Mobilitazione è un termine che ha perso gran parte del suo reale significato.
Perfino per non pochi addetti ai lavori, che partecipano agli scioperi e alle manifestazioni sindacali per dovere d’ufficio, non da militanti convinti.
Si bardano fuori con cappellini, foulard, distintivi e bandiere, ma sono vuoti dentro.
Una parte, non tutti grazie al cielo.
Sono quelli che operano burocraticamente nelle sedi e nei tavoli in cui si realizza la connessione virtuosa tra il dire e il fare sindacato e sindacalismo.
Il rinnovamento del Sindacato non è un problema solo o prevalentemente anagrafico: è in primo luogo culturale.
Alla prova più difficile, oggi si presenta con giudizi opposti sull’operato di un governo divisivo per le cose che fa o non fa.
Uno scenario che, secondo logica, dovrebbe ricompattare le organizzazioni sindacali, invece le spacca.
Come fanno i lavoratori a orientarsi?
La CGIL è già scesa in piazza riproponendo al Paese “La via maestra della Costituzione”.
La UIL, dopo aver tentennato sul salario minimo, ha deciso di proseguire assieme alla CGIL come avviene da qualche anno a questa parte.
È una pagina aperta, il tempo dirà quanto sia tattica o strategica questa scelta.
La CISL, detto con rispetto verso quanto ufficialmente comunica, è più vicina e sensibile alle posizioni del governo che a quelle delle organizzazioni consorelle che hanno deciso di proclamare uno sciopero generalizzato ma non generale di 8 ore su base territoriale e regionale nel mese di novembre.
Sbarra dichiara che “la CISL non ci sta” e chiede un “patto sociale, con governo e sistema delle imprese, per crescita e sviluppo sostenibile”.
Il suo giudizio sulla “manovra finanziaria” del governo non è negativo, anzi la considera complessivamente positiva e tale da aprire la strada a un “cammino riformista” comune, con partecipazione e democrazia economica.
Il solo pensarlo richiede coraggio, lo dico senza ironia.
Tutto è possibile in politica.
È attuale e credibile il famoso detto secondo il quale un governo di destra può fare cose di sinistra e viceversa? Staremo a vedere.
Ma come si giustifica una simile divergenza se le richieste di CGIL CISL UIL al governo sono comuni, come lo erano nei confronti dei precedenti governi?
Nemmeno gli addetti ai lavori lo sanno spiegare, se non facendo ricorso a schemi vecchi, accettando i quali si dovrebbe prendere atto che a nulla sono servite le lezioni del passato.
Evidentemente alle stesse parole si danno significati diversi, perché diversi e antitetici sono gli approcci e gli scopi immediati di ciascuna organizzazione, come abbiamo penosamente registrato sul salario minimo.
Così facendo si imbocca una strada pericolosa alla luce del fatto che il governo presumibilmente andrà avanti, magari con l’accordo di una inedita coalizione sindacale alternativa a CGIL e UIL.
Fantascienza? Vedremo.
Non so quanto siano consapevoli i gruppi dirigenti delle tre confederazioni, certo è che non si può andare avanti così.
Se un soprassalto di responsabilità non ci riporta sulla retta via dello stare insieme, potrebbero verificarsi sconvolgimenti e rimescolamenti inimmaginabili con la rimessa in discussione di privilegi e rendite di posizione discutibili anche dal punto di vista democratico.
Servono regole democratiche che prevedano la partecipazione di tutti i lavoratori nei processi decisionali mediante il voto.
La Costituzione va attuata in tutte le parti che incidono sulla vita dei lavoratori, sulla democrazia sindacale e nel sindacato.
Il verticismo è la morte della partecipazione, del confronto delle idee e della libertà di cui ha bisogno un sindacato necessariamente unitario, in forme nuove e più avanzate.
Altrimenti si lascia campo libero al potere politico economico e finanziario, come abbiamo constatato con la farsesca conclusione della tassazione degli extraprofitti.
