Migrare È una delle esperienze più antiche dell’umanità. Non è un’invenzione della modernità.
C’è qualcosa di contraddittorio nel modo in cui il fenomeno migratorio viene affrontato nel nostro tempo. Lo si presenta come un’emergenza invece di riconoscerlo per ciò che è sempre stato: una costante della storia umana.
Eppure siamo certi che esso, oggi, sia strettamente connesso alle disuguaglianze globali, alle guerre, agli squilibri economici e alla crisi climatica, che una parte della geopolitica contemporanea continua ad ignorare, coltivando l’illusione di risolvere i problemi con la forza. Un approccio che in realtà li aggrava.
Ogni civiltà, ogni comunità stabile, ogni esperienza storica duratura è anche il risultato di migrazioni riuscite.
La Sicilia, più di molte altre terre, lo racconta nella propria storia millenaria. Per la sua posizione geografica, oggi frontiera d’Europa nel Mediterraneo, è stata nei secoli luogo d’incontro tra popoli diversi: Greci, Arabi, Normanni, Svevi e molti altri hanno lasciato tracce profonde, generando nuove identità.
Le identità si formano, non sono realtà immobili. Sono il prodotto dell’incontro, del dialogo, della conoscenza reciproca, dello scambio umano e culturale. Sono il grande miracolo del dare e avere tra persone e popoli.
Oggi assistiamo al tentativo di trasformare la migrazione in una minaccia permanente da affrontare con misure eccezionali: muri, militarizzazione dei confini, respingimenti. Come se fosse possibile fermare con la forza un fenomeno che accompagna la storia dell’uomo fin dalle sue origini.
Non è accettabile che si faccia così poco a monte e ci si accanisca così tanto a valle.
Le cause profonde delle migrazioni vengono troppo spesso ignorate, mentre tutta l’attenzione si concentra sui loro effetti.
Questa crisi è certamente politica, ma prima ancora morale.
La pace autentica si costruisce rimuovendo le ingiustizie che rendono la vita di molte persone insopportabile. Quando la miseria, la guerra, l’assenza di diritti o di prospettive diventano insostenibili, gli esseri umani affrontano deserti, mari e viaggi simili a un’Odissea contemporanea che nessuna barriera può arrestare.
La storia insegna che non esistono alternative credibili alla necessità di governare il fenomeno con umanità, equilibrio e ragione.
Anche noi eravamo quelli che partivano e in parte (che si continua a ignorare) lo siamo ancora, sia pure in condizioni diverse dal passato
Non si decide mai a cuor leggero di lasciare la propria terra, la propria casa, la propria famiglia.
Tra la fine dell’Ottocento e la metà degli anni Settanta del Novecento oltre venticinque milioni di italiani emigrarono verso altri Paesi e continenti. Difficile trovare nella storia moderna fenomeni migratori di tali proporzioni.
Molti svolsero i lavori più duri, pericolosi e malpagati. Furono sfruttati, discriminati, umiliati. Non pochi persero la vita.
Oltre alla tragedia di Marcinelle, esistono pagine meno conosciute ma altrettanto drammatiche della nostra emigrazione: Aigues-Mortes, New Orleans, Monongah. E resta fortemente simbolica la tragica fine di Sacco e Vanzetti, condannati nel 1921 e giustiziati sulla sedia elettrica nel 1927, per motivi chiaramente politici e perché erano immigrati italiani stigmatizzati.
Quando la memoria smette di operare, il rischio di ripetere gli errori e le ingiustizie del passato diventa concreto.
Ma la memoria non si trasferisce automaticamente. Tocca alle istituzioni, alle famiglie, alla scuola, alle associazioni e alle organizzazioni sociali trasmetterla a chi non ha vissuto direttamente quelle esperienze.
Tra queste realtà, considero fondamentali anche le organizzazioni sindacali coerenti con la loro missione storica, che è anche quella di essere agenzie naturali di educazione e formazione civile, attraverso la cultura costituzionale dell’economia e del lavoro.
Serve uno sguardo diverso da quello dominato da stereotipi e pregiudizi che prima ci fanno vedere il colore della pelle e la provenienza delle persone, per giustificare misure selettive e palesemente discriminatorie.
