Nessuno è al di sopra della legge.
Tutti siamo tenuti a rispettarla.
Come preannunciato la settimana scorsa, la decisione dei giudici è arrivata.
Il Tribunale di Milano ha sospeso per la seconda volta le delibere della UILTuCS Nazionale dalle quali è scaturito il commissariamento della UILTuCS Lombardia.
Come reagiranno la Segreteria Nazionale della categoria e la Confederazione non è dato sapere, chi scrive spera trovino la forza di riconoscere i propri errori e di ricreare le condizioni perché se ne possa uscire insieme, senza danni aggiuntivi per l’Organizzazione.
Occorre chiedersi come mai, non solo a Milano, siamo finiti davanti al giudice, come fanno le persone responsabili che cercano di imparare dai propri errori.
Riparare i guasti e ricreare il clima più consono alla vita di una organizzazione sindacale.
Dipende soprattutto da chi all’interno della UILTuCS e della UIL ha ruoli di rilevante responsabilità.
Se saremo all’altezza della situazione lo diranno i fatti, non bisogna dare nulla per scontato: questo ci insegna la vita.
Il Sindacato è un’organizzazione umana come tutte le altre, composta da persone che per definizione possono sbagliare, e sbagliano.
Nella società dell’immagine e dell’apparire, ammettere di aver sbagliato per alcuni può rappresentare un problema, ma in realtà richiede “solo” onestà intellettuale.
Che deriva dal credere veramente nei valori che stanno alla base della convivenza e del rispetto reciproco, cioè nei pilastri della nostra Costituzione, la quale vive se noi la facciamo vivere rispettandola e attuandola.
Non solamente in astratto, ma nel concreto della vita reale dove si colloca il nostro agire.
Di solito il Sindacato entra nei Palazzi di Giustizia per difendere i lavoratori da abusi, soprusi e discriminazioni nei luoghi di lavoro, o per difendersi dal comportamento antisindacale delle imprese che violano la lettera e lo spirito dello “Statuto dei diritti dei lavoratori”.
Entrarci per motivi opposti, nella veste di “accusato”, è un trauma, di cui tutti ci rendiamo conto perfettamente, che in primo luogo stravolge la vita dei dirigenti sindacali costretti a seguire le vie legali perché ritengono di essere stati ingiustamente e “violentemente” estromessi dai rispettivi ruoli, umiliati e licenziati.
Una cosa fuori dal mondo.
Perché siamo arrivati a tanto?
Il problema riguarda persone di diverse categorie e strutture della UIL.
Ritengo sia doveroso esprimersi chiaramente.
Personalmente sono convinto che si sia affermata una cultura gerarchica fortemente orientata al controllo centralizzato dell’Organizzazione, la quale pretende uniformità e allineamento da parte di tutti e da tutti i punti di vista, come se tutto emanasse dal centro e a un unico centro di potere dovesse essere funzionale.
Un approccio estraneo alla cultura della partecipazione e delle regole sostanziali condivise, nel rispetto della libertà personale, dell’autonomia delle categorie e delle strutture territoriali, anche attraverso una erronea interpretazione della regionalizzazione che deprime la presenza nel territorio di cui invece la UIL ha fortemente bisogno.
Se c’è una cosa chiara nella vita delle organizzazioni democratiche è che nessuno può annullare le decisioni prese da un congresso.
Men che meno lo si può fare in qualsiasi momento, a discrezione di un segretario organizzativo che ordina di normalizzare d’imperio le supposte anomalie senza nemmeno confrontarsi con le persone interessate.
Questi traumi insegnano che non esistono ambienti immuni dalla tentazione di usare il potere in maniera impropria ed eccessiva rispetto ai diritti e ai ruoli degli altri.
Nemmeno il Sindacato è immune, come purtroppo numerosi fatti dimostrano.
Piaccia o no ai dirigenti sindacali che stravolgono la ratio del commissariamento, facendolo diventare arma nelle mani di chi ne abusa, il danno all’Organizzazione deriva da questo tipo di approccio, non già da chi legalmente e civilmente vi si oppone.
Questo è il mio punto di vista, che spero possa circolare liberamente all’interno dell’Organizzazione, cosa che non avviene da troppo tempo in virtù di un clima non idoneo al libero confronto.
La Magistratura è uno dei pilastri della democrazia e della nostra Costituzione.
Lo stato di diritto è la conquista storica dei più deboli nei confronti dei più forti e prepotenti.
Nelle dittature è al servizio del potere. In democrazia è al servizio dei cittadini e della legalità.
Affermare e riaffermare che nessuno è al disopra della legge è importante per tutti, per il presente e il futuro della nostra come di qualsiasi altra Organizzazione.
Porsi al di sopra della legge mediante usi, consuetudini e prassi che concentrano in poche mani poteri eccessivi, lede inevitabilmente diritti legittimi di “altri”, ne limita fortemente la necessaria l’autonomia.
Quando questo avviene vuol dire che qualcosa non ha funzionato e non funziona.
Vuol dire che siamo in presenza di una anomalia che occorre correggere.
Certo che suscita scalpore una Organizzazione sindacale sul banco degli accusati.
Ma in realtà si contestano atti e delibere, metodi ed auto-attribuzione di poteri eccessivi, non si contesta l’organizzazione in quanto tale che, in definitiva, ne risulta vittima, a prescindere dalle logiche giuridiche e delle eventuali sentenze.
Il perché siamo arrivati a tanto non si può liquidare con giudizi sommari e avventati.
Questo appuntamento settimanale di Pensieri e flessioni è nato per ragionare, non certo per urlare e inveire contro chicchessia.
Non ci interessa questo approccio, anzi lo consideriamo il male della politica e del discorso pubblico che impedisce il confronto costruttivo nell’interesse generale, per il bene comune.
A mio parere incide una certa concezione del potere e del “capo” che decide per tutti, che non ha nulla a che vedere con il bisogno di avere leader, possibilmente carismatici, alla guida di organizzazioni di scopo che credono veramente alla missione loro affidata e ne trasmettano il sentimento.
L’esatto opposto del potere per il potere, che suggerisce di attorniarsi di fedelissimi non all’altezza con il compito di presidiarlo anche tramite l’eccesso di zelo che porta ad isolare gli “infedeli”, reprimerli ed espellerli.
Per queste persone, decidere di promuovere un’azione legale nei confronti della propria organizzazione, è un’esperienza a dir poco penosa.
Chi scrive n’è perfettamente consapevole.
Non sono cose che si fanno a cuor leggero.
Adesso è inutile piangere sul latte versato, occorre concentrarsi sulle cause e fare tutto il possibile per tramutare questa brutta esperienza in occasione di crescita.
Concentrarsi senza pregiudizi e pregiudiziali su come uscirne e soprattutto spersonalizzando.
Tenere al centro l’essere umano e rimanere umani.
Questa è la più grande delle imprese per chi si affida alla propria coscienza e si rapporta alla pari con gli altri, qualunque sia il gradino della scala socioprofessionale che si occupa.
Pari dignità e rispetto dei ruoli non sono in alternativa.
Lo diventano solo quando la prima viene meno per effetto di mentalità, metodi e prassi derivanti dalla “cultura” gerarchica del comando.
Lontana, lontanissima dalle nostre radici.
Comportarsi bene nei momenti difficili della vita, non è facile né scontato.
Provarci è doveroso.
G.G.
