Non è regalando soldi alle imprese che si diventa più competitivi.
Competere si può e si deve, purché sia chiaro in che modo e a quale scopo, tenuto conto che siamo immersi in una realtà conflittuale in cui si fronteggiano diversi modelli di sviluppo che impattano diversamente sulla vita delle persone.
Il problema esiste e richiede risposte nuove sul come si genera, utilizza e distribuisce la ricchezza prodotta, quanta importanza si attribuisce al lavoro umano, come si governa e valorizza l’intelligenza artificiale.
Le “riforme senza precedenti” di cui parla Mario Draghi per qualificare il suo “Rapporto sulla competitività” dell’Unione europea, fanno sperare in un futuro migliore, soprattutto più inclusivo dal punto di vista sociale, per una economia di scopo, più partecipata dal basso, al servizio della collettività e delle persone.
Per valutarne il merito bisogna aspettare che diventi qualcosa di più di un preannuncio, benché la statura del personaggio e il fatto che l’”incarico” le sia stato conferito dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, lascia intendere che si tratti di un importante “programma di legislatura”.
Siamo in un momento storico in cui può succedere di tutto: si spera nel meglio, si teme il peggio.
O la democrazia, anche economica, si sviluppa, rafforzando ed estendendo diritti e welfare, oppure si torna indietro, continuando a galleggiare sui problemi.
Cambiare si può e si deve: bisogna vedere come.
Intanto dobbiamo fare i conti con l’Agenda politica di un governo che prevede e in parte attua controriforme senza precedenti e misure che impattano negativamente sulla vita dei cittadini.
Il lavoro è il grande assente.
Si lascia fare alle imprese, anche quando danneggiano palesemente i lavoratori.
Gran parte del precariato e dello sfruttamento esistenti nel nostro Paese derivano dall’irresponsabile accondiscendenza politico istituzionale, che non bisogna mai stancarsi di contestare.
L’assuefazione che fa diventare normale il libero arbitrio nei rapporti di lavoro, va respinta e combattuta.
Lo dobbiamo ai giovani e alle giovani donne in particolare che pagano il doppio prezzo di non trovare lavoro o di trovarlo povero e non tutelato, perché così preferiscono le imprese.
Scrive Giovanni Floris, nella prefazione al libro di Antonio Pagliaro, Il Valore del lavoro: “i giovani italiani si sono mostrati disposti ad assumersi il rischio della flessibilità, ma poi si sono confrontati con la mancanza di ammortizzatori sociali, di forme adeguate di previdenza, di seppur minime garanzie. Chi li ha accompagnati in mezzo al bosco li ha abbandonati nel buio, e se l’è svignata”.
Da quando il famoso giornalista televisivo ha scritto queste parole la situazione è perfino peggiorata e continua a degenerare verso un laissez faire che non ha nulla a che vedere con la flessibilità virtuosa e conciliante che rimanda al dettato della nostra Costituzione.
Eppure le abbiamo chiamate riforme e ci siamo definiti riformisti, banalizzando una nobile corrente politico culturale che viene da lontano e ha le sue radici nell’interdipendenza inscindibile tra giustizia sociale e libertà.
Questi risultati non sono ascrivibili al caso, bensì a un certo Made in Italy di cui andare poco orgogliosi che relega i giovani e le giovani donne italiane, i lavoratori in generale, in fondo alla classifica dei Paesi europei per tasso di occupazione giovanile e livelli retributivi.
L’inganno classico, che ora il governo Meloni si appresta a reiterare con il cosiddetto Decreto Coesione (decreto legge n. 60/2024), che prevede agevolazioni contributive a favore delle imprese che assumono under 35, consiste proprio nel regalare soldi che non garantiscano il reale incremento degli organici, la buona occupazione, la stabilità associata ai diritti e alla tutela sociale.
Anzi, accettando le condizioni delle imprese che talvolta gli organici li tagliano per teste e/o per numero di ore lavorate attraverso tempistiche appositamente studiate per nettizzare il beneficio degli sgravi contributivi.
Questa è la risultante dei tanti soldi spesi in passato che, nella migliore delle ipotesi, hanno permesso alle imprese di riorganizzarsi e di sostituire il personale più costoso con giovani meno costosi, part time al posto di full time, ovvero con persone più facilmente “gestibili” perché meno tutelate.
In Italia non ci sarebbero più giovani disoccupati cronici se il fiume di denaro a loro formalmente destinato avesse prodotto posti di lavoro aggiuntivi e realmente stabili.
A tempo pieno e indeterminato, per metterli nella condizione di fare progetti di vita.
Con la Ministra (consulente) del lavoro che ci ritroviamo, è una pia illusione.
I soldi pubblici occorre investirli certamente anche per infrastrutturare il Paese, metterlo in sicurezza dal punto di vista energetico e ambientale, sostenere filiere produttive, come nel caso del settore auto.
Altro che regalare soldi che si volatilizzano nel nulla.
Troppa attenzione verso il governo e poca verso le imprese (che con esso condividono più di quanto non appaia) non va bene.
È sempre tempo di responsabilità, senza la quale il lavoro sindacale di ispirazione e finalità confederale è inconcepibile.
Ma fuori dalla realtà non è chi ritiene doveroso lottare politicamente e sindacalmente per cambiare il modello di sviluppo, ma chi pensa di poterlo fare tra un “tavolo” e l’altro e inconcludenti discussioni su cosa sarebbe meglio fare.
La tattica più sperimentata di chi è indisponibile ma vuole apparire dialogante e aperto al confronto.
E intanto i giovani, le donne, i lavoratori e i pensionati faticano sempre più.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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