La via maestra per affrontare i problemi con la volontà di risolverli è quella di agire sulle cause.
Vale sia per i problemi economici che per quelli sociali che ne conseguono.
Quanto più è alto è il tasso di disoccupazione, sottoccupazione, lavoro irregolare o del tutto illegale e sottopagato, tanto più è profondo ed esteso il disagio sociale.
Il lavoro non risolve tutti i problemi, ma è il principale problema che caratterizza i noti squilibri territoriali, generazionali e di genere, settoriali e retributivi, che ormai fanno parte del sistema.
Sono cioè strutturali e solo operando sulle cause è possibile realizzare gradualmente e progressivamente il tipo di sviluppo economico che si pone come scopo l’inclusione sociale.
In una società aperta dinamica e complessa qual è la nostra, è impossibile trovare risposte perfettamente aderenti alle aspettative di ogni persona e ai bisogni essenziali di tutte le famiglie.
Ma il problema del nostro presente risiede nella certezza che il vecchio modello di sviluppo capitalistico, incentrato sullo sfruttamento di tutte le possibilità in funzione del proprio risultato e a prescindere delle ricadute sociali e ambientali, non regge più.
Far finta di niente non può che peggiorare la situazione.
Il perno di tutto è il lavoro umano e da umanizzare, la struttura portante è l’economia, il sociale è strettamente legato a queste due realtà, da riportare a sintesi e virtuosa sinergia.
Da questo punto di vista ritengo sconcertante che in un’economia avanzata come quella italiana non debba essere istituito e condiviso un salario minimo.
A cosa devono aspirare i giovani di cui tanto si parla, non sempre con cognizione di causa, entrando nel mondo del lavoro?
Cosa succede in una famiglia con figli adolescenti i cui genitori non lavorano o lavoricchiano e guadagnano pochissimo?
Di Caivano ce ne sono tante in Italia.
Quando il contesto in cui si vive concretamente non offre spazi e occasioni di incontro e di vita comunitaria, ci si affida alla sorte, all’arte di arrangiarsi, a fenomeni dai quali più facilmente emerge la “moderna” banalità del male.
Violenza nei confronti di giovanissime donne, talvolta ancora bambine, da parte di gruppi di ragazzi privi di educazione di base.
Quando non addirittura di adulti e perfino parenti.
Degrado e squallore. Solitudine paralizzante delle vittime.
Cosa può e deve fare lo Stato attraverso le sue istituzioni, nell’incontro con le famiglie, in collaborazione con tutte le strutture che operano nel territorio?
Il governo ci sta provando.
A mio parere con le idee un po’ confuse, più sul versante degli effetti che sulle cause del malessere. Vedremo.
Intanto, all’interno del governo, c’è ancora qualcuno che dice più impresa e meno Stato, dimostrando di non capire la portata dei problemi.
Mentalità derivante dal classico approccio che delega al “libero” mercato problemi che questo non può minimamente risolvere, che richiedono una forte e autorevole presenza pubblica nient’affatto alternativa a quella delle imprese, rispetto alla quale l’iniziativa privata e la finanza non possono più estraniarsi.
Serve responsabilità sociale d’impresa e investimenti finanziari a impatto misurabile e certificabile.
Se non crescono le imprese, in quantità e qualità, stiamo tutti peggio.
Quantità e qualità devono stare in equilibrio, a cominciare dal cosa, quanto, dove e come si produce, rispetto ai problemi di cui oggi siamo consapevoli.
Nel mondo si produce cibo per 12 miliardi di persone, che non basta a sfamarne 8.
Perchè?
Intanto il numero di persone che soffrono la fame nel mondo ammonta (dati Fao) a oltre 800 milioni e 3,1 miliardi di persone non possono ancora permettersi una dieta sana.
I consumi alimentari in Italia scendono del 3%, per effetto dell’inflazione che rende ancor più urgente adeguare gli stipendi e fissare ad almeno 9,5 euro la paga oraria, cifra ancor più realistica alla luce del generalizzato aumento dei prezzi degli ultimi 2 anni, tuttora in corso.
Non basta dire che “nessuno deve rimanere indietro” o che “lo Stato ha preferito occuparsi d’altro”, pensando di cavarsela con frasi a effetto che poi vengono smentite dai fatti.
Sono tanti i politici e i “soggetti” interessati ai quali non va bene uno Stato di sana e robusta Costituzione.
Che sottovalutano le conseguenze negative derivanti da uno Stato debole o assente nel territorio, dove le persone vivono concretamente.
Serve, eccome se serve, anche la polizia, ma non per dare spettacolo una tantum, a scapito dell’impegno continuo nel tempo.
In caso contrario le persone sono costrette a vivere in “libertà limitata” e i giovani a “perdersi” in una concezione della libertà deleteria e distruttiva.
In occasione della decima edizione de Il Tempo delle Donne, nel suo saluto Mattarella lo ha detto chiaramente: la libertà non è mai contro gli altri, per sopraffare o fare del male agli altri.
Che significato dare al decreto Caivano?
Se la criminalità minorile è una emergenza, è impossibile affrontarla se non la si concepisce all’interno di una emergenza più grande che la produce.
Agire sulle cause è impegnativo per tutti, perché tutti, in un modo o nell’altro, siamo attori e non solo spettatori.
Ragione di più per riscoprire il valore della collaborazione, dell’incontro e anche del buon compromesso che consente di fare dei passi avanti.
Ma questo lo deve permettere chi ha il pallino in mano nelle varie situazioni, il governo in primo luogo, altrimenti il conflitto è inevitabile, non perché lo si preferisca o anteponga al dialogo/confronto.
L’equilibrio è la vera rivoluzione di cui c’è bisogno, ma occorre chiedersi: chi non lo vuole?
La politica non è spettacolo.
Quando lo diventa segnala, debolezza e non forza.
Dove si concentra la dispersione scolastica?
La povertà educativa ti segna per tutta la vita.
Il valore dell’istruzione e della cultura è inestimabile ed è su questo che bisogna puntare con maestri (possibilmente di vita), insegnanti, assistenti sociali, programmi, luoghi e spazi per i giovani.
Idee, equilibrio, parole e fatti.
Lo Stato non è solo la polizia, benché la sua presenza al posto giusto nel momento giusto, sia molto importante.
L’inizio dell’anno scolastico è una grande festa, carica di speranza, impegno e anche preoccupazioni di vario tipo che coinvolgono il Paese intero.
In questa occasione lo Stato si manifesta con il suo volto più bello, pieno di vita e di speranza, legate alla giovane età di figli e nipoti, ma anche con la consapevolezza delle sue falle e dei suoi fallimenti pregressi, primo tra tutti la dispersione scolastica.
Non si tratta di essere buonisti o giustificazionisti. Tutt’altro.
Occorre anche fermezza.
Ma in primo luogo la consapevolezza che il più delle volte i giovani a rischio o già sbandati, sono vittime che possono fare vittime, in pericolo e pericolosi, bisognosi di particolare cura e attenzione.
I discorsi ripetitivi e inconcludenti non servono.
Occorre fare qualcosa di riconducibile a una prospettiva di recupero e risanamento “ambientale”.
Almeno in parte essi sono vittime della mancata educazione e formazione degli adulti, politici compresi, che, non a caso, pensano di cavarsela solo con la repressione e l’inasprimento delle pene.
È come dire ci rassegniamo alla logica del sorvegliare e punire.
Non è questa la società aperta per la quale abbiamo lottato.
Non è questa la società delineata dalla nostra Costituzione.
G.G.
