Lavoro, salari, pensioni, libertà, pari opportunità: diritti diversi, ma appartenenti alla stessa idea di cittadinanza.
Occorre sgomberare subito il terreno dall’equivoco secondo il quale i diritti sociali e i diritti civili appartengano a due campi diversi e alternativi tra loro. Da una parte il lavoro, i salari, le pensioni, la sanità; dall’altra le libertà individuali, l’uguaglianza, l’autodeterminazione, i diritti della persona. Come se fosse necessario scegliere quali difendere e quali sacrificare.
È una rappresentazione comoda, ma falsa e fuorviante.
La persona non è divisibileI suoi diritti sono interdipendenti. Chi vive nella precarietà o non riesce ad arrivare alla fine del mese, chi non può permettersi una casa o rinvia continuamente le cure necessarie non vive la propria libertà nelle stesse condizioni di chi dispone di sicurezza economica e di opportunità. Allo stesso modo, chi vede limitate le proprie libertà fondamentali, subisce discriminazioni o non può autodeterminarsi pienamente, vive in una condizione di disagio permanente anche se possiede un reddito.
Sociale e civile sono due dimensioni costitutive della stessa cittadinanza.
Lo ha dimostrato con particolare evidenza una stagione della nostra storia repubblicana che oggi rischiamo di ricordare soltanto per frammenti. Come ha scritto Luigi Manconi, gli anni Settanta sono stati il periodo nel quale la mobilitazione per i diritti sociali e per le libertà soggettive procedettero insieme, realizzando alcune delle più importanti riforme dell’Italia moderna: lo Statuto dei lavoratori, la chiusura dei manicomi, il nuovo diritto di famiglia, gli asili nido pubblici, il divorzio, la soppressione delle gabbie salariali, l’interruzione volontaria di gravidanza, l’abolizione delle classi differenziali. Nello stesso periodo fu istituito il Servizio sanitario nazionale e venne legalizzata l’obiezione di coscienza.
Furono conquiste unitarie e trasversali all’insegna del progresso a un tempo sociale, civile e culturale. Prese corpo la libertà. La quale, tuttavia, diventa concreta quando esistono le condizioni materiali per esercitarla in tutti gli ambiti relazionali e della convivenza.
Questo è il significato precipuo del diritto di avere diritti a cui a cui dedicò la sua vita il giurista Stefano Rodotà, di cui è bene ricordare queste parole: “i diritti fondamentali si pongono a presidio della vita, che in nessuna sua manifestazione può essere attratta nel mondo delle merci”.
Il lavoro, prima di tutto Non basta dire che l’occupazione cresce, se una parte crescente di lavoratori e lavoratrici fatica e sempre più spesso si indebita per arrivare alla fine del mese. Non basta focalizzarsi sul numero degli occupati ignorando la qualità dei contratti, la precarietà, i salari insufficienti, la perdita di potere d’acquisto e l’incertezza che impedisce a milioni di persone di progettare il proprio futuro.
Se lavorare non garantisce più una vita dignitosa, vuol dire che siamo di fronte a una metamorfosi estranea alle finalità della democrazia che implica una equa distribuzione della ricchezza prodotta.
Il lavoro è il principale strumento di emancipazione sociale, soltanto se garantisce salario adeguato, sicurezza, formazione, stabilità, contrattazione collettiva e possibilità di crescita personale. Se invece diventa il prezzo da pagare per poter sopravvivere, la sua funzione si rovescia e il bisogno diventa ricatto.
La questione salariale, dunque, è strettamente connessa alla possibilità di vivere, di curarsi, di abitare, di costruire una famiglia, di partecipare alla vita sociale. E quando il costo della vita cresce più rapidamente delle retribuzioni, assieme alla perdita di potere d’acquisto si restringono gli spazi di libertà.
Per questa ragione il carovita non può essere affrontato con misure a breve termine, come la riduzione delle accise sui carburanti o la defiscalizzazione parziale, per pochi e per poco tempo di aumenti salariali che non tengono il passo con il costo della vita. Tutte le lavoratrici e i lavoratori devono recuperare potere d’acquisto, il che significa una sola cosa: aumenti salariali e fiscalità a saldo positivo rispetto all’inflazione maturata e maturanda.
Ai giovani non basta e non serve, adesso, un libretto previdenziale
La “proposta” di istituire un libretto previdenziale fin dalla nascita, di per sé non sarebbe sbagliata, ma è scollegata dal lavoro che rimane il presupposto determinante di ogni pensione futura.
Oggi milioni di lavoratrici e lavoratori – i giovani soprattutto – hanno pochi contributi Inps e di previdenza integrativa, non hanno bisogno di fughe in avanti ma di lavoro stabile e decentemente retribuito.
Quando un giovane laureato guadagna poco più di quanto percepiva durante un “tirocinio”, acquistare una casa diventa un miraggio e mettere al mondo un figlio una decisione da rinviare solo per ragioni economiche, non siamo più di fronte a un problema genericamente statistico. Siamo in presenza del diritto negato di costruire liberamente il proprio progetto di vita.
Il futuro si costruisce con il lavoro e il welfare, con pari opportunità per tutte e tutti. Altrimenti si continua a galleggiare nell’incertezza
E qui la contrapposizione tra diritti sociali e diritti civili svanisce definitivamente.