CGIL CISL UIL erano perfettamente d’accordo, non solo nel chiederla per le banche, ma anche per allargarla ad altri settori.
Almeno10 miliardi di euro preziosi che, in un modo o nell’altro, potevano e dovevano essere destinati a scopi sociali e collettivi, a persone famiglie e piccole imprese in reale sofferenza.
Altro che riformismo, partecipazione e democrazia economica.
Certo, le cose vanno fatte bene, non volutamente male per essere contestate e vanificate.
Vergogna autentica.
Diciamolo chiaramente: la democrazia economica, la democrazia sindacale e la partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese sono incompatibili con un mondo del lavoro privo di regole vincolanti per tutti e con una frammentazione che incentiva quella concorrenza al ribasso che riduce i salari.
Una condizione che giustifica ampiamente il salario minimo.
Preciso, a scanso di equivoci, che a mio parere le ragioni della mobilitazione sindacale sono del tutto conseguenti al rifiuto delle proposte/richieste sindacali, benché sia evidente che su determinati punti, vedi per esempio il problema dell’età pensionabile, il Sindacato nel suo insieme non abbia le carte del tutto in regola.
Che differenza c’è, sul punto, tra la posizione di Salvini e quella sindacale?
Attenzione, non per un pregiudizio nei confronti del precitato “politico” ma perché, al netto dei lavori usuranti e della solidarietà dovuta nei confronti delle donne e del futuro pensionabile dei giovani, mandare in pensione prematuramente uomini in buona salute sottrae preziose risorse alla solidarietà di genere e intergenerazionale oltre che alla rivalutazione delle pensioni in essere falcidiate dall’inflazione.
Non siamo in presenza di un maschilismo previdenziale e di un vecchiume sindacale che non sanno distinguere e dare priorità ma solo sommare?
Tutti sono bravi a chiedere.
Di fronte a un Paese in costante declino demografico e con poveri in aumento è doveroso chiedersi se il governo stia facendo le cose giuste e il Sindacato quelle necessarie per contrastarlo.
Alla prima parte è facile rispondere che la politica economica e sociale del governo non vada nella direzione giusta, per non parlare dei diritti civili, della cultura, dei rapporti internazionali e dello stile di governo che non sono aria fritta ma il cuore di tanti problemi presenti e futuri.
È vero che certi problemi vengono da lontano, ma è altrettanto vero che il governo non li sta curando ma aggravando.
Manifestazioni scioperi e proteste non sono in contrasto con una cultura di governo e di un autentico riformismo che nulla hanno a che fare con la demagogia e l’irresponsabilità che portano acqua al mulino di quanti non amano il sindacato.
E smettiamola una volta per tutte di chiamare taglio del “cuneo fiscale” quello che in realtà è taglio dei contributi sociali destinati alla solidarietà e alla previdenza presente e futura.
Si faccia pure il taglio e lo si renda stabile ma occorre essere consapevoli di ciò che si fa e chi lo paga.
Concludo con una nota interna di aggiornamento.
Come detto la volta scorsa, chiederemo al Tribunale di Milano di dichiarare illegittimo il cosiddetto congresso straordinario della UILTuCS Lombardia.
Qualunque sia l’esito lo accetteremo civilmente.
Grazie al cielo siamo al di sopra della meschina logica del chi perde e chi vince.
Ci ha perso e ci perde la UIL nel suo insieme, la UILTuCS come categoria, qualunque sia l’esito finale di questa brutta storia.
La prepotenza che si protrae in contrasto con le limpide ordinanze dei Tribunali si commenta da sola.
Quando manca l’umiltà di ammettere di aver sbagliato, viene meno il presupposto umano e civile del rispetto reciproco, si affermano disvalori pericolosi.
I fuorilegge al momento non siamo noi.
Fuorilegge e ridicoli sono coloro che non ce la fanno a confrontarsi a viso aperto e questo è il male maggiore che si fa alla UIL e al sindacato nel suo insieme.
G.G.
