È il momento delle donne.
C’è bisogno di un riequilibrio al femminile della società.
Impossibile puntare su questo obiettivo tralasciando le cause culturali ed economiche che hanno generato lo squilibrio dal quale scaturiscono le discriminazioni e i fenomeni negativi che culminano nella violenza psicologica e nei femminicidi.
L’equilibrio uomo – donna è impossibile da realizzare se non si crea più lavoro dignitoso per tutti, equamente distribuito.
Se non si realizzano le condizioni normative e culturali, sindacali, contrattuali e organizzative, affinché le donne possano accedere al lavoro e mantenerlo anche in caso di maternità, agli stessi inquadramenti e alle stesse retribuzioni degli uomini.
È inutile girarci intorno: la fonte principale dell’autonomia personale, della sicurezza e della libertà, è il lavoro.
Senza, o con un lavoro povero, instabile e ad intermittenza, si è sottomessi e “subordinati”.
Peccato che l’orientamento politico del governo in carica, al di là della retorica sui figli da far nascere con qualche bonus temporaneo e condizionato -e su un’idea vecchia di italianità che crea solo malessere e ritardi-, non preveda più lavoro e meno precarietà per le donne.
Che solo una economia di scopo, oggi lontana dalla realtà, può favorire. Una condizione rispetto alla quale al governo in carica non si possono attribuire responsabilità passate ma quelle relative a ciò che può essere fatto e non viene fatto al presente.
Ovvero politiche attive che incoraggino la creazione di lavoro che permetta di vivere e scoraggino la precarietà di mera convenienza, la quale c’entra poco con la flessibilità e tanto con la mentalità padronale del rapporto di lavoro che con più frequenza colpisce le donne.
Il taglio della spesa sociale destinata a strutture di assistenza e sostegno, colpisce tutti ma ancora una volta in modo specifico le donne.
Senza lavoro o con un lavoro misero improntato alla sottomissione, come spesso avviene, non si nega un solo diritto ma il grappolo dei diritti che costituisce il pilastro dell’eguaglianza e della cittadinanza effettiva.
È del tutto evidente, quindi, che, se non c’è parità di genere con il lavoro e nel lavoro non c’è in nessun altro ambito della convivenza sociale e relazionale.
Ciò che non si fa per le donne, oggi, nel nostro e per il nostro Paese, misura un ritardo politico e culturale finanche sorprendente con una donna alla presidenza del Consiglio dei Ministri.
In controtendenza rispetto a decisioni rilevanti che faticosamente si fanno strada in altri Paesi europei tra i quali la Francia, che, con voto largamente unitario del parlamento, è diventato il primo Paese al mondo a includere nella sua Costituzione il diritto all’interruzione di gravidanza.
Diritto legittimamente e soffertamente controverso, perciò ancor più carico di significato e laicità.
La Grecia governata dai conservatori diventa il primo Paese cristiano ortodosso che legalizza matrimoni tra persone dello stesso sesso.
In Italia invece siamo malati di contrapposizione acuta.
Con una destra che sta al governo e, ciò nonostante, preferisce scontrarsi invece di confrontarsi; sempre in cerca di nemici immaginari e pronta a strumentalizzare ogni problema piuttosto che affrontare quelli di fondo come il divario di genere che richiede risposte coerenti di sistema in grado di andare oltre il rituale “buon 8 marzo a voi tutte”.
Con donne al potere e di potere che non fanno ciò di cui le donne hanno bisogno, per migliorare la società nel suo insieme, la strada rimane più in salita che mai.
Anche per questo la “Festa della donna” è diventata una giornata di lotta dichiarata a programmi e progetti che vanno in tutt’altra direzione e “lasciano fare” a coloro che hanno sempre sottomesso le donne nel lavoro e continuano a farlo anche in settori che si autodefiniscono e sono considerati moderni per immagine e convenzione.
La Grande Distribuzione (di cui tra l’altro si lamentano gli agricoltori per i prezzi di acquisto che impone, e di cui ci sarebbe da dire anche in relazione alla lotta al caporalato che invece la vede partecipe solo in minima parte o per nulla) è uno di questi.
Al suo interno lavorano più donne che uomini, in maggioranza a tempo parziale, che è diventato l’universo a prevalente presenza femminile contro il quale si esercita una costante e strutturata discriminazione, tanto più dove il sindacato non c’è o è debole.
Conciliare i tempi di vita e di lavoro è molto problematico soprattutto per chi ha figli, ma la vera debolezza deriva dalla carenza di una legislazione di sostegno che renda il part time un diritto reversibile dei lavoratori e non una gentile concessione dell’impresa e nel contempo favorisca il consolidamento di un orario settimanale di lavoro più realistico.
Fermo restando l’insostituibile ruolo sindacale, in carenza del quale, per qualsiasi impresa, è più facile “utilizzare” il personale in maniera “sregolata”.
A maggior ragione quando, oltre ad essere part time, si è pure a tempo determinato.
E la chiamano flessibilità!
Ma in realtà si tratta di rigidità a senso unico.
Se Giorgia Meloni vuole bene alle donne lo dimostri promuovendo una legislazione di sostegno adeguata alla loro ragionevole tutela, anche al fine di non scoraggiare le donne e gli uomini che temono di non farcela a mantenere economicamente e seguire come si deve uno o più figli.
Che non mettono al mondo, anche quando lo desiderano, per senso di responsabilità, non certo per egoismo.
Si colleghi idealmente con Le ragazze di Onde rosa e abolisca la Tampon tax.
Non chiami con un nome ingannevole, “Assegno Di Inclusione”, una misura che ha escluso una massa considerevole di persone, tra le quali molte donne e mamme, dal diritto di ricevere un sostegno economico comunque denominato.
Insomma, siamo “bravi” nel fotografare problemi, un po’ meno quando si tratta di affrontarli rimettendo in discussione interessi consolidati basati su squilibri e discriminazioni pre-esistenti che impediscono la parità dei diritti fondamentali.
Oggi la dialettica è tra chi si sente partecipe di un movimento di emancipazione che viene da lontano e si proietta nel futuro, e chi invece vi si oppone per motivi di potere, come capita a quegli uomini e a quelle donne che vivono in modo dissoluto ma strumentalizzano la religione per apparire difensori di “valori” nei quali non credono e dai quali sono lontani, utilizzati per attaccare gli avversari fino al punto di considerarli nemici.
Una società avanza, in primo luogo in democrazia, se elimina dal suo orizzonte la logica “amico – nemico”.
Da qui comincia la costruzione del bene comune
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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