Secondo la Presidente della Bce, Christine Lagarde, “i profitti delle aziende hanno contribuito per due terzi all’inflazione nel 2022”.
In realtà si riferisce agli extraprofitti realizzati da imprese e banche con manovre speculative su prezzi, tariffe, mutui e tassi sui prestiti a scapito di consumatori, clienti e utenti, famiglie e anche delle imprese più fragili.
Un esempio concreto di economia e finanza malate da cui scaturiscono simili risultati.
Dov’era e dov’è la Politica?
Cosa fa il Sindacato?
La settimana scorsa ci siamo occupati di Esselunga e altre imprese accusate di frode fiscale e sfruttamento dei lavoratori.
Quelle che hanno gonfiato i loro profitti portano la responsabilità dell’aumento dei tassi di interesse di cui adesso ci si lamenta.
Il compito della Banca Centrale Europea è chiaro, bisogna puntare il dito e adottare misure conseguenti su quanti hanno speculato in maniera impietosa a danno dei “consumatori”.
Questo si è verificato in seguito alla crisi energetica conseguente alla guerra Russia – Ucraina.
Cioè in una condizione che doveva esaltare il senso di responsabilità di tutti gli attori in campo e soprattutto dei grandi gruppi che invece hanno deciso di approfittarne.
Non si tratta di essere inutilmente ridondanti, ma proprio per questo è doveroso dire che gli extraprofitti sono figli di una cultura imprenditoriale vecchia con la quale difficilmente si potrà promuovere lo sviluppo sostenibile.
Anche per questa ragione dovrebbero essere adeguatamente tassati e il ricavato destinato a spesa sociale.
Se solo li mettiamo in parallelo con la riduzione della spesa sanitaria vengono i brividi e fanno capire di quali cure ha bisogno l’Italia.
Il comportamento speculativo delle imprese e delle banche ha colpito tutti e, in maniera odiosa, le persone e le famiglie che già non ce la facevano e ora sono più in difficoltà di prima.
La presidente della Bce ha parlato apertamente di “avidità delle imprese”.
Cosa di cui ci si dovrebbe vergognare, invece se ne parla poco, “quasi” con la preoccupazione di non disturbare, a cominciare dai politici e da quanti trovano più comodo scagliarsi contro le istituzioni europee piuttosto che agire sulle cause dell’alta e persistente inflazione.
Da tempo sono convinto che anche il Sindacato non riesca (più) a confrontarsi con le grandi imprese e i grandi gruppi finanziari come i problemi e i cambiamenti della presente fase storica richiederebbero.
Alziamo la voce e il tiro nei confronti di entità “lontane” o impalpabili come il governo, l’Europa e la Bce, il liberismo, la globalizzazione e le multinazionali, ma siamo deboli e tentennanti nei confronti delle nostre controparti dirette, dove si verifica il nostro grado di convinzione su questioni di fondo come la partecipazione e la democrazia economica.
I prezzi, le tariffe, gli appalti, i fornitori e l’ambiente, cioè le filiere, i tassi applicati ai muti e ai prestiti (per le banche), gli investimenti e la stessa conoscenza della struttura del bilancio aziendale, dovrebbero essere oggetto di confronto istituzionale periodico tra Organizzazioni Sindacali e grandi imprese, con gli strumenti che già esistono.
La Costituzione esiste per intero, partecipare è un diritto qui e ora, non un diritto futuro, quando (?) ci saranno nuove leggi promosse o proposte con raccolta firme o da anni depositate in Parlamento.
La democrazia esiste, non è una promessa futura.
Tocca a noi, anche a noi, farla vivere dal punto di vista sindacale in applicazione della Carta dei diritti e dei doveri che, altrimenti, rimane incompiuta o vivacchia in attesa di tempi migliori.
Altro che elargizioni e scelte unilaterali.
Il diritto di partecipare con gli strumenti, le leggi e le norme che ci sono, esiste già.
Il diritto di informazione e alla formazione va rivendicato e costantemente praticato.
Ma per farlo occorrono orientamento, requisiti e motivazioni, volontà di spendersi all’altezza degli obiettivi da noi stessi indicati.
Ci crediamo?
L’inflazione da avidità di profitti (greedflation) è un fatto gravissimo, a fronte del quale il problema del salario minimo di legge non può più essere rinviato.
Questo, ribadisco, non significa che in attesa di buone leggi non ci sia nulla da fare.
L’art. 36 della Costituzione esiste già e noi abbiamo il diritto dovere di farlo rispettare, non solo attraverso la promozione di vertenze individuali.
Non è tollerabile che nei luoghi di lavoro dove è presente il Sindacato vi siano retribuzioni misere e chiaramente incostituzionali.
Agire sindacalmente dipende solo da noi.
Non è facile, lo sappiamo, ma è doveroso.
Ci si rinnova e rilancia sul campo.
Ne sono pienamente convinto e mi auguro, per il bene dell’Italia e del Sindacato nella sua accezione più ampia e unitaria -che include tutte le organizzazioni sindacali e soprattutto tutte le lavoratrici e i lavoratori-, che vi possa essere una rinascita all’altezza dei problemi che abbiamo di fronte.
Da ultimo desidero informarvi che il 28 giugno ci siamo presentati davanti al giudice per la causa civile avverso il commissariamento della UILTuCS Lombardia, il quale ha invitato “le parti” a trovare un accordo con senso di responsabilità entro il 13 luglio.
Noi ci siamo.
Preferisco non aggiungere altro.
G.G.
