportelli sui territori, e dal lucro sistematico sul differenziale tra i tassi applicati a prestiti e mutui – schizzati verso l’alto – e quelli, molto più bassi, riconosciuti a correntisti e risparmiatori.
Il settore creditizio non è un caso isolato: il drenaggio di ricchezza attraverso gli extraprofitti si è esteso ad altri comparti strategici. L’energia e le utilities hanno mantenuto artificialmente elevati i costi anche dopo il superamento della crisi delle materie prime; le assicurazioni hanno aumentato i premi RC auto giustificandoli con l’inflazione mentre i sinistri sono calati; logistica e grande distribuzione hanno scaricato l’inflazione sui prezzi al consumo comprimendo al contempo i salari lungo la filiera di appalti e subappalti. La sostanza non cambia: una iniqua redistribuzione della ricchezza che penalizza chi vive di lavoro e quanti non ci riescono nemmeno.
Una debolezza strutturale che produce effetti dolorosi, il più grave dei quali è il silenzioso esodo delle giovani generazioni.
Di fronte a un fenomeno così doloroso che priva l’Italia del suo capitale umano più prezioso, le dichiarazioni della ministra del Lavoro Marina Calderone sono perfino difficili da commentare: sostenere che in Europa nessuno stia meglio dell’Italia, consigliando ai giovani che espatriano di “parlare prima con i tecnici del ministero”, denota una rinuncia a comprendere le cause profonde del loro disagio esistenziale.
Il legame tra le richieste della piattaforma e il contesto generale del Paese emerge anche nel parallelo con “certe” proposte di legge in discussione in discussione in Parlamento e misure già adottate.
Laddove il sindacato punta a rafforzare la partecipazione dei lavoratori ai processi decisionali attraverso la codeterminazione, alcuni partiti di governo vanno in direzione opposta: il progetto di premierato assoluto e la nuova legge elettorale rischiano di sbilanciare in modo irreversibile l’equilibrio dei poteri dello Stato. Esiste il rischio concreto di trasformare per legge una minoranza reale in maggioranza parlamentare assoluta. Così si esasperano i conflitti e si allontanano i cittadini dalla partecipazione, minando il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica. Non sono le formule a risolvere i problemi dei cittadini e dei lavoratori.
In diverse occasioni e anche nel recente “Referendum sulla giustizia” del 22-23 marzo 2026, non ha vinto una corporazione contro un’altra: ha vinto la Costituzione nella sua interezza, con la conferma di un assetto fondato sul bilanciamento dei poteri come premessa per garantire diritti e doveri di solidarietà.
La piattaforma unitaria di CGIL CISL UIL si muove precisamente nel solco della nostra Carta. Affrontare la trattativa di settembre con fermezza significa dunque qualcosa di più grande della difesa degli interessi materiali dei lavoratori: significa riaffermare che sviluppo economico, giustizia distributiva e tenuta democratica non possono prescindere dalla centralità dei corpi intermedi e dalla piena valorizzazione del lavoro. La posta in gioco è altissima. Questa è una trattativa che serve al Paese.
Il valore del negoziato diretto sta tutto nelle risposte che le due parti sociali sapranno formulare senza infingimenti e ipocrisie. C’è chi le deve dare le risposte, e c’è chi le deve ricevere, fermo restando che tutti hanno il dovere di essere credibili e affidabili.
Chi ha pagato il conto finora sono le lavoratrici e i lavoratori italiani che in Europa sono penosamente ultimi, nonostante certe avvilenti dichiarazione nei confronti dei giovani italiani che emigrano. Ci vorrà tempo per risanare il lavoro ammalorato da una valanga di precariato, da abusi e soprusi che si consumano in modo diffuso e sistematico in determinati settori come il Turismo, la Ristorazione, il Terziario. La svolta che ci si aspetta è una chiara inversione di tendenza in grado di restituire speranza e fiducia in un futuro migliore. Altro non c’è da dire, per il momento. Settembre non è lontano
G.G.
