In modo chiaro e inequivocabile, il Ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha detto: “con la denatalità che ha l’Italia nessuna riforma delle pensioni può reggere nel medio e lungo periodo”.
Quindi? Che si fa?
A parte l’abusato termine riforma, il problema della sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale esiste e va affrontato.
Non limitandosi a fotografare la realtà, ma intervenendo sui fattori strutturali del sistema, a partire dal rapporto cruciale tra il numero di persone che lavorando lo finanziano, e il numero di persone in quiescenza.
Il tema è talmente rilevante dal punto di vista sociale da richiedere la più ampia concertazione, il che significa che bisognerebbe toglierlo dalla campagna elettorale, dalla demagogia e dal populismo a buon mercato che purtroppo sono largamente presenti nel Paese e impediscono un confronto più razionale e costruttivo.
Quote di qua, quote di là, ma a carico di chi?
Qual è il destino previdenziale dei giovani che andranno in pensione con il sistema contributivo e hanno già accumulato paurosi buchi contributivi per discontinuità lavorativa, spesso non a tempo pieno?
Le giovani donne sono le più colpite.
In che modo la solidarietà istituzionale li può coprire?
Intanto anche questo governo, come quelli che lo hanno preceduto, dice che vuole aiutare “la famiglia” e contrastare il declino demografico, illudendosi di poterlo fare per decreto, con bonus e sostegni che vanno sempre bene ma non potranno mai sostituire i fattori che stanno alla base della fiducia nel futuro, senza la quale più difficilmente si decide di mettere su famiglia e diventare genitori, non perché non lo si desidera.
Le ragioni della denatalità in Italia, sono complesse.
In un mondo che ha superato gli 8 miliardi di abitanti, con Paesi e continenti economicamente molto più poveri che continuano a crescere, il nostro calo demografico fa riflettere.
Va spiegato (in maniera seria e nei limiti del possibile) ed eventualmente anche contrastato con coerenza, senza riesumare pregiudizi, in presenza di un trend che si consolida e, nella migliore delle ipotesi, richiede parecchio tempo prima di invertire la tendenza.
Che risposte si danno intanto, ai problemi del qui e ora?
Come si pensa di risalire verso i 60 milioni di abitanti, anziché andare verso i 57,9 previsti nel 2030, i 54,2 nel 2050 e i 47,7 nel 2070?
Cercare spiegazioni e soluzioni facili non aiuta, serve solo a ingarbugliare i problemi, ad escludere le risposte più razionali.
A partire dai bisogni umani, che non sono solo materiali e immediati, ma si proiettano nel futuro, soprattutto quando si parla dei (e si pensa ai), figli.
In un dialogo immaginario tra una lei e un lui, o tra due lui e due lei che desiderano “avere” dei figli, anche in affido o adozione, le prime cose che si chiedono sono: siamo in grado di mantenerli?
In quale contesto economico e sociale e con quale prospettiva di vita?
L’incentivo o il freno potente gira e rigira è sempre il lavoro.
È meglio farsi queste domande e preoccuparsi prima di mettere al mondo dei figli, o vivere in paesi e contesti dove molte bambine diventare mamme a 12-15 anni, con tutto quello che precede e consegue in situazioni simili?
Certo, bisogna evitare di generalizzare, ma non c’è dubbio che la genitorialità consapevole sia un fattore di emancipazione.
Ed anche di liberazione da obblighi imposti, soprattutto alle donne, tali da non farci rimpiangere le famiglie numerose associate a fame, miseria e sfruttamento, anche del lavoro minorile, di cui alle lotte e rivolte contadine del secolo scorso, progenitrici del movimento sindacale e degli sviluppi successivi sui quali si dipana il filo della storia fino ai giorni nostri.
Premesse quindi le nostre irrinunciabili conquiste di libertà, che includono quelle di ultima istanza della donna, nella sua irriducibile diversità, occorre focalizzarsi su cosa sia possibile fare oggi, per dare, a tutte le persone che lo desiderano, la possibilità di mettere su famiglia, diventare genitori.
A partire dal lavoro, senza demagogia ma con la chiarezza nei confronti di tutti i soggetti interessati, imprese e imprenditori in primo luogo.
L’impresa, in quanto tale, anche nella versione finanziaria di Banca o in quella solidaristica no profit e/o cooperativa (cooperazione vera, non fasulla, ingannevole e contraddittoria), è un “bene pubblico” da incentivare e curare, dal quale deriva la ricchezza, da distribuire equamente.
Detto questo, occorre più onestà intellettuale nel riconoscere apertamente che non poche imprese sfruttano i lavoratori e vanno contrastate anziché incentivate incondizionatamente attraverso il deleterio lasciar fare, confuso con l’intraprendenza e il merito imprenditoriale.
Chi non fa demagogia sa che il lavoro instabile è ineliminabile, se per tale si intende quella quota di personale che le imprese assumono a tempo determinato per svariati motivi.
La differenza tra il fisiologico e il patologico che impedisce a molti giovani di mettere su famiglia e al mondo figli, consiste nella convenienza maliziosa delle imprese a non assumerli in pianta stabile e a tempo pieno anche quando le condizioni di mercato lo permettono.
Chi e perché nega questa evidenza che va contro i giovani e le giovani donne, consolidando la denatalità? Pensare di contrastarla solo attraverso bonus e incentivi fiscali e contributivi, senza nulla dire e fare nei confronti delle imprese che con i loro comportamenti concreti favoriscono il lavoro instabile, è una pia illusione. 
È ragionevole scollegare la natalità dai posti di lavoro stabili che si creano, da come il lavoro viene distribuito, dall’organizzazione generale degli orari e dei servizi?
Da una retribuzione che permetta di vivere senza l’angoscia permanente di non farcela?
Il lavoro dev’essere fonte di benessere, relativa serenità e fiducia nel futuro.
Nessuna persona ragionevole può immaginare di eliminare la flessibilità organizzativa, soprattutto nei servizi.
Ma il cancro nel nostro sistema produttivo è nato e si è sviluppato quando la flessibilità, di deroga in deroga, si è trasformata malignamente in fattore di concorrenza al massimo ribasso con retribuzioni orarie indegne di un Paese civile.
Attenzione. Paese civile è un riferimento general generico, la responsabilità è sempre soggettiva e non è giusto mettere tutte le imprese sullo stesso piano, al netto delle responsabilità politiche e istituzionali che hanno favoriti determinati fenomeni.
Dai quali scaturisce anche la ragazza cosparsa di cioccolato esibita su un vassoio in un Resort stellato della Sardegna, impossibile da commentare con parole e discorsi adeguati.
Caso isolato?
No, caso emblematico. Di una fenomenologia più ampia e complessa del singolo episodio.
Il pesce, come si suol dire, puzza dalla testa.
Abbiamo il dovere di “immaginare” quale “mentalità” sveli un episodio del genere e far sentire la voce delle lavoratrici e dei lavoratori.
Come può una catena alberghiera che promuove i valori della tradizione ma anche dell’innovazione, “permettere che nelle proprie strutture ci siano questi comportamenti, dove il corpo di una donna, di una lavoratrice, sia equiparato a quello di una stoviglia per assecondare l’occhio malizioso di qualcuno. Fino a scandalizzare una  adolescente che esclama, “papà che schifo, questo non è un paese dove potersi realizzare“?
Facciamo nostre le parole del manager milanese Federico Mazzieri e della figlia 14enne che ha dimostrato più maturità umana e civile dei dirigenti di di questa impresa alberghiera.
La direzione della catena si scusa con i clienti, ma non con le lavoratrici e i lavoratori.
Inutile aggiungere altro.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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