Nel Concertone del 1° Maggio Luciano Ligabue ci ha ricordato che “La droga più vecchia del mondo non è chimica, è mentale ed è la smania di potere. In genere chi più ne ha, più ne vuole e spesso, come quasi ogni tossico, è capace di qualunque cosa pur di non andare in crisi di astinenza”.
Aiuta a riflettere.
La democrazia è nata come autodifesa da questa droga spacciata e consumata in tutto il mondo, anche da chi la combatte, perché la lotta per limitare, controllare e regolare il potere è infinita, riguarda e interroga tutti a tutti i livelli, nessuno escluso.
Costituzione, Democrazia e Presidenzialismo “puro” sono inconciliabili, staremo a vedere cosa emergerà dal confronto tra Governo e opposizioni promosso da Meloni.
Il Sindacato e ogni sua componente, è culturalmente avverso all’uomo solo al comando.
Di tutto ha bisogno l’Italia tranne che di nuove e più “violente” contrapposizioni di potere per il potere, che indebolirebbero l’attuale equilibrio istituzionale.
Ciò premesso, entro nel merito della mia riflessione settimanale.
Di fronte alla problematica situazione nella quale ci troviamo, la tenuta unitaria di CGIL CISL UIL, benché faticosa e soggetta a continui distinguo “identitari” che la rendono fragile, è confortante.
Anche se in Italia ormai esiste una consistente galassia di sindacati autonomi, di base, etnici, di settore, di professioni e nuovi mestieri, che nell’insieme rappresentano milioni di persone escluse dal circuito “confederale”, la mitica unità sindacale conserva la sua importanza.
Reggerà?
Chi scrive lo spera, anzi ritiene che la cultura unitaria vada riattualizzata, meglio sostanziata ed estesa, alla luce dello sviluppo del sistema produttivo, con una buona legge sulla rappresentanza e l’agibilità contrattuale, che nessun governo finora ha avuto il coraggio di promuovere.
Temo però che sia costantemente a rischio, come si evince dalle “valutazioni” diverse dei segretari generali prima e dopo gli incontri con la presidenza del consiglio e da ultimo sul Decreto Lavoro.
Si verificherà sui contenuti che incidono sulla vita delle persone, al centro delle manifestazioni di Bologna, Milano e Napoli, le quali dovevano essere precedute da assemblee a tappeto nei luoghi di lavoro, per informare, ascoltare e confrontarsi con i lavoratori.
Sono state fatte?
Già questo servirebbe a misurare la salute del Sindacato, di ciascuna organizzazione, se fossero disponibili verbali di assemblea, numeri e resoconti finali, come si faceva una volta, a cura dei segretari organizzativi.
Si chiamava democrazia sindacale.
Imperfetta, come tutte le cose umane, ma concreta e reale, dentro la quale c’era e ci dovrebbe ancora essere il meglio della cultura e della militanza sindacale.
Di quale rinnovamento parliamo? I fatti sono più importanti d’ogni altra cosa.
Manifestare ed eventualmente anche scioperare non basta.
Protesta e proposta devono andare di pari passo, ma nel linguaggio sindacale proporre significa rivendicare e agire di conseguenza a tutti i livelli.
Nella quotidianità contrattuale, relazionale e istituzionale, nei luoghi di lavoro: scopo e destinazione ultima dell’azione sindacale, dove ci sono le persone.
Da questo punto di vista a mio parere siamo carenti, non è con l’immagine e gli slogan scollegati dall’azione sindacale quotidiana che si possa rimediare.
Il rinnovamento vero, di cui c’è bisogno, si fa puntando sulle motivazioni,
l’orientamento e la formazione strategica dei gruppi dirigenti, dei giovani in particolare che, in primo luogo, devono essere incoraggiati al “gusto” della battaglia, a “dare fastidio” in funzione del risultato.
C’è bisogno di sindacalisti/e tanto responsabili quanto combattivi che si spendano in prima persona, ma devono essere orientati e incoraggiati/e a farlo.
