Come va l’Italia?
Chi si accontenta di poco e di mezze verità può perfino dire che va bene.
O quanto meno “meglio del previsto” riguardo alla crescita del prodotto interno lordo, a confronto di una Europa scivolata in recessione tecnica.
Anche dal punto di vista finanziario, il passaggio dal governo Draghi a quello attuale non è stato traumatico come qualcuno temeva.
Lo conferma anche il successo dei Buoni del Tesoro Poliennali denominati Valore che sottintende fiducia nel futuro dell’Italia, nonostante il suo (nostro) enorme debito pubblico.
Questa è la fotografia economica e finanziaria del momento, alla quale tuttavia corrispondono problemi di segno opposto che incidono negativamente sulla vita di tante persone e famiglie.
Squilibri economici e sociali rispetto ai quali il principio democratico di pari opportunità e pari offerta di servizi pubblici essenziali è ancora una chimera.
Per milioni di cittadini è impossibile poterlo usufruire nella scuola nella sanità e nel lavoro, che costituiscono la struttura portante dello stato sociale.
La democrazia è sostanziale se funzionano, nell’intero territorio nazionale, queste istituzioni-strutture pubbliche di rango costituzionale e se il lavoro genera benessere, piuttosto che ansia e angoscia, come spesso avviene.
Da questo angolo visuale, ha bisogno di essere curata non solo dagli “specialisti” ma anche e soprattutto dai cittadini, dai lavoratori e da chi li rappresenta.
Occorre concentrarsi sui problemi, i rischi e le opportunità che il momento storico offre e in qualche modo impone.
La fragilità delle democrazia ha sempre una scaturigine sociale che si relaziona con il lavoro e con l’impossibilità di progettare il proprio futuro di molti giovani, i quali non sanno cosa farsene delle statistiche e delle fredde comparazioni, che servono più a nascondere che a far emergere la cruda realtà.
Servono riforme e cultura riformista? Sì.
Servono misura, realismo e gradualismo? Sì.
Ma dietro queste parole devono esserci i contenuti e i progetti finanziati che facciano da ponte tra il presente e il futuro prossimo.
A cosa serve il Pnrr se non a questo?
È vero che in primo luogo la ricchezza va creata e poi distribuita, ma c’è modo e modo di crearla e c’è pur sempre il problema della sua equa distribuzione, sia diretta che tramite il sistema fiscale.
Il quale, com’è noto, penalizza i lavoratori dipendenti e i pensionati e, a conti fatti, indebolisce la democrazia.
Una democrazia che non ci è stata regalata, ma che è frutto di conquiste progressive, di arretramenti, interpretazioni utilitaristiche e crisi superabili in avanti solo attraverso la via maestra dei diritti, dei doveri e della responsabilità.
Senza diritti, doveri e responsabilità in virtuoso equilibrio, è impossibile partecipare alla costruzione e alla cura della casa comune, sul cui significato occorre tuttavia intendersi bene.
Qual è la nostra casa comune?
È quella dove ci sentiamo più sicuri.
L’Europa è la casa comune degli stati che ne fanno parte, come l’Italia è la casa comune delle regioni che la compongono.
Quando ci sono di mezzo i diritti fondamentali delle persone, i numeri non contano.
La democrazia non è un conteggio mediante il quale chi ha la maggioranza può fare quello che vuole.
Non funziona così.
Le crisi concomitanti che la espongono a ulteriori rischi –guerra, intelligenza artificiale e clima-, rappresentano anche delle grandiose occasioni di ripensamento dei valori essenziali: la pace prima di tutto.
La più grande e “difficile” delle conquiste, rispetto alla quale è doveroso rapportarsi con la dovuta profondità, anziché cavarsela schierandosi pro o contro.
Pro o contro che cosa (di concreto)?
Benedetti siano gli operatori di pace affinché il massacro finisca prima possibile.
Se discutiamo quotidianamente con “altri” di Pnrr, guerra, clima e intelligenza artificiale, lo si deve al fatto (i fatti contano più delle opinioni, o no?) che siamo condomini dicase comunipiù grandi, una delle quali, la più importante per noi, è l’Europa.
Nel cui Inno alla gioia ci sono queste parole: “la tua magia ricongiunge ciò che la moda ha rigidamente diviso, tutti gli uomini diventano fratelli, dove la tua ala soave freme”.
Se lo si legge tutto ci si rende conto che non ha nulla di meno o in contrasto con gli inni nazionali, che idealmente riassume e rappresenta.
Perfettamente in linea con il Meeting Mondiale sulla Fraternità Umana del 10 giugno a Piazza San Pietro promosso da 30 Premi Nobel per promuovere la fraternità universale.
Maria Ressa, attivista e giornalista filippino-americana, Nobel per la Pace, ci ricorda che nel mondo “la democrazia non è la regola, è l’eccezione, e noi non stiamo facendo abbastanza per salvaguardarla”.
Che è fragile e bisogna difenderne ogni frammento da ogni forma di prepotenza.
Tutti, chi più chi meno, chi in un modo chi in un altro, possiamo e dobbiamo fare qualcosa.
Aderiamo alla raccolta firme #NotAlone. Seminare fraternità non è mai un errore.
G.G.
