Tutti i nodi vengono al pettine.
Un conto è sparare bordate dall’opposizione senza bisogno di argomentare e dimostrare. Altra cosa è governare.
La politicizzazione esasperante complica anziché risolvere i problemi.
Si prende tempo, ma intanto le persone e le famiglie che vivono di lavoro, ammortizzatori e sussidi, alle prese con il carovita e le scadenze non rinviabili, faticano e talvolta crollano, in maniera non sempre evidente.
Indebolire la sicurezza sociale nella situazione presente è un grave errore.
Utilizzare meglio le risorse finanziarie, in funzione del lavoro, dove e quando sia possibile, va bene, ma bisogna smetterla di colpevolizzare chi il lavoro non lo trova o si trova di fronte a offerte squilibrate, difficili da accettare se non si ha l’acqua alla gola.
Il che costituisce un grave problema non solo normativo, ma anche civile e culturale.
L’incontro sul salario minimo a Palazzo Chigi alla vigilia di Ferragosto è già qualcosa di notevole, ma anche di sconcertante, senza i rappresentati dei lavoratori.
C’è davvero di che riflettere, fermo restando il sacrosanto primato della politica.
Le organizzazioni sindacali non si trovano d’accordo sul come raggiungere un obiettivo che dovrebbe invece unirle.
Come se il problema nascesse oggi e non fosse, viceversa, la risultante di un lungo processo di logoramento delle tutele e dei diritti dei lavoratori.
I mercanti sono entrati nel tempio del lavoro delineato dalla nostra Costituzione, i lavoratori e chi li rappresenta sono più deboli, questa è l’amara constatazione, rispetto alla quale bisogna re-agire.
Siamo nel XXI secolo e le organizzazioni sindacali si dividono in maniera imperdonabile come oltre mezzo secolo addietro, dimostrando di non utilizzare al meglio il patrimonio lasciato in eredità da quelle culture sindacali.
Non è solo la politica ad aver fatto passi indietro.
Impossibile non porsi il problema dell’art. 39 della Costituzione, come giustamente qualcuno propone, affinché libertà e democrazia sindacale siano la stessa cosa attraverso il rapporto trasparente ed equilibrato tra rappresentanti e rappresentati.
Intanto bisogna agire, non aspettare “le riforme” o l’esito di raccolte firme dai tempi incerti, sicuramente non brevi.
Il Governo si è preso due mesi di tempo, aumenta il rischio di gettare tutti i problemi nel tritacarne della contrapposizione politica con il Sindacato, diviso ed emarginato, costretto a schierarsi.
Non c’è tempo da perdere, bisogna lavorare per trovare un accordo entro l’autunno.
La situazione italiana sta facendo emergere tanti innovatori di facciata che per mercato intendono la libertà di agire liberamente a danno di cittadini, clienti, consumatori e, più in generale, della collettività.
Vogliono farci credere cherispetto ai loro extraprofitti o “ingiusti utili”, era impossibile agire diversamente.
Anzi, aggiungono che la decisione del governo di tassare gli extraprofitti danneggia l’economia e lo sviluppo.
Rivendicano la semplificazione nella versione della deregolamentazione, ma la ignorano quando si tratta di innovare strutturalmente, come nel caso del salario minimo, la cui assenza permette di concepire in maniera sporca la concorrenza lungo le filiere produttive condizionate dalle grandi imprese.
Che cos’è il mercato senza la concorrenza leale a partire dal rispetto del lavoro umano che civilizza l’economia?
Se la buona fede prendesse il posto della comoda contrapposizione, che offusca i problemi e la possibilità affrontarli senza pregiudizi, ci si accorgerebbe che esistono soluzioni di riequilibrio praticabili  a beneficio di tutti.
Una di queste è il salario minimo.
Se non si riscopre il senso del limite non si va da nessuna parte.
E se il limite non è la società inclusiva dove nessuno viene abbandonato a se stesso -da non confondere con l’assistenzialismo passivo che genera squilibrio anche nei rapporti umani e sociali-, non si fa altro che navigare a vista come fanno i mestieranti della politica, e non solo.
