Le feste sono finite, i problemi sono rimasti.
La maxi inflazione si mangia gli stipendi e le pensioni, le persone avvedute e le istituzioni più attente prevedono un 2023 esplosivo se non si daranno risposte adeguate alla diffusa sofferenza sociale e alla questione salariale, in continuo peggioramento da tempo, che il governo in carica nega e aggrava.
Per il governo Meloni non esistono i problemi del salario minimo, del lavoro precario e dello sfruttamento dei giovani, che generano inaccettabili diseguaglianze.
Non esiste nemmeno il tema della parità fiscale a parità di reddito e tra chi paga e chi non paga, tanto che, con la Legge di bilancio 2023, la situazione è immediatamente peggiorata.
Peggiorata, ma non per i clienti preferiti del governo, che hanno ricevuto in dono la flat tax e la possibilità di maneggiare più facilmente il nero, l’illegalità e l’evasione, per combattere le quali ci siamo impegnati a realizzare riforme virtuose con il sostegno finanziario dell’Europa.
Per distogliere l’attenzione da questi problemi, il Paese si trova di fronte a una Presidente del Consiglio che si racconta e viene raccontata, per attirare l’attenzione sul personaggio a scapito dei contenuti e delle riforme che dovrebbero servire a migliorare la vita delle persone.
Lo scopo principale è quello di cambiare la consistenza democratica della nostra Repubblica, senza nemmeno passare dalle aule parlamentari o facendolo a colpi di maggioranza parlamentare, non corrispondente a quella reale.
Snaturando l’impianto della democrazia costituzionale, la quale non concepisce poteri decentrati in contrasto con i diritti fondamentali uguali di tutti i cittadini.
Di quale presidenzialismo e autonomia differenziata parlano i partiti di maggioranza, rispetto ai problemi presenti e a ciò di cui ha bisogno l’Italia, perché sia una, unitaria e indivisibile nel trattamento dei suoi cittadini, da Nord a Sud, nelle Città Metropolitane come nelle grandi province, nei piccoli e medi comuni?
Parlano di merito e intanto praticano una brutale lottizzazione che lo nega platealmente anche alla faccia dei terremotati.
Il caso del commissario al terremoto Giovanni Legnini -ex vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura, apprezzato e stimato dalla popolazione-, sbrigativamente sostituito da un fedele uomo di partito, è indicativo di una volontà negativa che ha fatto insorgere anche il vescovo di Norcia-Spoleto, Renato Boccardo, il quale l’ha definita una “scelta scellerata e di basso livello”.
Sì, scellerata e di basso livello, in linea con l’approccio all’esercizio dei poteri di questo Governo.
In questa ottica va interpretato il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, richiamato in testa alla Home page del sito della nostra Confederazione, dove si legge a chiare lettere che “la UIL condivide il discorso di Mattarella”, nel quale si ri-afferma con solenne fermezza che “la Costituzione è la nostra bussola. Il suo rispetto è nostro primario dovere; anche il mio”.
Cioè di tutti e quindi anche del governo e di chi lo rappresenta.
La situazione generale è immediatamente peggiorata con la Legge di Bilancio appena approvata adesso si rischia di complicarla ulteriormente se il Paese non re-agirà adeguatamente alle “fesserie sovraniste demenziali e pericolose” che ci fanno ridiventare un problema per noi stessi e per l’Europa.
E di Europa ne abbiamo bisogno come il pane, non solo per motivi finanziari.
Non c’è nulla di peggio che imbastardire e accentuare gli squilibri strutturali, infrastrutturali, di reddito e di servizi ai cittadini.
È ciò che succederebbe con 20 regioni che vanno per conto loro e un tipo di presidenzialismo che, tra l’altro, sfascerebbe una istituzione di garanzia collaudatissima come l’attuale Presidenza della Repubblica, ancorata sulla Costituzione piuttosto che su una maggioranza politica in contrapposizione a un’altra.
Se a questo si aggiunge la pretesa di dettare la linea all’Europa, si capisce come siamo di nuovo al centro dell’attenzione non perché ci facciamo rispettare ma perché risultiamo poco affidabili attraverso chi ci rappresenta.
Nessuna voglia di osannare il precedente governo Draghi, nei confronti del quale il 16 dicembre del 2021 abbiamo scioperato, ma quello in carica rischia di farci regredire e di aggiungere altre negatività che contrastano anche con le condizioni condivise con le istituzioni europee per realizzare riforme virtuose, tra le quali quella fiscale.
“Il rapporto tra fisco e cittadini è un cardine dello Stato di diritto”.
Infatti, tollerare un’evasione fiscale elevatissima e premiare chi evade, a scapito dei cittadini che pagano regolarmente le imposte, è l’esatto opposto di uno Stato che si fa rispettare.
Se “pagare le tasse serve a far funzionare l’Italia”, come ha detto chiaramente il Presidente della Repubblica, risulta evidente che coloro che non lo fanno, persone fisiche o imprese che siano, contribuiscono a non farla funzionare, a indebolire la Scuola, il Servizio Sanitario Nazionale, le opere e i servizi pubblici, l’assistenza e i servizi sociali.
Non si scappa.
E se è vero che solo i fatti danno credibilità alle parole e a chi le pronuncia, ci troviamo di fronte a un governo che tenta di dimostrare anche l’indimostrabile, distorcendo sistematicamente la realtà, come ha fatto scoraggiando la tracciabilità dei pagamenti quanto mai importante per un Paese a diffusa illegalità.
Un governo che parla a vanvera anche quando, a parole, esalta il merito individuale ma, nei fatti, promuove i “fedeli” rappresentanti di partito al posto di figure istituzionali che hanno acquisito meriti stima e rispetto sul campo.
L’Italia del governo Meloni si riempie la bocca con la parola Nazione ma non promuove l’unità nazionale effettiva, di cui c’è veramente bisogno.
Quella che si tramuta in miglioramento della qualità della vita delle persone in ogni angolo, comune, borgo o città d’Italia.
Così come per tutte le lavoratrici e i lavoratori, ai quali viene invece ossessivamente chiesto di mettersi a disposizione delle imprese chiamando “flessibilità” questo squilibrio che si tramuta in abusi e soprusi sistematici nei confronti soprattutto dei giovani e delle donne che, spesso, sono costrette a rinunciare al lavoro.
La simbologia ha la sua importanza: la prima donna alla Presidenza del consiglio è una novità oggettiva, ma è anche l’occasione per dire una volta per tutte che il merito, la sostanza e i contenuti non sono surrogabili da alcunché.
La cattiva politica di una donna giovane può fare danni notevoli ai giovani e alle donne.
Una buona politica economica e sociale, fondata sul rispetto e la centralità della persona, tale rimane a prescindere che sia promossa da un uomo o da una donna, fermo restando che in alleanza e condivisione generazionale e tra diversi, emerge il “noi” migliore di cui ha veramente bisogno l’Italia che si vuole emancipare dai suoi storici problemi.
G.G.
