Con il “Si” al Patto di stabilità e il No al Mes il governo ha deciso di usare l’Italia per fare campagna elettorale anziché mettersi al suo servizio.
Così facendo conferma di anteporre gli interessi elettorali dei due principali partiti della maggioranza, a quelli dei cittadini italiani, con il terzo alleato che non sa andare oltre qualche distinzione tattica del tutto ininfluente.
A farne le spese è il Paese, che naviga nell’incertezza del proprio domani, anche per i gravi problemi geopolitici delle guerre in corso che sono locali ma con effetti globali.
Siamo tornati ad essere considerati inaffidabili, aumenta il rischio che ce la facciano pagare.
Da adesso alle elezioni europee del 9 giugno, sarà campagna elettorale per accaparrarsi consensi di pancia, nel momento storico in cui serve tutt’altro.
Nel 2024 può succedere di tutto, ma intanto non si affrontano gli squilibri strutturali: manca lavoro che permetta di vivere dignitosamente, il precariato si consolida e sviluppa nell’indifferenza del governo, gli stipendi non tengono il passo dell’inflazione, non si rinnovano importanti contratti nazionali di lavoro come quelli del Terziario del Turismo e di importanti servizi, il sistema previdenziale nel suo complesso continua ad accumulare ritardi che, prima o dopo, esploderanno anche perché sono penalizzati ed esclusi anche dalla previdenza integrativa la gran parte delle lavoratrici e dei lavoratori, giovani soprattutto, che ne hanno più bisogno.
Siamo un grande Paese con una “complessa” economia e con grandi problemi irrisolti che frenano il suo sviluppo e compromettono il suo futuro, che meriterebbe uno slancio politico e ideale diverso dal professionismo politico spregiudicato che cavalca i problemi e prospetta solo alternative di potere rispetto a supposti nemici.
L’enorme debito pubblico (2.868 miliardi di euro) è un problema con il quale occorre fare i conti in ogni caso, a prescindere che ce lo “imponga” l’Europa, di cui comunque facciamo parte con diritti e obblighi derivanti dalle regole condivise.
Impossibile concepire una comunità senza regole.
Si viaggia verso la cifra record di 100 miliardi di interessi l’anno se continuiamo con gli attuali ritmi di incremento, ma si elude sistematicamente il problema dell’evasione fiscale che anzi si accetta come realtà immodificabile e perfino da incoraggiare mediante condoni e misure ad hoc accompagnate da invettive irresponsabili come quella del “pizzo di Stato” rabbiosamente enunciata proprio dall’attuale Presidente del Consiglio.
In realtà non c’è un solo modo di rientrare da un debito così alto, e per questa ragione l’accordo sul nuovo Patto di stabilità e sviluppo è (stato) così laborioso e problematico per l’Italia, con esito finale che risulta essere quello che il governo italiano aveva sempre rifiutato.
Quindi una sconfitta, per il modo di ragionare di Meloni e Salvini, alla quale ha fatto seguito il no dispettoso al Mes che tutti gli altri Stati hanno ratificato da tempo e di cui potrebbero aver bisogno.
L’Europa c’entra ben poco con il nostro debito e non è neanche vero che al suo interno non ci sia solidarietà.
Anzi, prima o dopo gli euroscettici dovranno spiegare perché diversi paesi vogliono fortissimamente entrare nell’Unione Europea e faticano molto prima di arrivarci.
Evidentemente perché hanno da guadagnare entrando a far parte di una comunità che ha solo bisogno di essere rafforzata per generare gli Stati Uniti d’Europa concepiti dallo storico Manifesto di Ventotene fin dal 1941 concepito dagli antifascisti lì confinati.
Forse l’Europa, con tutti i suoi limiti e i governi che le impediscono di esercitare un ruolo politico più incisivo, è un po’ meglio dei furbi politici che oggi votano il “Patto” ma non il Mes per mera convenienza elettorale.