Ce ne sono anche nel sindacato?
Si, ben posizionati e coperti. 
I quali si orientano sul cosa conviene fare di volta in volta, di momento in momento, in base all’aria che tira.
Vale per il salario minimo, illuminato una volta per tutte dall’art. 36 della Costituzione; vale per gli extraprofitti, che anche un bambino capirebbe essere, non il risultato di meriti particolari, ma di manovre unilaterali e costi spalmati sulla collettività.
Vale anche per il reddito di cittadinanza che, in ultima analisi, significa prendere in carico le persone bisognose di questo supporto nei modi più appropriati e nel doppio registro dei diritti e dei doveri, senza demagogia e risposte a tavolino distanti dalla realtà.
Le banche (e le grandi imprese) sanno difendersi e farsi difendere bene.
Hanno i migliori consulenti del mondo.
In meno di 24 ore sono riuscite a ridimensionare la già modesta tassa sugli extraprofitti e ora sono all’opera per mantenersi le mani libere, anche nella lucrosa speculazione della differenza dei tassi di interesse attivi e passivi.
Si difendono e si fanno difendere anche attraverso la comunicazione mirata che fa passare per dirompente la tassazione decisa dal Governo Meloni, la quale, nella peggiore delle ipotesi, per le banche confermerà, nel 2023, utili record dopo gli utili record del 2022.
A questa comunicazione mirata, che non informa ma disorienta i cittadini, contribuiscono anche le asserzioni prive di fondamento di giornali e telegiornali, secondo le quali ci sarebbe stato un “crollo delle banche”.
Vale molto di più la voce (dal sen fuggita?) sui “margini ingiusti”, estensibile anche al di fuori del settore bancario, la quale, anche se in modo imperfetto, evidenzia un elemento di verità sul quale vale la pena confrontarsi davvero senza pregiudizi.
Ovvero, chiedersi cosa sono questi extraprofitti, come si formano e chi li paga, se riguardano anche altre grandi imprese degli armamentidell’energia e della farmaceutica.
E ripeto: cosa fanno le organizzazioni sindacali nel confronto diretto con queste grandi imprese che si autodefiniscono socialmente responsabili e anche di più?
Non se la sentono addosso i loro manager la responsabilità di aver incrementato l’inflazione a danno della collettività e dei più poveri?
Eppure questa responsabilità è stata accertata.
E allora, chi sono i signori del “no” al cambiamento? 
Apriti cielo. Vogliono pure passare per vittime.
Ecco allora che, per qualche grande economista, “la tassa sugli extraprofitti delle banche è un autogol del governo”, per qualcun altro il salario minimo rischia -udite, udite- di danneggiare i lavoratori e indebolire la contrattazione, e per qualcun altro ancora il reddito di cittadinanza va abolito perché non ha creato lavoro.
Lavoro che, adesso, si pensa di creare per incanto tramite una piattaforma Inps, attraverso il perfetto equilibrio tra la domanda e l’offerta di lavoro, senza condividere con le parti sociali da “quali” imprese e a quali condizioni normative e salariali saranno eventualmente assunte le persone considerate “occupabili”.
Se il governo riuscirà a raggiungere risultati significativi gli sarà riconosciuto senza pregiudizi. Vedremo.
Ma dev’essere chiaro che il confronto non è tra chi rispetta l’economia di mercato e chi la vede come il fumo negli occhi.
Questo lo ipotizza solo chi vuole mantenersi le mani libere e attribuisce, a quanti la pensano diversamente, posizioni che non hanno.
I tecnici servono, i problemi politici sono di altra natura.
Non si trattino i lavoratori come carne da macello.
Buon Ferragosto a tutti
G.G.

Grazie Michela Murgia, per averci aiutato con l’esempio a capire quanto sia importante lottare contro quel potere che si tramuta in “normale” prepotenza.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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