Di fronte al terrore seminato da Hamas in territorio israeliano, il governo italiano si posiziona e si copre tatticamente bene, come è nella natura di chi lo presiede e, nel frattempo, tenta di affossare il salario minimo, indebolire ulteriormente la contrattazione (cercando di far apparire il contrario) e di portare avanti una politica economica e sociale e di riforme istituzionali più pericolose che promettenti.
Problemi che non si possono rinviare ma nemmeno mettere in alternativa alla necessità di superare le logiche di schieramento di fronte al drammatico problema del terrorismo.
Ci riguarda e ci tocca direttamente, anche se appare lontano.
Dal terrore e dal terrorismo non può nascere nulla di buono, solo catastrofi umane e umanitarie.
Esso è figlio del fanatismo che conosce solo la logica amico-nemico.
Nulla a che vedere col principio/concetto di resistenza, finalizzata alla liberazione da qualcuno e da qualcosa che opprime con la violenza, anche di Stato.
Hamas è terrorismo teorizzato e praticato con fanatica determinazione, che non coincide meccanicamente con il popolo palestinese, il quale, in larga parte ne è vittima e fortemente condizionato.
Tutti sappiamo quanto sia complicata la “questione palestinese”, quanto impegno è stato messo (e vanificato) per trovare una soluzione di pacifica convivenza, ma da quando Hamas ha preso il sopravvento sono stati fatti passi indietro piuttosto che in avanti.
Ciò anche grazie al supporto di Stati esteri che siedono all’Onu e con i quali si è “costretti” a relazionarsi, Iran in primo luogo.
Ci sono conflitti di varia natura dappertutto, la corsa agli armamenti è ripresa a pieno regime, il che significa che quanti più soldi si spendono per scopi militari, tanto meno ne restano per il progresso umano e per la cooperazione internazionale.
Il terrorismo è una minaccia permanente per tutti e tutti siamo più deboli e vulnerabili se non coalizzati, al di sopra della normale dialettica politica destra – sinistra.
Missione molto difficile ma necessaria, come dimostra lo stesso Stato di Israele con il governo di unità nazionale, in risposta all’attacco terroristico del 7 ottobre che ha provocato migliaia tra morti e feriti e la cattura di un numero imprecisato di ostaggi.
Non si può tentennare di fronte al terrorismo.
Nemmeno sul fatto che le persone e i popoli hanno pari dignità e i bambini non sono diversi in base alla nazionalità.
Gli stati, soprattutto se aderenti all’Onu, sono soggetti alle stesse regole, anche di guerra.
Queste cose bisogna dirle anche a rischio di essere stupidamente strumentalizzati.
Gli ebrei per primi, cui non possiamo non voler bene per quello che hanno patito nel corso della storia e nel 900 in Europa, con le leggi razziali, i campi di concentramento e lo sterminio di massa, devono fare ricorso alla memoria, comprendere al presente cosa vuol dire non avere uguali diritti e pari dignità.
La storia non procede al ritmo delle nostre vite, per questo è importante la memoria, sono importanti le leggi e le istituzioni nazionali e internazionali, sono importanti la cultura, l’arte e la scienza, la libertà e la democrazia.
Sbaglia chi non capisce che difendere Israele significa difendere noi stessi.
Ma sbaglia e di grosso, anche chi non capisce che le sacrosante critiche a Benjamin Netanyahu e al suo spregiudicato modo di governare assieme agli estremisti che hanno promosso l’ulteriore colonizzazione della Palestina in modo illegale, non sono attacchi a Israele.
Critiche e contestazioni che provengono dagli stessi israeliani, che in massa hanno marciato per contestare il loro governo, come si fa in democrazia, soprattutto quando la democrazia è minacciata dall’interno.
Tipico di questa fase storica nella quale l’estrema destra nell’occidente libero e democratico, nella nostra Europa, si offre e si vende a chi è disposto a sdoganarla pur di conquistare il potere.
Benché ormai la prospettiva dei “due popoli e due Stati” sia tutta da ricostruire, si può benissimo essere con Israele e per la libertà/liberazione della Palestina, ma risolutamente contro Hamas.
Adesso la guerra si combatte anche sui Media, con le parole e le immagini, facendo vedere quel che si vuole come si vuole quando si vuole.
È quanto mai prezioso il lavoro onesto e coraggioso delle giornaliste e dei giornalisti impegnati sul campo, ai quali va il nostro vivo ringraziamento.
Altro che verità costruite ad arte.
Ricordiamoci sempre la Grande Bugia di Colin Powel di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite il 5 febbraio del 2003 con una fialetta di polvere bianca tra le mani con la quale accusò Saddam Hussein di possedere armi di distruzione di massa per scatenare la guerra in Iraq.
Rappresentava gli Stati Uniti d’America, non uno staterello di poco conto.
Bombardare un palazzo con 100 persone dentro perché si suppone che in mezzo ci sia un terrorista, significa colpire Hamas o massacrare i civili inermi tra cui tanti bambini?
Cosa vuol dire distruggeremo Hamas se poi si massacrano i civili?
Effetti collaterali inevitabili?
L’ONU la pensa e prevede diversamente.
La condanna del terrorismo dev’essere chiara e inequivocabile tanto quanto è chiaro il diritto alla legittima difesa e alla resistenza contro chi aggredisce, invade e governa con il terrore.
Un diritto che non può e non deve tramutarsi nella libertà di rappresaglia e sterminio indiscriminato, lavandosi la coscienza con il preavviso di sgombero nei confronti di persone e famiglie con bambini al seguito che non sanno dove andare.
Popoli e persone hanno pari dignità. O no?
Il terrorismo è il male estremo del nostro tempo, da condannare con la profonda consapevolezza di ciò che esso implica e del fanatismo da cui scaturisce.
Da non mettere sullo stesso piano di altri problemi e cause che pure esistono e sarebbe sbagliato negare.
Anzi, è necessario discuterne e saperlo fare affinché le ragioni della pace e della convivenza prevalgano sulle logiche politiche di corto respiro.
Il sommovimento della geopolitica mondiale provocato dal brutale attacco di Hamas dimostra ancora una volta che certi problemi si possono affrontare efficacemente solo in contesti e istituzioni internazionali di cui si fa parte.
La legittima difesa di Israele è fuori discussione, nella misura in cui non diventi sproporzionata e contraddittoria rispetto alle conseguenze che può provocare sulla popolazione civile che a Gaza è composta da una massa incalcolabile di bambini.
Dal punto di vista delle forze in campo non c’è partita, Israele può anche radere al suolo Gaza e l’intera Palestina.
Non mi pare sia questo lo scopo per il quale è nato lo stato israeliano, non mi pare siano questi i suoi e i nostri valori.
Stiamo attenti a non sciupare le più grandi conquiste realizzate dopo la caduta del nazifascismo e la fine della seconda guerra mondiale.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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