Il governo vuole riformare l’Italia attraverso una autonomia differenziata di segno opposto al riequilibrio strutturale di cui ha bisogno e per il quale lo stesso Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è stato concepito.
L’autonomia è una cosa seria, importante, non è il contrario di una politica di sviluppo economico e sociale unitaria imperniata sulla sostenibilità.
Uno sviluppo che diventa impossibile se ogni regione va per conto proprio su temi che incidono sulla vita delle persone come il lavoro, la sanità, la scuola, la formazione e la sicurezza, i trasporti, l’energia, le infrastrutture, i porti e gli approvvigionamenti, con una frammentazione di competenze opposta al bisogno di tenere insieme e di “competere” a livello internazionale.
Un modo di intendere l’autonomia foriero di iniquità che andrebbero ad aggiungersi agli squilibri già esistenti.
Ne verrebbe fuori un insieme confuso di staterelli al posto del rafforzamento dell’Italia unitaria nel contesto di un rinnovato spirito europeo.
Chi li garantisce i servizi connessi alla piena attuazione dei diritti civili e sociali sull’intero territorio nazionale?
Come minimo andrebbero escluse scuola e sanità. Avamposti di autentica cultura civile e sociale unificante.
Determinare LEA (livelli essenziali di assistenza) e LEP (livelli essenziali delle prestazioni) sulla carta, senza la certezza di adeguati finanziamenti, è un inganno.
Qualcuno parla di autentica truffa.


Il rischio grave è quello di ritrovarsi con 20 regioni a statuto speciale.
Il ministro dell’istruzione ha già reso nota la sua intenzione di differenziare gli stipendi riaprendo la strada alle vecchie gabbie salariali.
Sono convinto che il Paese si ribellerà e, proprio per questo, le hanno studiate tutte per farci trovare di fronte al fatto compiuto attraverso un iter procedurale non democratico.
Il Presidente della Repubblica Mattarella continua a ripetere che bisogna garantire ai cittadini parità di trattamento sui servizi essenziali, si moltiplicano gli appelli e le prese di posizione, ma ognuno deve fare il suo.
Occorre una mobilitazione dal basso che impedisca questa fuga dalla realtà rispetto ai problemi delle persone e delle famiglie che hanno bisogno di una economia sana, di sviluppo sensato e mirato, di lavoro buono e dignitoso, di istituzioni e servizi nazionali che garantiscano tutti.
L’Italia è la nostra casa comune, dentro la più grande casa comune che è l’Unione europea.
L’autonomia è sinonimo di partecipazione e responsabilità: mai di confusione e contrapposizione.
Si sta insieme sulla base di valori e principi condivisi, dell’equa distribuzione delle risorse e dei diritti di cittadinanza, che si materializzano nel lavoro, nei servizi e beni pubblici, nelle grandi istituzioni di tutela della sicurezza dei cittadini.
Mai avremmo potuto fronteggiare la Pandemia senza un Servizio Sanitario Nazionale all’altezza del compito, collegato con altre istituzioni sovranazionali di analogo scopo.
Qualcuno pensa di risanare il clima con l’autonomia differenziata?
Di combattere in ordine sparso la “strage permanete” dei morti sul lavoro di cui ha scritto nei giorni scorsi il magistrato di Cassazione ed ex direttore dell’ispettorato nazionale del lavoro, Bruno Giordano?
L’Italia rischia grosso con questo Disegno di legge che ribalta il rapporto tra Stato e Regioni, non rispettoso della Costituzione come invece sostiene il “governatore” del Veneto Luca Zaia, ma considerato irricevibile dal Presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini.
Il nostro è già un Paese a più velocità, con differenze macroeconomiche e strutturali -soprattutto tra Nord e Sud, ma a macchia di leopardo in tutte le regioni-, che rischiano di diventare divari ancor più consistenti e definitivamente incolmabili.
Concepire l’autonomia differenziata attraverso lo strumento conclusivo di un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (dpcm), come se si trattasse di una emergenza, denota la malafede del governo che in questo modo ritiene di sovvertire il rapporto tra Stato e Regioni.
Che questo possa avvenire in un momento così difficile per milioni di persone e famiglie alle prese con problemi economici spesso insormontabili, ha dell’incredibile.
Come incredibile è il cinismo dei partiti di governo che si gestiscono il disaccordo su un tema così delicato attraverso una cinica filosofia dello scambio (io do l’autonomia differenziata a te, tu dai il presidenzialismo a me, noi diamo a Berlusconi “la sua parte”) che, se passa, aggraverà gli squilibri strutturali già esistenti e tornerà a isolare l’Italia in Europa, con le inevitabili conseguenze negative.
Un potente segnale di questo tipo arriva dalla umiliante e stroncante bocciatura del Consiglio d’Europa, secondo il quale i decreti contro le Ong hanno l’”effetto raggelante” di impedire «Il lavoro cruciale delle Ong per contribuire allo sviluppo e alla realizzazione della democrazia e dei diritti umani».
Secondo gli esperti del Consiglio d’Europa, i decreti vanno persino oltre, mettendo in discussione l’essenza e la salute della democrazia, perchè alimentano «l’ostilità nei confronti degli operatori umanitari e delle Organizzazioni non governative».
I nostri governanti giurano “ritualmente” di essere fedeli alla Repubblica e di osservare lealmente la Costituzione, ma non vogliono mettersi in testa che chi vince le elezioni, governa ma non comanda.
La voglia di fare e disfare in funzione degli interessi di una parte politica oggi risulta evidente nella volontà di promuovere un tipo di autonomia differenziata che disarticolerebbe il Paese e accentuerebbe il divario tra Nord e Sud, in contrasto con gli obiettivi di Next Generation Eu.
Come la mettiamo?
Lo abbiamo constatato anche durante la Pandemia, quando ogni presidente di regione faceva le sue scelte e le sue conferenze stampa.
Il Servizio Sanitario Nazionale va semplicemente rafforzato, altro che frantumato.
In realtà siamo di fronte ad una controriforma socialmente regressiva che mira a ridisegnare uno Stato sociale a geometria variabile, penalizzante per le persone e le famiglie più fragili.
Una umanità differenziata come piace a lor signori, che nel lavoro chiamano flessibilità, anche quando è cruda e pesante precarietà.
La cultura politica, economica e sociale è quella, c’è poco da fare.
C’è “solo” da lottare e combattere.
È nel destino del Sindacato.
Una ragione di più, ove mai ce ne fosse bisogno, per rilanciare lo spirito unitario dei momenti cruciali. La mobilitazione.

G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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