Il fine giustifica i mezzi è la negazione della democrazia.
Soprattutto quando il fine è tutt’altro che nobile e i mezzi adottati sono illegali, e talvolta anche inumani.
Le dittature si reggono su questo “metodo”, i governi e governanti che s’ispirano alla cosiddetta democrazia illiberale lo utilizzano per agire indisturbati.
Trump pretendeva che gli inventassero dei voti per vincere illegalmente le elezioni.
Talvolta questo metodo lo si adotta anche in Paesi, ambienti, organizzazioni sicuramente democratiche, per iniziativa e responsabilità di governi, ministri, dirigenti e persone disposte a fare di tutto pur di demolire gli avversari politici o le persone che danno fastidio.
Cosa ha fatto se non questo il Ministro Giorgetti con il suo intervento a sorpresa contro il Superbonus che permetteva lo sconto in fattura e la cessione dei crediti fiscali?
Prima il reddito di cittadinanza, adesso il Superbonus, risulta chiaro l’intento del governo di colpire i suoi avversari politici, anziché lavorare per migliorare le norme esistenti, rafforzando la condizionalità dei benefici concessi, operando sul bubbone della illegalità attraverso controlli veri e sanzioni sicure nei confronti delle imprese che rubano alla collettività risorse preziose.
Non solo attraverso il Superbonus.
Per fare questo blitz il Ministro dell’economia ha aspettato l’esito senza partita delle elezioni in Lombardia e nel Lazio, dimostrando ancora una volta che la maggioranza della netta minoranza di cittadine e cittadini che vanno a votare non corrisponde affatto a quanto viene raccontato, e cioè che l’Italia sarebbe un Paese di destra.
Il nostro è un Paese di persone in carne e ossa, molte delle quali sono stanche e deluse dai cambiamenti sempre annunciati che non si tramutano mai in miglioramento stabile della qualità della vita reale, a partire dal lavoro che ne costituisce una parte importante.
Questo è il motivo principale dell’impressionante e preoccupante astensionismo.
Le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare non chiedono e non hanno bisogno d’altro che di una buona politica economica e sociale, servizi e beni comuni efficaci ed efficienti, welfare vero, certo e inclusivo in grado di valorizzare il potere d’acquisto degli stipendi e delle pensioni.
Da questo punto di vista Italia e Spagna, oggi, in Europa, rappresentano due direzioni di marcia opposte.
In Spagna il premier socialista Pedro Sànchez va in direzione del rafforzamento dei diritti sociali e civili, anche nella sfera delicata della “scelta di genere” e dell’aborto.
Sulla drastica riduzione dei contratti a termine immotivati i risultati sono evidenti, così come nel prendere una parte dei profitti delle banche e delle aziende energetiche da destinare alle politiche sociali.
Se perderà o vincerà le prossime elezioni politiche si vedrà, ma è una linea chiara che tutti capiscono.
In Italia la premier Giorgia Meloni ha in animo di slabbrare ulteriormente i contratti a tempo determinato, rendere la vita ancor più faticosa e complicata ai poveri, con politiche del lavoro e offerte che funzionano solo a tavolino, senza parlare dei diritti civili visti come fumo negli occhi, a differenza dello spirito cristiano impersonato da Papa Francesco che molto più umilmente (Lui che è il Papa) dice: “chi sono io per giudicare?”.
In Europa Sànchez sta con i paesi che intendono rafforzare la prospettiva della sua sostanziale unità (dentro la quale ciascun Paese è più forte e sicuro); Giorgia Meloni coltiva alleanze di comodo:
sull’Ucraina alleata degli Stati Uniti in primo luogo; in Italia con Berlusconi e Salvini che tifano (per) e hanno coltivato interessi con Putin;
in Europa con Paesi come l’Ungheria e la Polonia che vedono la nostra Costituzione (sulla quale lei ha giurato) come il fumo negli occhi, tanto che mettono il bavaglio all’informazione, subordinano scandalosamente la magistratura, non rispettano per nulla i diritti delle minoranze, anzi li calpestano.
Questa è la realtà.
Che a noi tocca contrastare non per astratto pregiudizio politico di chi per partito preso si schiera contro qualsiasi misura del governo, ma per tenere viva la prospettiva di una società inclusiva, in una Europa Unita e un’Italia unitaria non a parole, che l’autonomia differenziata chiaramente contraddittoria proposta dal leghista Calderoli, tradisce.
Lottare, lottare, lottare.
Resistere, resistere, resistere.
Nei momenti difficili non c’è altro da fare.
Importante farlo con intelligenza e profonda convinzione di assolvere la funzione che la storia assegna al Sindacato e al Sindacalismo Confederale.
G.G.
