A Napoli si è svolta la terza e ultima manifestazione di CGIL CISL UIL a sostegno delle richieste che finora non hanno trovato “ascolto” ma solo risposte dirette e indirette di segno contrario.
Unica eccezione la temporanea riduzione del cuneo contributivo a beneficio dei lavoratori fino al 31 dicembre 2023, in verità iniziata dai precedenti governi.
Poco, a fronte di una inflazione che ha falcidiato tutti gli stipendi, molti dei quali magri o addirittura poveri e ben al disotto dell’ipotetico salario orario minimo di legge che si continua a rifiutare.
Se a questo si aggiunge la “poco realistica” flat tax che mette a rischio il welfare, e l’autonomia differenziata che aggrava gli squilibri economico sociali già esistenti, i rischi di regressione per chi vive di lavoro e pensione aumentano.
Che fare?
Dopo le manifestazioni interregionali di Bologna Milano e Napoli, un seguito dovrà esserci.
Sull’ipotesi dello sciopero generale per il momento ci si pone in tre modi diversi, sintetizzabili con il “si, no, ni” dei Segretari Generali delle tre Confederazioni, alla luce di valutazioni e sensibilità diverse che non dispiacciono a quanti sono pronti a lucrare sulle eventuali spaccature.
Vecchio modo di pensare del sempiterno “divide et impera”.
Personalmente, penso che l’unità sindacale vada rafforzata e allargata, sui contenuti e sugli obiettivi di fondo, alla luce dell’articolata presenza sindacale nei luoghi di lavoro, come si è verificato nei giorni scorsi con il rinvio dello sciopero nazionale del 19 maggio dei lavoratori del trasporto aereo aderenti a CGIL CISL UIL UGL a seguito dell’emergenza in Emilia-Romagna.
La quale va ben oltre la dimensione regionale e richiede risposte di sistema “epocali”, come epocale è il problema del clima guasto per cause derivanti dal modo di produrre e di consumare.
Reggere unitariamente sullo sciopero generale, dopo gli ultimi due proclamati solo da CGIL e UIL, sarebbe un fatto importante, ma prima di eventualmente arrivarci, sarà utile fare il punto e darsi una prospettiva sia di breve che di medio periodo adeguata alla realtà.
A cominciare dal fatto che ci si confronta con un governo che prevedibilmente resterà in carica fino al 2027.
E con la rivoluzione tecnologica con la quale è impossibile non interagire e assumersi responsabilità.
Una strategia sindacale matura deve saper coniugare le emergenze con la qualità dello sviluppo incentrata su ambiente e lavoro che solo una economia di scopo condiviso può alimentare.
Qui risiede il problema: la condivisione spesso non è gradita, anzi rifiutata.
Altro che partecipazione e art. 46 della Costituzione.
Ma bisogna crederci e battersi.
Un Paese migliore si costruisce gradualmente solo se si imbocca la direzione giusta che è quella di curare il clima, il territorio e le infrastrutture come non si è mai fatto.
Unitamente a risposte positive nel breve termine, di cui c’è bisogno.
Non c’è un prima e un dopo ma un nuovo equilibrio economico ambientale e sociale da costruire dall’alto e dal basso.
Tutte le imprese, tutte le persone, tutti i consumi, tutti i governi e tutte le organizzazioni politiche e sociali, sono attori all’interno di questo processo.
I capitalisti “illuminati” hanno capito che il mercato autoreferenziale non è la soluzione ma il problema, che ogni investimento ha un impatto che si tramuta in valore solo se il legittimo utile d’impresa diventa parte di un risultato più grande che comprende la cura dell’ambiente e il sociale incentrato sul lavoro dignitoso e rispettato nei suoi elementi costitutivi.
La battaglia per la condivisione di una simile progettualità, volta a salvare il pianeta, è, a un tempo, politica e culturale, dialettica e trasversale, di breve e, nel contempo, lungo periodo, come avviene nelle rivoluzioni epocali dei sistemi produttivi.
Liceo del Made in Italy e Ponte sullo Stretto da “affidare” a giovani architetti italiani?
Propaganda pura che ci espone al ridicolo e ci isola a livello internazionale.
Che non educa ma diseduca. Altro che formazione.
Quando si è vecchi di testa si adottano scorciatoie e sotterfugi che, nel tempo, producono disastri difficilmente rimediabili in poco tempo.
Il problema non è sciopero generale sì o sciopero generale no, ma il come eventualmente ci si arriva.
I motivi non mancano, le condizioni mi lasciano perplesso.
A mio parere manca una sufficiente sintonia con il Paese reale (che non è solo quello simpatetico al nostro modo di pensare e di sentire), non surrogabile da rituali e slogan distanti dall’azione sindacale e contrattuale di tutti i giorni.
Il Sindacato, da solo, non può fare quello che compete ad altri, talvolta deve fare anche supplenza, ma sbaglia a considerarsi immune da critiche, carenze e ritardi di vario tipo, soprattutto nel modo di concepire la contrattazione.
Serve realismo, servono riforme mirate più che generico riformismo contrapposto a un immaginario antagonismo che non esiste.
Oggi il Sindacato italiano si trova di fronte a una prova nuova, come “nuovo” è il governo con il quale si deve rapportare, alla luce di orientamenti e scelte di campo che accentuano il disequilibro tra imprese e lavoratori, pubblico e privato, nord e sud, redditi alti e medio bassi.
Fisco, voucher, contratti a termine, sanità e autonomia differenziata rendono evidente in quale direzione vadano le misure adottate finora.
Una direzione difficilmente correggibile mediante schemi relazionali non più adeguati.
Non è facile, ma bisogna provarci.
Non basta sventolare bandiere e gareggiare a chi ne sventola di più, se prima e dopo le manifestazioni e gli eventuali scioperi non si sviluppa una strategia sindacale coerente nei luoghi di lavoro.
Credo sia questo il punto debole del Sindacato, da curare attraverso la consapevolezza delle nuove problematiche, non facile da improvvisare dall’oggi al domani, utilizzando meglio, anziché penosamente sciupare, i diritti che già esistono, come quello di informazione.
Tasto dolente la formazione dei lavoratori di cui tutti parlano e molti CCNL non prevedono nemmeno come diritto esigibile.
C’è bisogno di un sindacalismo maturo che concepisca la contrattazione a tutti i livelli -dal più basso al più alto-, come un discorso generale da sviluppare in direzione di uno scopo.
La piazza ha la sua importanza, perché è difficile immaginare lo sviluppo della democrazia economica senza una salutare dose di conflitto.
Ma questo non può essere fine a sè stesso.
Per collocarsi in una realistica prospettiva di cambiamento del modello di sviluppo, dev’essere carico di premesse e progettualità coerenti.
Se questo obiettivo di fondo non diventa la stella polare della contrattazione e della formazione sindacale strategica dei quadri e dei gruppi dirigenti -con il coinvolgimento dei lavoratori e dei loro delegati-, difficilmente le organizzazioni sindacali potranno partecipare, a pieno titolo, alla lunga e problematica transizione verso l’economia di scopo, ambientale, civile e sociale, non focalizzata solo sul profitto.
Una transizione rispetto alla quale, ogni Paese deve fare la sua parte e costruire giorno dopo giorno il proprio futuro.
Intanto un grazie di cuore a tutte le persone che, a vario titolo, si stanno prodigando in Emilia Romagna per soccorrere e aiutare chi ne ha bisogno, con la speranza che questa ulteriore lezione possa entrare nella coscienza delle persone e favorire finalmente una svolta in termini di scelte e investimenti conseguenti.
G.G.