Le donne pagano il prezzo più alto
Le conquiste degli ultimi decenni sono importanti e non possono essere cancellate, ma persistono disuguaglianze radicate, carichi di cura distribuiti in modo squilibrato – anche per carente legislazione di sostegno, come il congedo parentale paritario, miseramente accantonato – che si traducono in una bassa e ulteriormente penalizzante partecipazione al mercato del lavoro.
Favorire l’occupazione femminile, investire nei servizi per l’infanzia e rendere possibile una reale conciliazione tra lavoro e vita familiare non significa inseguire una moda: significa affermare la libertà come diritto paritario tra persone e generi, a beneficio dell’intera società. Nel commercio, nel turismo e nei servizi urgono nuove tutele. A maggior ragione per chi lavora a tempo parziale.
Le donne hanno bisogno sia di stipendi dignitosi che della piena tutela dei diritti individuali. Separare queste due esigenze significa non vedere la persona nella sua interezza, non vedere le barriere culturali e civili ancora da abbattere.
La distanza che misura la nostra democrazia
Quando determinati problemi persistono nel tempo, vuol dire che ci sono diritti indeboliti, negati o inaccessibili. È il caso del lavoro povero, delle pensioni insufficienti, dei giovani non adeguatamente retribuiti, delle disuguaglianze di genere. Questioni diverse, ma accomunate dalla distanza tra diritti formalmente riconosciuti e l’impossibilità di esercitarli.
Questa distanza è uno dei problemi più seri della nostra democrazia, ovvero la necessità di curare il benessere dei cittadini e tutelare le persone più fragili anche da fenomeni aggressivi ammantati di falsa modernità. Si promettere la felicità, si nega perfino la salute mentale di bambini e adolescenti.
A livello internazionale – che comunque ci riguarda direttamente, data la dimensione planetaria dei social media – lo abbiamo constatato anche nei giorni scorsi con il patteggiamento di Meta (Facebook, Instagram) a pagare un risarcimento di 18 miliardi di dollari alle procure di 29 Stati americani, per aver progettato deliberatamente le proprie piattaforme in modo da creare dipendenza nei minori, e di aver raccolto dati su ragazzini di appena tredici anni senza il consenso dei genitori.
Fino a qando  “qualcuno” non ha deciso di contestare con determinazione questo modo irresponsabile di realizzare profitti. La strada da seguire è questa, correre ai ripari si può e si deve.
Extraprofitti: Una responsabilità che riguarda tutti
Se si ritiene ragionevolmente che gli extraprofitti generati da situazioni geopolitiche eccezionali debbano essere sottoposti a un prelievo altrettanto eccezionale, per finalità redistributive, bisogna avere il coraggio di affrontare la questione con strumenti coerenti e non limitarsi a chiedere all’Europa ciò che non si è disposti a fare in casa propria.
La responsabilità, prima o poi, torna a casa, e riguarda anche il modo nel quale si decidono le priorità. Se si trovano le risorse per incrementare (discutibilmente) le spese militari, chi governa non deve farlo a scapito della spesa sociale.
Si tratta di stabilire quale idea di Paese promuovere e con quale modello di sviluppo la si vuole costruire.
Le organizzazioni sindacali devono essere ascoltate non come interlocutori di serie B, ma come parte essenziale di una democrazia. La rappresentanza collettiva dei lavoratori, la contrattazione e la partecipazione sono strumenti attraverso i quali i diritti possono diventare concretamente esigibili.
Settembre sarà il mese delle carte in tavola: non farsi dividere sarà decisivo.
I diritti non hanno aggettivi
Che siano sociali, civili, economici, politici o individuali, i diritti appartengono tutti alla stessa persona e non sono per nulla alternativi al senso del dovere che in primo luogo dev’essere presidiato dalle istituzioni, dal senso civico del rispetto che si deve a tutti, dall’educazione e dalla formazione.
La vera sfida, quindi, non è stabilire quali abbiano la precedenza sugli altri. È fare in modo che non rimangano sulla Carta. La distanza tra i diritti previsti e conquistati e quelli realmente usufruibili rappresenta la misura di una disuguaglianza non più sopportabile. Non servono slogan e bandierine. Servono atti e fatti concreti.
Ed è qui che il lavoro, con la sua molteplicità di significati, continua ad essere il luogo fondamentale nel quale le persone sperimentano concretamente dignità, autonomia, sicurezza e partecipazione. Oppure il luogo dove tutto questo viene negato.
Può aprire il futuro oppure impedirlo. Può essere il primo gradino della cittadinanza effettiva oppure trasformarsi in una nuova forma di esclusione.La differenza non la fa la parola “occupazione”. La fanno il salario, i diritti, la salute e la sicurezza, la stabilità, la formazione, la contrattazione. La possibilità di vivere del proprio lavoro.
Per questo i diritti civili e diritti sociali sono parti inseparabili della stessa idea di persona, della stessa idea di democrazia e cittadinanza.
Separarli significa indebolirli entrambi. Tenerli insieme significa rimettere al centro ciò che troppo spesso il dibattito politico perde di vista: la persona concreta con i suoi bisogni, le sue aspirazioni e la sua dignità. Questa è la premessa e lo scopo del:
Non separare ciò che la Costituzione unisce.
G.G

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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