Altro che parlare di “dublinanti” e trattare i migranti come merce di scambio nelle contese politiche tra Stati, mentre questioni davvero urgenti come lavoro, infortuni mortali, salari, salute, pensioni e servizi pubblici e costo della vita restano sullo sfondo.
Il lavoro è il problema dei problemi
La via maestra passa attraverso un’economia diversa da quella che negli ultimi decenni ha alimentato squilibri e disuguaglianze in nome di una competitività senza scopo destinata solo a confermare gli squilibri.
L’economia va riparata e ricostruita mettendo al centro la persona.
Oggi il capitale attraversa il mondo senza incontrare frontiere. Le persone invece si scontrano con muri, barriere, recinzioni fisiche e sociali. Il capitale è cittadino del mondo. L’uomo è clandestino. Cambiare prospettiva si può e si deve.
Diritto di restare, diritto di emigrare, diritto di vivere del proprio lavoro.
Dietro ogni uomo o donna privi di occupazione c’è una domanda di giustizia e spesso un potenziale migrante.
Non c’è nulla di più umano che desiderare un lavoro, mantenere la propria famiglia, avere una casa, mandare i figli a scuola e vivere senza paura.
Questo è il problema dei problemi per chi parte, per chi arriva e per chi resta. I nostri giovani ne sanno qualcosa.
È il lavoro che mette in sicurezza la vita.
Una persona senza lavoro, senza prospettive e senza speranza difficilmente può sentirsi davvero libera e sicura. La sicurezza comincia molto prima di un confine: il suo pilastro è la possibilità di vivere con dignità.
Questa prospettiva è molto diversa da quella che riduce la migrazione o il disagio crescente di tanti giovani a un semplice problema di ordine pubblico.
Governare fenomeni complessi richiede certamente fermezza, ma soprattutto strumenti adeguati alla loro natura: impossibile raggiungere buoni risultati senza cooperazione internazionale, integrazione, formazione, lavoro regolare, lotta allo sfruttamento e contrasto alla criminalità.
I veri trafficanti di esseri umani sono coloro che sfruttano la vulnerabilità delle persone per trarne profitto. Sono anche quelli che li fanno entrare forzatamente nel gioco politico, riducendoli a cose e pratiche da smaltire. Contano i fatti.
La guerra è il primo nemico del lavoro e della dignità umana. È il fattore aggravante di ogni crisi, di ogni problema economico e sociale.
Tutte le persone hanno il diritto di avere diritti. Questa dovrebbe essere la bussola di una politica seria, capace di confrontarsi con la realtà anziché inseguire contrapposizioni ideologiche o scorciatoie propagandistiche.
È possibile costruire un mondo nel quale partire sia una scelta e non una necessità? Non solo è possibile. È necessario. E per l’Italia ha un duplice significato.
Quando una persona lascia il proprio Paese o la propria casa perché non vede alcun futuro per sé e per i propri figli, non siamo più nel campo della libertà ma della sua negazione.
Nel 1967 Paolo VI scrisse profeticamente: “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. Sviluppo, non mera crescita quantitativa che lascia le cose come sono.
“Aiutiamoli a casa loro” va bene, ma non deve diventare il pretesto per maltrattarli in casa nostra.
Occorre intervenire in tutti i modi e le situazioni in cui è possibile per impedire che cadano nelle mani delle organizzazioni criminali, di imprese e imprenditori senza scrupoli che li sfruttano nei campi, nei cantieri e altri luoghi di lavoro, a danno di loro stessi e di tutti noi, per gli effetti negativi che generano.
Non esistono vite clandestine.
Nessun essere umano può valere meno delle merci che attraversano liberamente il pianeta. Questo non significa ignorare le regole, significa che le regole devono essere al servizio delle persone e della collettività e non viceversa.
Una democrazia degna di questo nome deve saper governare senza negare se stessa. Non deve erigere muri contro la dignità. Vale indistintamente per i cittadini italiani e per gli immigrati. Sicurezza e umanità stanno insieme.
Nessun essere umano è clandestino di fronte al diritto naturale di vivere dignitosamente. La via maestra è il lavoro: come lo concepisce la Costituzione.
L’ostacolo è “questo capitalismo” ingordo che per competitività intende la supremazia del profitto su ogni altro fattore: in primis quello umano.
Si riparta da qui.
G.G.
