La frammentazione sindacale e la relativa babele contrattuale esistenti in Italia sono frutto di un semi-liberismo economico malamente camuffato e di una gigantesca ipocrisia politico istituzionale che coinvolge le grandi aziende e purtroppo anche le articolazioni dello Stato.
Al di là della accorata moral suasion del presidente della Repubblica Mattarella, in tutte le occasioni istituzionali che gli si presentano, perlopiù manca, soprattutto ai politici, l’onestà intellettuale di parlare chiaro a tutti gli attori dell’economia e di agire di conseguenza, alla luce di una Costituzione che chiede solo di essere attuata, anziché clamorosamente negata da chi dovrebbe dare l’esempio.
Il Sindacato fatica, ciascuna organizzazione ha le proprie responsabilità e ritardi, va riqualificato e rilanciato il sindacalismo confederale che garantisce a tutte le lavoratrici e i lavoratori di tutti i settori, i diritti basilari.
Oggi purtroppo non è così, in forme anche insensate e odiose.
Altro che merito. Altro che flessibilità.
In questo lasciar fare che genera condizioni di lavoro e di vita diametralmente opposte, per mano delle stesse organizzazioni sindacali che firmano i più importanti CCNL e contratti aziendali di secondo livello, i perdenti di ultima istanza sono le lavoratrici e i lavoratori sottopagati e mal trattati.
Sono le persone in carne e ossa alle quali gioverebbe, eccome se gioverebbe, un salario minimo comunque definito.
Ma sul salario minimo se ne sentono di tutti i colori.
Si inventano problemi che non esistono pur di non affrontare quello che esiste e richiede una risposta unitaria degna di un paese civile.
Certo che sarebbe preferibile la via contrattuale.
Ma oggi siamo nella fase storica in cui si evince che, non solo non è stato possibile arginare efficacemente il fenomeno della contrattazione pirata, ma perfino CGIL CISL UIL firmano contratti che prevedono retribuzioni orarie e mensili da fame.
1.090 euro lordi al mese, 6,50 l’ora, nel 2026.
Non è possibile, non ci si può credere.
Ma è così, perché vi è un sistema complessivo che lo prevede e lo tollera, in un concorso di responsabilità che, come sindacato, ci vede dentro e partecipi, naturalmente non riferibile al singolo ruolo di chi materialmente firma gli accordi.
Chi sostiene che sia meglio la via contrattuale, deve spiegare perché fino adesso non sia stato possibile e indicare come ci si possa arrivare oggi.
Altrimenti la via legislativa è una strada obbligata, non certo per indebolire la contrattazione bensì per rafforzarla e spingere in alto tutte le retribuzioni.
La terza ipotesi che farebbe male ai lavoratori è quella di trovarci di fronte a organizzazioni sindacali contrapposte, a dispetto del largo e trasversale consenso che il salario minimo riscuote nel Paese per ragioni più che comprensibili.
Anzi, sono convinto che il termine minimo vada meglio concettualizzato e riempito di contenuti pertinenti con la vita reale delle persone.
Non si deve riferire solo all’aspetto salariale. Il che significa che deve includere un welfare di base universale.
E questo, a sua volta, si deve modernizzare, anche attraverso la leva virtuosa della fiscalità sociale e degli aiuti condizionati alle imprese che ne hanno bisogno.
Il Ticket restaurant dovrebbe entrare a pieno titolo nel paniere del welfare, a sostegno concreto di tutte le persone che lavorano a tempo pieno, che escono di casa al mattino e tornano la sera, o con turni costi e disagi aggiuntivi.
Mangiare è una cosa che capiscono tutti e di cui tutti hanno bisogno nel corso di una giornata lavorativa piena e spesso faticosa.
Da tempo mi domando per quale ragione, a milioni di lavoratrici e lavoratori che si spaccano la schiena, anche in condizioni climatiche avverse, non si debba riconoscere un buono pasto.
È l’ennesima dimostrazione della società capovolta che fa apparire privilegiati le lavoratrici e i lavoratori che beneficiano di “normali condizioni normative e retributive”, anziché porsi il problema di estenderle a tutti, in un’ottica di sostenibilità generale, fiscalità compresa.
Sarebbe spesa e giustizia sociale benedetta, quella destinata ad estendere il Ticket Restaurant a tutte le lavoratrici e lavoratori a tempo pieno.
Un “Minimo”, quindi, per vivere dignitosamente; non per sopravvivere come esuli sociali ai quali viene negata la possibilità di dare ai figli e concedere a sè stessi un po’ di benessere.
La lotta all’evasione fiscale va inquadrata (e spiegata) anche e soprattutto come recupero di preziose risorse da destinare agli investimenti produttivi, soprattutto in infrastrutture vitali per il futuro del paese e in spesa sociale per una economia strutturalmente sana.
Lavoro, retribuzione e welfare, presente e futuro, fanno parte di un unico problema che richiede visione d’insieme e strategia/progettualità conseguente, rispetto alle quali la carta vincente non è lo scontro pregiudiziale continuo con organizzazioni sindacali ancillari che si schierano.
Sarebbe una sconfitta per tutti.
Senza autonomia vera evapora l’anima sindacale di cui hanno bisogno i lavoratori di fronte a qualsiasi governo, impresa e associazione imprenditoriale.
Di fronte a problemi epocali non si può e non si deve interagire con mentalità, metodi, strumenti, tempi e proposte fuori dal tempo e dalle sue dinamiche.
La dialettica democratica e anche il conflitto mirato sono inevitabili, anche quando creano problemi e disagi ai cittadini, come abbiamo constatato in occasione dei recenti scioperi nei trasporti, dimezzati d’autorità.
Un Sindacato che non protesta e contesta mai, non è più un sindacato ma qualcos’altro.
Eppur tuttavia la carta vincente del cambiamento è sempre quella dell’incontro e della condivisione, ben interpretati dall’art.46 della Costituzione e in tutti i principi fondamentali che la rendono matrice di progresso e modernità.
Garanzia per la tenuta di valori ideali e sentimenti che non conoscono l’usura del tempo e nei quali tutti dovremmo riconoscerci.
Ponti, non muri e filo spinato.
Pace, non guerra.
Costruzione comune, non distruzione reciproca, solo per stabilire chi ha vinto e chi comanda.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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