L’aumento del costo del denaro deciso dalla Banca Centrale Europea era prevedibile, in risposta alla perdurante inflazione, tanto quanto la certezza che esso colpirà i lavoratori e le famiglie più deboli che già faticavano a pagare la rata del mutuo per la casa o altri acquisti a debito di cui si alimenta la nostra economia.
Farà calare i consumi e rallenterà la crescita se non verrà compensato con misure e comportamenti virtuosi e commisurati.
Tra questi diventa ancor più importante e urgente l’aumento degli stipendi per recuperare potere d’acquisto, sia mediante il rinnovo dei CCNL, sia la riduzione delle tasse per le lavoratrici e i lavoratori dipendenti, sia mediante la saggia decisione di istituire un salario minimo, attraverso la condivisione più larga possibile, già trasversalmente presente.
I lavoratori hanno bisogno di un Sindacato unito attorno a questo obiettivo.
Il governo sembra concentrato su altri problemi, che, inutile negarlo, esistono e sono grandi.
Anche “più grandi di noi“, come il fenomeno migratorio, il quale, proprio per questo, richiede il massimo di collaborazione e di solidarietà istituzionale, sia all’interno del Paese, sia a livello europeo e internazionale.
Di fronte a questo problema epocale è semplicemente velleitario porre e imporre condizioni agli “altri”: è un approccio che rischia di rivelarsi un disastroso boomerang da diversi punti di vista.
Serve realismo, non crudele cinismo.
Serve spirito di condivisione e assunzione di responsabilità, non fuga da essa, indifferenza o peggio.
Non è che i giovani africani che vengono dal mare dopo viaggi biblici e sofferenze estreme, non sono più “giovani da aiutare” solo perché hanno la pelle nera.
Chiamarli clandestini o invasori anziché disperati e rinchiuderli in un carcere peggiore del carcere comunque denominato, non può essere la risposta.
Senza onestà intellettuale i problemi diventano solo occasioni di scontro pretestuoso, anziché di confronto costruttivo foriero di risposte condivise.
Siamo immersi in un clima di scontri e rivalse permanenti che, spesso, i problemi, invece di risolverli, li ingrandiscono.
Sciupando così la possibilità di tramutarli in opportunità di crescita complessiva, di integrazione e riequilibrio economico e sociale, di cui peraltro abbiamo bisogno a prescindere.
Questa è la “crisi climatica” peggiore. Che condiziona e ingrandisce le altre crisi ed ogni singolo problema.
Con noi o contro di noi, vincitori o vinti, amici o nemici.
No, non ci siamo.
Siamo uomini e donne con diritti e doveri, tutti nei confronti di tutti.
È inutile dire che bisogna ripartire dalla scuola, se i primi a concepire la scuola in maniera sbagliata sono i politici e talvolta perfino chi dirige la scuola stessa.
L’Italia si risana e si rimette in equilibrio economico e sociale solo se riesce a tramutare in opportunità i grandi problemi del tempo presente, nei limiti di quanto può fare in autonomia e in raccordo con l’Europa, di cui è parte e non controparte.
Quando si afferma, per esempio, che le migrazioni rappresentano un “fenomeno epocale”, si focalizza un problema di enorme portata più grande delle possibilità di ogni singolo Paese. Al quale tuttavia viene chiesto di fare la propria parte in collaborazione con altri, nel rispetto di regole condivise.
O funziona la filiera delle responsabilità -Europa, Stato, Regione, Comune, e tutta la rete di istituzioni e agenzie preposte-, oppure si pratica un interminabile rimpallo di responsabilità che produce solo tensioni aggiuntive, morti e sofferenze che si potrebbero e dovrebbero evitare, in nome della civiltà che si dice di voler difendere.
Non c’è nulla di più civile che essere umani e convivere in pace.
Utopia? Può essere, se ci consideriamo rassegnati.
Ma sempre meglio della demagogia, del rilancio di cattive idee con parole ambigue e apparentemente nuove che rischiano di riportarci indietro.
Un problema che riguarda tutti, in modo trasversale.
Sbaglia chi pensa solo al governo in carica, che, certamente, oggi, ha la responsabilità prevalente che gli compete.
Prendiamo il problema della sicurezza nel lavoro.
Si protesta, si manifesta e si punta il dito verso l’ovvio, magari tralasciando il necessario, ovvero ciò che ognuno ha il dovere di fare rispetto al proprio ruolo, ma intanto di lavoro e nel lavoro si continua a morire con impressionante “regolarità”.
Perlopiù a causa di norme chiarissime che non vengono rispettate/applicate.
Che significa?
Non può essere vero che le responsabilità stiano da una sola parte.
Che tutti sono inadempienti, meno il Sindacato, le sue strutture territoriali, il suo esercito di RLS e RLST, rispetto a quanto previsto dallo Statuto dei lavoratori e dal Decreto Lgsl 81/2008.
Il “non abbiamo fatto abbastanza” del Presidente Mattarella-dopo il quale i morti sono continuati come e più di prima, riguarda anche il Sindacato.
Ciascuna organizzazione e struttura confederale o di categoria, ogni sindacalista impegnato/a sul campo, ancor più e ancor meglio se con un incarico specifico a tutela della Salute e della Sicurezza nei “luoghi di lavoro”.
Ammetterlo e agire di conseguenza è un atto forte di onestà intellettuale e consapevolezza.
La “lettera al Presidente della Repubblica” dei Segretari Generali CGIL CISL UIL” è un’ottima decisione che serve a tenere alta l’attenzione, non certo per chiedergli di fare quello che spetta ad altri.
Così come ritengo importante l’evento UIL del 19 settembre, benché sia convinto che serva più che mai unità sindacale operativa e di intenti, in modo particolare sul tema della Salute e della Sicurezza dei lavoratori.
Un tema sul quale occorre il massimo di impegno e di concertazione/collaborazione interistituzionale, che oggi purtroppo non c’è.
Nemmeno, per dirla tutta, all’interno degli Enti e degli organismi bilaterali.
Chi inaridisce il dialogo e il confronto?
Chi impedisce ai rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza di esercitare un ruolo effettivo nella redazione del Documento di Valutazione dei Rischi?
Cosa fa il Sindacato?
È evidente che la prevenzione deve riguardare in primo luogo le imprese e lavoratori, con l’ausilio e l’assistenza delle rispettive organizzazioni sindacali e associazioni imprenditoriali, nel contesto dei sistemi relazionali confederali e di categoria.
Starci dentro “burocraticamente” solo per drenare risorse e vantaggi non sempre chiari e non sempre equamente distribuiti, non va bene. È un problema.
Meno risorse per commissioni e comitati inutili, più investimenti e impegno reale per la formazione di qualità, per rafforzare il ruolo di RLS e RLST.
Oggi non è così.
Anzi, il “non facciamo abbastanza” di Mattarella, trova piena conferma anche in questo ambito.
Chi ha lavorato con me nel corso degli anni sa che lo sostengo da tempo, che non c’entra con la condizione di esilio forzato nella quale mi trovo in seguito al commissariamento della UILTuCS Lombardia contestato in sede legale.
Rispetto al quale già una volta i giudici hanno emesso una ordinanza a “noi” favorevole che la UILTuCS nazionale ha bellamente ignorato.
Nei prossimi giorni il Tribunale di Milano ne emetterà un’altra che comunicheremo senza particolare enfasi, qualunque essa sia.
La Partecipazione non è un problema del “Terzo Millennio”.
È pane quotidiano della democrazia.
Con tutte le sue fragilità e imperfezioni… umane.
Mi fermo qui per senso di responsabilità.
G.G.