Lo capiranno i cittadini italiani?
Molta informazione purtroppo è asservita e fiancheggiatrice.
Chi può deve mettere in evidenza l’importanza dello stare in Europa e con l’Europa, per una politica economica e sociale di sviluppo alternativa a ciò che comunemente si intende per austerità.
Termine ambiguo che, calato nella realtà italiana, dovrebbe corrispondere all’austerità degli extraprofitti piuttosto che all’irresponsabile taglio della spesa sociale di cui pagano le conseguenze le persone più bisognose di aiuto e sostegno.
Certi problemi sono solo nostri e, se proprio vogliamo sintonizzarci con il patriottismo da quattro soldi di certi ministri, possiamo parlare di debito pubblico made in Italy che tocca a noi affrontare e risolvere, a cominciare dal connesso problema dell’economia sommersa di cui soffre “da sempre” il nostro Paese.
Lottare e resistere a difesa dei principi/valori sui quali si basa il nostro sistema di convivenza, non significa altro che assumersi le proprie responsabilità di fronte alle minacce provenienti dall’interno e dall’esterno.
Significa partecipare attivamente e mettersi a disposizione della parte opposta a quella che li minaccia anche dall’esterno, mediante assurde alleanze internazionali che vanno oltre il legittimo essere di destra o di sinistra.
L’estremismo nero e i regimi intolleranti che teorizzano perfino la democrazia illiberale, ovvero la dittatura della maggioranza, sono una triste realtà con la quale in ogni caso bisogna fare i conti, avversari minacciosi delle nostre pur incomplete conquiste materiali e immateriali.
Insomma, il senso di responsabilità non corrisponde al quieto vivere.
Semmai è da irresponsabili “non disturbare il manovratore”, soprattutto quando è evidente che imbocca una strada sbagliata e pericolosa.
Far finta che le cose vadano bene e che le nostre conquiste di civiltà non siano in pericolo, questo si è da irresponsabili.
Ne sono prova autorevole i continui richiami del Presidente della Repubblica Mattarella a proposito del momento storico che stiamo attraversando, degli squilibri sociali interni mai così evidenti ed estesi.
La tutela degli extraprofitti da un lato, il taglio della spesa sociale dall’altro -accompagnato dall’assoluta mancanza di volontà di affrontare il problema del precariato e del lavoro non remunerato secondo quanto prescrive la Costituzione- fotografa plasticamente l’orientamento di questo governo.
Ancora una volta e da par suo, Mattarella ha snocciolato un discorso ricco di contenuti, molto diverso dall’orientamento che oggi esprime il governo Meloni.
A fronte di un nazionalismo confuso e fuori dalla storia, scollegato dai diritti di cittadinanza delle persone, previsti e tutelati dalla nostra Costituzione, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, abbiamo un governo disposto ad allearsi con altri governi e forze politiche illiberali che prevedono solo regressione politica civile e culturale.
Un esecutivo che spacca il Paese, interpretando la vittoria elettorale come una sorta di autorizzazione a comandare anziché governare “rispettando gli equilibri dei poteri e il ruolo del parlamento”.
Spiace ripeterlo, ma l’Italia del Capo dello Stato e quella della Presidente Meloni divergono.
Solo in virtù dello stile e della cultura istituzionale del primo, i due poteri non sono ancora andati in rotta di collisione in modo dirompente.
Uno rispetta la Costituzione e ad essa si ispira.
L’altra vuole cambiarla in peggio e non rafforzarla con adeguamenti che la rendano sempre attuale, quale essa è per volontà unitaria dei costituenti che, pur avendo idee diverse, erano accomunati dall’antifascismo autentico.
Un antifascismo che indica solo la strada della democrazia, della libertà e dei diritti umani, al di sopra dei quali non c’è e non può esserci nessuno.
Da lontano, da molto lontano, ma idealmente vicino, Buon Natale e Buone Feste a tutti.
G.G.
