thnk's to Nataliya Vaitkevich

Stipendi poveri e pensioni miserabili. Questa correlazione  sintetizza meglio d’ogni altro discorso la problematica condizione esistenziale nella quale si trovano da tempo le persone giovani che non trovano lavoro o sono costrette a lavorare meno di quanto vorrebbero. Lavoro e previdenza sono inscindibilmente connessi e riassumono la questione sociale italiana più rilevante che giustifica il richiamo alla bomba sociale di cui ha parlato recentemente anche la Presidente del consiglio Meloni per manifestare la generica volontà di disinnescarla. Se ne parla da diversi lustri ma nulla d’importante è stato fatto per rimettere gradualmente in equilibrio il sistema, sia dal punto di vista finanziario che sociale.  Allo stato, il futuro pensionistico di milioni di giovani è inesorabilmente contrassegnato dalla povertà. Detto in parole crude ma realistiche, i giovani sono stati traditi. E ancor più lo saranno se anche questo governo non darà le risposte che da tempo CGIL CISL UIL chiedono, senza ricevere riscontro. Traditi non dai loro padri come genericamente è stato detto, per distogliere l’attenzioni dalle principali responsabilità e corresponsabilità politiche, nonché da comportamenti imprenditoriali diffusi che hanno fatto crescere a dismisura il lavoro povero precario e discontinuo che si tramuta meccanicamente in pensioni poverissime. La presidente Meloni dice: “lavoreremo sulle pensioni future per evitare una bomba sociale”. Ma come si concilia col fatto che il “suo” governo promuove sviluppo contrario alla sostenibilità sociale di cui la previdenza associata al lavoro è il pilastro principale? Che riguarda milioni di persone con carriere lavorative spezzate, discontinue e frammentate, che hanno subito danni irreparabili anche dal punto di vista del cosiddetto” inverno demografico”. Questo in larga misura dipende dalla stretta correlazione tra il lavoro povero e la sfiducia nel futuro che frena la genitorialità responsabile.  Le buone pensioni non nascono dal nulla. Scaturiscono dal lavoro regolato e dignitoso, a maggior ragione quando esso è umile e faticoso, comunque prezioso per il funzionamento del “sistema Paese”, come “anche” il biennio del Covid ha dimostrato. È impossibile scollegare la previdenza dal lavoro, così come separare l’una e l’altro dalla politica economica e sociale che i governi promuovono. Lasciar fare alle imprese, che per loro natura prediligono ciò che conviene, è parte del problema. È inutile girarci attorno. Oggi, a invarianza di fattori, siamo di fronte alla certezza che milioni di lavoratrici e lavoratori saranno pensionate/i poveri. In conseguenza di irresponsabilità trasversali nei confronti di persone giovani alle quali, dopo la scuola e l’università, non si offre in partenza la possibilità di partecipare pienamente alla vita economica e sociale del Paese, tramite il lavoro, che costituisce il presupposto strutturale della futura pensione.  Evidentemente parliamo del lavoro che la Costituzione focalizza come valore fondante e diritto-dovere di ogni cittadino. Il quale, per svilupparsi coerentemente richiede politiche attive conseguenti e comportamenti imprenditoriali improntati alla responsabilità sociale d’impresa, in realtà poco praticata perfino in tema di salute e sicurezza che prevede obblighi espliciti in capo all’impresa e all’imprenditore. Certo che serve il “dialogo sociale” e la predisposizione culturale alla partecipazione consapevole, non pregiudizialmente conflittuale; ma questo è possibile di fronte a istituzioni associazioni e imprese che accettano il confronto in funzione della contrattazione. Ovvero di accordi coerenti con i diritti costituzionali dei lavoratori, ma senza complessi d’inferiorità e subalternità nei confronti di quanti invece pretendono di sacrificarli sull’altare di una competitività senza anima secondo la quale il fine giustifica i mezzi.

È impossibile fare alcunché di serio in campo previdenziale senza incidere sulla struttura del mercato del lavoro. La politica economica e sociale del governo, salario minimo negato compreso, non sta producendo l’inversione di tendenza di cui c’è bisogno. Da stipendi poveri non possono che derivare pensioni miserabili. Non si scappa. Chi ha lavorato e lavora poco, non per volontà propria, e non ha mai usufruito della previdenza integrativa -per diffuse ir-responsabilità politiche e imprenditoriali, nonché (aggiungo per onestà intellettuale) per sottovalutazione del problema da parte sindacale- è messo malissimo. Siamo di fronte a una grave frattura intergenerazionale che si è accentuata nel passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, che doveva essere compensato dalla previdenza integrativa e da altri fattori, ma così non è stato. Sta di fatto che in costanza del quadro normativo vigente, dei ritardi accumulati da un’intera generazione (la riforma Dini risale al 1995) e di un mercato del lavoro che continua a penalizzare pesantemente i giovani, la situazione previdenziale delle lavoratrici e dei lavoratori che andranno in pensione con il sistema contributivo è destinata ad aggravarsi. A danno delle persone e delle famiglie interessate, a carico delle istituzioni chiamate a farsene carico, cioè della collettività e degli stessi lavoratori e pensionati che pagano regolarmente le tasse. È a rischio la coesione. Non tanto e non solo per generica carenza di competitività derivante da fattori esterni, quanto da ritardi e squilibri storici interni, non solamente territoriali, rispetto ai quali il sistema previdenziale è un misuratore che aiuta a capire in che direzione stiamo andando. Allo stato la risposta è sconfortante. Che fare?  Nello scenario nazionale ed europeo di breve medio periodo, ma direi in generale, è semplicemente illusorio aspettarsi risultati solo attraverso il “dialogo sociale” e le buone maniere, che comunque non bisogna mai abbandonare. Senza lotta non ci sono risultati. Il che fare interpella tutti e ciascuno, tutte le forze politiche e le organizzazioni sindacali, tutte le organizzazioni che in un modo o nell’altro operano nel sociale. La lotta fa parte della vita, c’è poco da fare. Non si raggiungono risultati concreti per gentile concessione. Quella sindacale dev’essere sempre intelligente e organizzata, ancorata alla memoria della sua funzione storica che indica la direzione di marcia. Esserne consapevoli è la premessa migliore per alimentare fiducia e speranza nel futuro.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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