Ospite di Lucia Annunziata a “IN MEZZ’ORA IN+” di domenica 30 aprile, il Segretario generale della UIL Pierpaolo Bombardieri ha detto chiaramente che lo Stato, le istituzioni, gli enti e le strutture pubbliche danno il cattivo esempio quando accolgono al loro interno imprese appaltatrici e in subappalto che erogano ai loro dipendenti retribuzioni misere, chiaramente incostituzionali.
C’è una distanza evidente tra questa posizione/denuncia condivisibile al 100% e la realtà di fatto con la quale il Sindacato, ciascuna organizzazione, convive “tranquillamente” nell’ambito in cui opera.
Siamo sicuri che almeno in parte non dipenda anche da noi, da quello che non abbiamo fatto e non facciamo?
Un tempo le lotte sindacali anticipavano la legislazione di sostegno che ha generato i diritti sindacali, la “giusta causa” lo “Statuto dei lavoratori”, la “parità normativa operai impiegati”, solo per richiamare alcuni storici precedenti.
Oggi sembra quasi (?) di essere in perenne attesa che la politica risolva il problema del precariato, manca la spinta dal basso, dai territori, disturbiamo il meno possibile le grandi imprese private e le istituzioni pubbliche che appaltano attività e servizi senza clausole di salvaguardia sociale a condizioni talvolta miserevoli per le lavoratrici e i lavoratori.
Perfino quando la Magistratura dichiara incostituzionali certe retribuzioni da fame ci limitiamo a prenderne atto, come se la cosa riguardasse solo quella lavoratrice o quel lavoratore che con fatica vi si è rivolto.
No, no e ancora no.
Il lavoro incostituzionale nel cuore del sistema produttivo è un po’ troppo.
La “politica” ha le sue responsabilità primarie, il Sindacato e ciascuna organizzazione deve assumersi le proprie.
Le istituzioni devono essere incalzate, la Responsabilità Sociale d’Impresa rivendicata costantemente.
Altro che “non disturbare chi produce” in un Paese dove si continua a morire “regolarmente” sul lavoro.
Non basta la moral suasion del Presidente Mattarella contro il lavoro povero e precario, senza tutele e diritti, iniquo, discriminatorio e insicuro.
Occorre operare in tal senso tutti i giorni, a tutti i livelli, nei confronti di qualunque controparte, nell’ambito di una strategia contrattuale che non sia povera, limitata e burocratizzata, come vorrebbero le grandi imprese e le loro associazioni.
Non basta nemmeno cavarsela con la “concordia e corresponsabilità sociale” richiamata dal buon Luigi Sbarra, a cui va il merito di aver “riesumato” l’art. 46 della Costituzione con la Proposta di legge di iniziativa popolare della CISL sulla “partecipazione” dei lavoratori alla vita delle imprese.
Servono azioni e risposte “immediate”.
L’inflazione, lo sfruttamento e il precariato aggrediscono e rovinano la vita di tante persone, adesso.
Togliere ai poveri che spesso sono persone fragili, con o senza figli e famigliari a carico, è inaccettabile.
Incrementare la precarietà, che deriva fortemente anche dal lavoro volutamente instabile, preferito dalle imprese che con in questo modo “tengono in pugno” i lavoratori, non è socialmente responsabile.
Idem per i voucher che non somigliano neppure lontanamente a una sia pur blanda concezione del salario minimo.
Il taglio del cosiddetto “cuneo” è in realtà una riduzione di contributi sociali simile a una partita di giro, che non copre l’inflazione, non è definitivo, non incide sul fiscal drag che si mangia in tasse aggiuntive una parte del beneficio salariale.
Il Sindacato è di tutti, è per tutti.
Ma non ci sono dubbi sul fatto che assolve positivamente la sua funzione storica solo se apertamente schierato per il lavoro pulito e dignitoso, senza il quale gli squilibri sociali si stabilizzano, l’illegalità dilaga, la democrazia si svuota e la libertà effettiva, per tante persone, svanisce.
Contrastare con lucida e serena determinazione questa realtà è doveroso.
Non ci sono altri modi di essere per le riforme e veramente riformisti, nel rispetto della nostra Bibbia civile: la Costituzione.
Amiamola, difendiamola, spieghiamola e facciamola vivere attraverso quello che facciamo.
Si chiama coscienza.
G.G.
