Non ci si vergogna più di niente.
Altrimenti non saremmo arrivati a tanto: un Paese ricco con una massa di lavoratrici e lavoratori poveri, sfruttati e sottopagati.
Logica conseguenza di un sistema produttivo sbilanciato e di normative di appoggio concepite per aggirare i diritti costituzionali di un grande numero di persone e di giovani in particolare.
Per convenienza della parte che ne trae profitto aggiuntivo.
Ma anche per pericoloso “disimpegno” delle istituzioni preposte ai controlli, figlio del lasciar fare che asseconda di fatto le diffuse irregolarità, le quali, con molta ipocrisia, vengono incluse nel concetto di flessibilità.
Da tempo siamo ben oltre il necessario e corretto utilizzo della flessibilità.
Sono stati distrutti gli argini civili e sociali di ultima istanza previsti dalla Costituzione, che il ritorno sconvolgente dell’inflazione ha reso ancor più evidente.
Argini che vanno ricostruiti in modo virtuoso, facendo tesoro anche degli errori passati.
Quella attuale è una condizione che crea sofferenza alle tante persone costrette a lavorare per retribuzioni orarie misere.
Un problema grosso per la nostra democrazia, che chiama in causa anche il ruolo del Sindacato e non solo della politica.
I legislatori, nel corso degli ultimi decenni, hanno reso più difficile la funzione sindacale primaria della rappresentanza collettiva dei lavoratori ai diversi livelli.
Penso anche che le organizzazioni sindacali abbiano avuto difficoltà, e tuttora facciano fatica, a realizzare un rinnovamento non di facciata, e che vi sia stata una parziale metamorfosi culturale, di un certo ceto sindacale medio alto, che ha invertito il rapporto tra strumento e scopo.
Nasce da qui la competitività nociva tra organizzazioni sindacali, che è cosa diversa dal benefico pluralismo e della basilare libertà sindacale.
Ci torneremo.
Intanto trionfa il tatticismo politico del rinvio, di fronte a una vera e propria emergenza sociale che costringe tante persone a una vita di rinunce e spesso di emarginazione.
Rinvio che rafforza la distanza tra Paese reale e Istituzioni.
L’Italia è pronta a recepire il salario minimo, lo vuole, ne capisce l’importanza e le implicazioni. È imperdonabile non rendersi conto che il vero problema è non averlo.
Continuare a perdere tempo equivale a condannare milioni di persone e famiglie a convivere con una sofferenza psicofisica stressogena, che costituisce l’opposto della salute e della sua tutela.
Condizione ancor più amara in tempo di ferie e vacanze, per quanti non possono beneficiarne nemmeno per pochi giorni.
Persone famiglie e bambini che meriterebbero più attenzione e rispetto.
Chi ha mai messo in discussione il ruolo determinante delle imprese per realizzare sviluppo lavoro e benessere?
Ma bisogna dire altrettanto chiaramente che nel nostro Paese esiste il problema contrario, che non tutte le imprese sono uguali e si comportano correttamente.
E bisogna dirlo non solo in televisione o nelle dichiarazioni ai giornali, ma direttamente e in modo conseguente alle grandi imprese e istituzioni, che hanno la responsabilità principale delle filiere produttive, tramite gli appalti i subappalti e le esternalizzazioni, all’interno delle quali succede di tutto per effetto della concorrenza al ribasso che colpisce i lavoratori che ne sono “oggetto”.
Queste persone, questi “compatrioti”, meritavano ben altro che un rinvio in autunno della discussione in parlamento del progetto di legge sul salario minimo a 9 euro l’ora e di altre proposte sopraggiunte.
Di quali problemi insormontabili parlano quelli che stanno ostacolando la soluzione?
La politica ha il dovere di parlare chiaro a quella parte del mondo imprenditoriale e dei suoi cattivi consigliori, che dimostrano, nei fatti, una sconcertante insensibilità sociale.
Incompatibile anche con la sola ipotesi dello sviluppo sostenibile, senza il quale le future generazioni difficilmente avranno un futuro migliore della condizione presente.
Bisogna arrampicarsi sugli specchi per dichiararsi contro il salario minimo orario, invocato anche da imprenditori non particolarmente illuminati come il Presidente del Gruppo Prada Patrizio Bertelli o da esponenti della destra sociale come Gianni Alemanno, il quale dice apertamente che “c’è una deriva liberista di questo governo che concentra tutta l’attenzione sulle imprese”.
In Germania il salario minimo è diventato legge nel 2015 e non è successo niente di sconvolgente: solo effetti positivi. Come negli Paesi.
Non è un dogma accodarsi agli altri, ma ci sarà pure una ragione se in Europa lo applicano quasi tutti e nei pochi Paesi in cui non è stato istituito è solo perché i salari di fatto sono più alti.
Secondo il precitato Presidente del gruppo Prada: « l’introduzione di un salario minimo è innanzitutto un atto di civiltà. Ci sono ben quattro articoli della Costituzione, l’1, il 4, il 35 e il 37 che ribadiscono come la nostra Repubblica tuteli il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni. L’Italia è l’ottava potenza economica del mondo ma in Europa è una delle cinque nazioni, insieme a Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia a non prevedere un limite minimo di retribuzione. Mi pare sia giunto il momento di colmare questa lacuna».
Perché, allora, si questiona su una cosa così evidente?
La si utilizzi come grande occasione di “concordia nazionale”.
Se non ci si ritrova uniti su questo, su cos’altro potremo sentirci italiani ed europei del XXI secolo?
G.G.
