Un Paese che si divide anche sulle sciagure non può andare lontano.
La contrapposizione precostituita su tutto equivale a qualcosa di peggio del pregiudizio ideologico.
È lotta di potere che allontana la soluzione dei problemi.
L’attuazione del Pnrr e la ricostruzione post alluvione in Emilia Romagna faranno capire in che direzione andrà l’Italia nei prossimi anni.
Il conflitto fisiologico è salutare, ma oltre un certo limite diventa un “muro contro muro” a somma negativa.
Serve più collaborazione interna e con l’Europa.
La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni e Stefano Bonaccini provengono da scuole e forze politiche diverse, ma nella veste istituzionale dei rispettivi ruoli hanno il dovere di collaborare per affrontare e risolvere al meglio i problemi.
Sarà possibile fare dei passi avanti in questa direzione, con il contributo di tutti e di ciascuno?
Il governo ha risposto alle manifestazioni sindacali convocando CGIL CISL UIL UGL il 30 maggio per “discutere” di riforme istituzionali, delega fiscale, inflazione, sicurezza sul lavoro, previdenza e produttività.
Temi corposi sui quali il confronto è avviato da tempo ma non ha ancora prodotto i risultati attesi dai lavoratori, con particolare riferimento agli effetti dell’inflazione, benché tutti i temi in agenda contribuiscano a determinare la qualità della vita presente e futura dei lavoratori.
Dei giovani che cercano lavoro e non lo trovano o lo rifiutano a determinate condizioni; delle imprese che cercano giovani e non li trovano, “alle loro condizioni”.
A conferma del fatto che sbaglia chi banalizza il cortocircuito tra domanda e offerta di lavoro, anziché andare al cuore del problema.
Il lavoro è anche sacrificio (che forma e aiuta a capire), va bene.
Ma non va bene che, soprattutto nei servizi, molte imprese chiedano troppo e offrano poco.
Le ragazze e i ragazzi vogliono vivere.
È un peccato? È una pretesa eccessiva?
È inutile scomodare sociologi, economisti e analisti con le idee precostituite che danno copertura alla precarietà chiamandola flessibilità.
Il confronto a Palazzo Chigi in verità riprende da posizioni già chiaramente espresse sia dal governo che dalle parti sociali e da ciascuna organizzazione.
A questo punto si tratta di capire se esiste la volontà di venirsi incontro e in che misura, con dati e argomenti alla mano, oppure no.
Non serve continuare a discutere senza concludere niente.
Così come non serve più il conformismo, anche sindacale, fatto di rituali e slogan che non incidono su nulla ma servono solo a consolidare “scenografie” che impediscono di affrontare le cause della crisi della partecipazione di cui soffre anche il mondo sindacale.
Far finta che questo problema non esista induce ad adottare espedienti penosi come quelli emersi dalla manifestazione di Napoli, prontamente strumentalizzati da Italia Oggi.
Notizie preoccupanti che meritano di essere verificate e prese in seria considerazione per l’onorabilità dell’organizzazione coinvolta, non per il suo contrario.
L’immagine del Sindacato la danneggia chi fa o permette “certe cose”, non chi ne parla e se ne preoccupa.
Adesso bisogna immedesimarsi nella vita delle persone che vivono di lavoro, pensione e sussidi; relazionarsi dialetticamente con le imprese e chi le rappresenta, anche a prescindere da ciò che deciderà di fare o non fare il governo.
Il Sindacato, a mio parere, deve sposare con convinzione lo sviluppo sostenibile come occasione di cambiamento graduale ma virtuoso (transizione), mediante la via maestra della contrattazione, alla luce e con lo spirito dell’art. 46 della Costituzione, esercitando come si deve il diritto di informazione.
Dobbiamo dirci con realismo e onestà intellettuale che la ricomposizione del mondo del lavoro attraverso gli schemi normativi e relazionali esistenti non ci sarà mai.
Essi derivano dalla sconfitta storica che ha prodotto il precariato e il ritorno di nuove forme di sfruttamento che il “sistema” ha ipocritamente integrato considerandole funzionali a un certo modo di perseguire la competitività che include la concorrenza illimitata al massimo ribasso che colpisce e umilia le lavoratrici e i lavoratori.
Non la competitività in quanto tale va messa in discussione, ma la sua degenerazione.
Il Sindacato deve comunque continuare a fare il suo lavoro di rappresentanza degli interessi dei lavoratori, in autonomia dai governi e dai partiti, senza pregiudizi e senza mai abbandonare il principio di responsabilità, elemento base della formazione e della funzione sindacale.
La migliore difesa dei lavoratori si realizza all’interno dell’interesse generale del Paese e di un modello di sviluppo equilibrato non più lasciato al caso.
L’economia del XXI secolo, anche alla luce del riscaldamento globale e dell’intelligenza artificiale destinata a sconvolgere le imprese e i sistemi produttivi, come in parte già avviene, non può più essere svincolata da interessi collettivi superiori che travalicano anche i confini nazionali.
Rispettarli non significa limitare la libertà imprenditoriale ma associarla alla Responsabilità Sociale d’Impresa che rende possibile un mondo migliore.
Il nostro ruolo sta li.
Ma bisogna saperlo esercitare.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *