Questa mia riflessione prende le mosse dalla lettura de Lo Statuto delle Lavoratrici, di Irene Soave, la quale bussa alle coscienza di quanti non si rassegnano allo svuotamento sociale del lavoro.
Che non va bene per le donne, e nemmeno per gli uomini.
Va benissimo solo a chi “con ingordigia e prepotenza” se ne avvantaggia.
Ne consegue che “il conflitto è necessario”. È democratico e fisiologico.
Ma va esercitato con intelligenza, per impeire che diventi merce di scambio a somma inevitabilmente negativa per tutte le persone che hanno bisogno di lavorare, con diritti e doveri in equilibrio e non sbilanciati sul potere asimmetrico dell’impresa.
Con questo scopo nacque, nel 1970, lo Statuto dei diritti dei lavoratori.
Emanazione conseguente della Costituzione, che fonda sul lavoro la nostra Repubblica, anche e soprattutto per questo, democratica.
Non, quindi, lavoro generico e purchessia, bensì degno e dignitoso, per sè e per il proprio nucleo familiare.
Immaginare con indubbia genialitá uno Statuto delle lavoratrici, altro non è, secondo la mia ermeneutica politica e sindacale, che il recupero e la prosecuzione ideale di quella grande conquista che implicava la necessità di democratizzare l’economia attraverso l’equilibrio degli interessi, impossibile da realizzare opprimendo, escludendo e discriminando.
Le donne in particolar modo.
Non avere lavoro è la sorte peggiore che possa capitare a una persona che ne ha bisogno, ma non se la passano bene nemmeno le persone che trovano lavoro e lavori, anche pesanti e disagiati, senza diritti o con diritti annullati dalla malintesa flessibilità a senso unico che permette alle imprese e ai manager più ottusi di gestire il personale con la potente arma del condizionamento.
Milioni di persone nel nostro Paese hanno un rapporto di permanente malessere con il lavoro che manca o con il lavoro instabile, dimezzato e discontinuo.
Il che non significa che tutte quelle che hanno un “normale” contratto di lavoro a tempo pieno e indeterminato, siano soddisfate dal punto di vista retributivo e professionale, della partecipazione alla vita della propria azienda.
È il modello di sviluppo e di impresa, di produzione e distribuzione della ricchezza, che richiede correzioni e riforme in grado di orientare al sociale l’economia.
La storia ha sancito chiaramente che il mercato serve ma non basta.
Il cosiddetto “sistema Italia” ha impoverito milioni di lavoratori e lavoratrici, non solo economicamente, ed è evidente che il prezzo maggiore lo pagano le donne, di tutte le età, alle quali rimane solo l’arma della presa di coscienza e della rivendicazione politica e sindacale organizzata per ri-socializzare il lavoro, senza nulla togliere alle leggi dell’economia.
Anzi, è nell’interesse di tutti che le imprese siano sane e profittevoli, ma tale obiettivo va perseguito con modelli produttivi sostenibili, non a misura esclusiva del profitto “costi quel che costi”.
Ma bisogna imparare a tramutare in azione sindacale concreta questa consapevolezza, azienda per azienda, territorio per territorio, non limitandosi ad aspettare le risposte della politica, che comunque bisogna rivendicare e sostenere con determinazione, come stanno facendo CGIL e UIL.
Questa è la faticosa inversione di tendenza di cui c’è bisogno, spingendo dal basso verso l’alto e operando dall’alto verso il basso, come oggi non avviene.
Rigenerare il lavoro e la società attraverso lo sguardo dirompente delle donne è una ipotesi da prendere in seria considerazione, tramutandola in visione e pratica sindacale in primo luogo nella contrattazione con le grandi imprese, che fanno scuola.
A mio parere è necessario, benché il contesto politico nazionale sia condizionato dall’avere per la prima volta una donna a capo del governo che non vuole cambiare quello che c’è da cambiare, anche e soprattutto a favore delle donne, per immettere in economia e nel lavoro la fondamentale dose di giustizia sociale.
Un elemento che oggi manca per responsabilità acclarata della politica, di imprese irresponsabili e professionisti che la usano come scudo e a loro volta la sostengono.
Dalla parte e a copertura della concorrenza antisociale, a danno delle persone in cerca di lavoro, donne in particolare, alle quali, per effetto di “certe” norme di legge e del come vengono “gestite” nei luoghi di lavoro, viene negata la libertà di scegliere liberamente se e quando mettere su famiglia, la possibilità di conciliare lavoro e vita.
Altro che rimettere in discussione, nei fatti e subdolamente, la legge sull’interdizione volontaria della gravidanza, senza nulla fare a sostegno delle famiglie con figli esistenti…
Oggi il lavoro è troppo spesso fonte di malessere: maggiorato per le donne.
Sia perché non è equamente distribuito, sia perché ne limita lo sviluppo professionale e le obbliga a scegliere tra una dimensione e l’altra della vita.
Dimensioni che dovrebbero stare insieme e in equilibrio, con diritti specifici coerenti con la diversità di genere e l’uguaglianza di principio/scopo.
Gli equilibri economici e sociali sono prodotti della storia, ma la storia stessa insegna che i cambiamenti in meglio o in peggio scaturiscono dalla dialettica degli interessi in gioco che in democrazia devono trovare una composizione equilibrata.
Un mondo del lavoro che esclude e marginalizza le donne è meno vivibile anche per gli uomini.
Causa ed effetto di squilibri economici e sociali che si autoalimentano e producono una generalizzata disaffezione al lavoro che impoverisce e abbruttisce la società nel suo insieme.
Ragione di più per puntare sull’alleanza rigeneratrice tra donne e uomini – giovani e anziani che solo i conservatori e i reazionari, in politica e in economia, temono.
Ragione di piú per crederci seminando speranza e partecipazione consapevole.
G.G.
