L’Italia è un paese diviso.
Purtroppo anche sindacalmente.
Lo abbiamo constatato ancora una volta con la Manifestazione nazionale del 7 ottobre a Roma promossa dalla CGIL, alla quale hanno partecipato tantissime associazioni laiche e cattoliche operanti nel sociale, nel campo dei diritti civili e più in generale del volontariato, ma non CISL e UIL.
Eppure gli obiettivi delle due Confederazioni consorelle non sono diversi da quelli indicati dalla Manifestazione nazionale che si è svolta a Roma il 7 ottobre.
Qualche giorno prima Landini, Sbarra e Bombardieri, in occasione di un incontro al Quirinale, hanno consegnato al Presidente della repubblica Mattarella la stessa piattaforma con la quale, le tre organizzazioni sindacali si confrontano da tempo con diversi governi, come dimostra il taglio del cosiddetto cuneo fiscale (riduzione dei contributi sociali) condiviso con il Governo Draghi.
Stesse richieste ma metodi e approcci sindacali divergenti, che non hanno permesso nemmeno di elaborare un comunicato unitario sul come proseguire nell’impegno per realizzare più sicurezza nel lavoro, dopo l’incontro con il capo dello Stato.
Si fatica a crederlo, ma è così.
Bisogna prenderne atto, ma non passivamente. 
È come se le lezioni del passato non fossero servite a niente, nonostante l’importante lascito morale e ideale di grandi maestri del sindacalismo nazionale, tra i quali annovero il compianto e lungamente incompreso, Raffaele Vanni, e tanti altri dirigenti sindacali delle tre confederazioni.
Nel loro tempo e in contesti non meno problematici, si scontrarono anche aspramente ma sempre ritrovarono la via maestra dell’unità sindacale, senza la quale le strade in salita, che da sempre caratterizzano la storia del progresso umano e sociale, diventano impraticabili. Unità sindacale anche oltre gli attuali schemi ormai datati, nel rispetto delle diverse storie, culture e sensibilità, corrispondenti alle diverse realtà di un paese come l’Italia, strutturalmente non omogeneo.
Diversità che non devono servire per negare la necessità di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Come, se non anche attraverso la lotta sindacale?
Quando mai nella storia si sono realizzate importanti conquiste senza lottare?
Non si protesta e manifesta ed eventualmente sciopera, per diletto o per dispetto.
Lo si fa a ragion veduta, dopo aver riscontrato chiusure, risposte negative e valutazioni opposte alle “nostre” come quelle del governo, false e ingannevoli, sul salario minimo.
Lo capiscono anche i bambini che sarebbe un sacrosanto atto di giustizia distributiva della ricchezza prodotta, che tenderebbe a spingere in alto e non a schiacciare in basso tutte le retribuzioni, cosa di cui c’è bisogno innanzitutto attraverso il rinnovo tempestivo dei CCNL.
La lotta sindacale non è un vecchio armamentario opposto alla modernità, bensì un passaggio faticoso e inevitabile per conquistarla.
Fermo restando che la base relazionale, a tutti i livelli e con tutti gli interlocutori, è il confronto dialogante e argomentato in funzione della maggiore comprensione dei problemi; il coinvolgimento che diventa partecipazione tramite il diritto di informazione trasparente, senza il quale il confronto tra parti sociali e con le Istituzioni è falsato in partenza.
Le relazioni sindacali, gli incontri istituzionali, non possono ridursi a mera e inconcludente diplomazia, a consociativismo di fatto incentrato sul sostanziale status quo, se non a giustificare passi indietro.
Le mancate risposte all’inflazione lo stanno dimostrando.
Ognuno addossa ad altri la responsabilità delle divisioni sindacali.
Sicuramente influiscono i diversi rapporti con il governo e le relative valutazioni sul suo operato e allora c’è da chiedersi che fine abbia fatto l’autonomia del sindacato dai partiti e dalle forze politiche che si alternano al governo del Paese.
Abbiamo manifestato e protestato anche con il Governo Draghi.
Abbiamo appoggiato la tassazione straordinaria degli extraprofitti sulla quale il governo sta facendo una misera marcia indietro, tanto da giustificare il dubbio che il decreto sia stato scritto volutamente male per essere contestata e alla fine sostanzialmente azzerata anziché estesa ad altri settori come tutt’e tre le organizzazioni hanno chiesto.
Non mi pare che l’autonomia sindacale possa tramutarsi in incomprensibile equidistanza rispetto alle decisioni del governo e alle risposte che dà (quando le dà) alle richieste unitariamente condivise. 
Ogni organizzazione faccia quel che può per ricucire, quantomeno per convivere pragmaticamente con le altre per il bene delle lavoratrici e dei lavoratori.
Se non si ha questo senso del limite si diventa inevitabilmente parte del problema.
Se ciascuna Confederazione procede per conto proprio sarà ben difficile raggiungere risultati importanti per i lavoratori.
Non esistono organizzazioni autosufficienti.
Il valore aggiunto scaturisce dallo stare insieme per tenere insieme il Paese con volontà e convinzione, perché si crede allo scopo per il quale il Sindacato è nato ed esiste.
Ciò nonostante, nella situazione data, confesso, senza giri di parole, che capisco la CGIL e penso che la manifestazione sia stata promossa e animata da spirito ugualmente unitario, in un senso un po’ diverso da come solitamente lo intendiamo, ma pur sempre spirito unitario e aggregante.
Diversamente non avrebbe potuto raccogliere le adesioni di una parte importante del Paese.
Adesso bisogna favorire la ricomposizione tra CGIL CISL UIL, altrimenti si apriranno scenari nuovi e imprevedibili.
Serve davvero ritrovare la via maestra.
Per me la Costituzione è la conquista più grande e umana della storia d’Italia.
Dentro c’è tutto.
Il passato come memoria che si fa progetto e futuro, nell’impegno presente che richiede larga e convinta partecipazione.
Siamo politicamente in pericolo perché divisi sulle “cose essenziali” che riguardano la vita delle persone.
La bussola serve sempre ma in modo particolare nei momenti difficili: per non sbandare e andare fuori strada.
Non insegna nulla la storia?
Il rischio maggiore che si sta sottovalutando (per assuefazione al peggio, che il tempo ci fa apparire ineluttabile) è la spaccatura sui principi cardini della convivenza, anche e soprattutto nel lavoro.
In una società equilibrata e coesa il problema del salario minimo non esisterebbe.
Il fatto che costringa tanti lavoratori a rivolgersi al giudice invocando il rispetto della Costituzione segnala la rottura gravissima di argini che rende tollerabile l’intollerabile, ovvero lo sfruttamento del lavoro umano alla luce del sole.
Non è un problema come un altro, uno dei tanti. No.
Basterebbe questo a giustificare uno sciopero generale e ricordare a tutti che in Italia (e in Europa) “l’iniziativa economica è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno (alla salute, all’ambiente,) alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Un “governo politico” che affida a tecnici camuffati la risposta (negativa) a questo annoso problema che, in un modo o nell’altro, richiede un intervento legislativo, è fuori dalla via maestra.
Impossibile non prenderne atto e non agire di conseguenza.
Non c’entrano i pregiudizi e l’ideologia che si scomodano a vanvera.
C’entra il futuro dell’Italia e delle nuove generazioni.
Ripartire dalla via maestra è possibile e doveroso: insieme ce la possiamo fare.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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