Il lavoro è il tempo umano che incide maggiormente sull’intero arco della vita personale e famigliare, comunitaria e collettiva, che in un modo o nell’altro prefigura modelli sociali e di convivenza che ne rispecchiano i ritmi e le dinamiche.
Il suo valore va oltre la dimensione economica.
Con questo spirito va ri-concepito e riproposto come architrave della nostra Repubblica democratica che chiede a chi governa o rappresenta le istituzioni di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Una più equa distribuzione della ricchezza va inquadrata nella prospettiva costituzionale di equilibrio tra le parti sociali, sia mediante la contrattazione sindacale, sia per via legislativa.
Oggi non è così, non certo solo per responsabilità del governo Meloni, il quale, però, non sta facendo altro che consolidare e accentuare lo squilibrio relazionale tra imprese e lavoratori da cui derivano le basse retribuzioni e l’impoverimento del lavoro.
Lo “sbilanciamento marcato e in continuo peggioramento tra stipendi e costo della vita” deriva in primo luogo da questo squilibrio, che non è un problema tecnico ma autenticamente politico. Di democrazia economica e di tenuta della coesione sociale.
Cattivi esempi di questo squilibrio sono le grandi imprese, gli enti pubblici e le istituzioni che appaltano servizi e quote di produzione a costi che generano condizioni di lavoro e salari incompatibili con l’art. 36 della Costituzione.
Cattivi esempi di cui si occupa con allarmante frequenza la Procura di Milano per contrastare il caporalato, lo sfruttamento e le retribuzioni da fame che numerose imprese applicano ai loro “dipendenti”. L’ultimo intervento d’urgenza nei confronti della Cooperativa Fema, che fornisce personale per eventi e servizi museali, risale a pochi giorni fa.
Urgono risposte concertate a più livelli e a mio parere anche una “nuova scala mobile”, depurata dalla valenza politico simbolica di un tempo, finalizzata alla concreta tutela del potere d’acquisto delle retribuzioni e in definitiva della contrattazione stessa e delle sue tempistiche.
Fino a quando la parte datoriale trae solo vantaggi dal mancato rinnovo dei CCNL nei tempi previsti, perché non è tenuta ad adeguare le retribuzioni al costo della vita, secondo parametri e criteri condivisi, i lavoratori continueranno ad essere penalizzati.
La conclamata questione salariale richiede una decisa inversione di tendenza, anche attraverso il doveroso contrasto alla pirateria contrattuale che, alla luce dell’inflazione degli ultimi anni, rende ancor più “incomprensibile il rifiuto di istituire un salario minimo orario di legge, e sconcertante la contrarietà filo governativa del Segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra.
Mi auguro che gli amici della Cisl si rendano conto prima possibile dell’errore che stanno commettendo e ritrovino le ragioni dello stare insieme a CGIL e UIL. La questione salariale è preminente ma va affrontata nella prospettiva della rivalutazione umana e sociale del lavoro.
Una rivalutazione alternativa allo scarso coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori che lo riduce a mero scambio disequilibrato tra l’impresa che impone determinate condizioni e le persone costrette ad accettarle.
Il record di occupati fa parte di un racconto interessato che non alimenta affatto la speranza in un futuro migliore nei giovani che escono dalle scuole e dalle università e aspirano a trovare lavori che li mettano nella condizione di crescere professionalmente e fare progetti di vita. Ancora peggio per le donne.
A che serve l’”intelligenza artificiale” se non migliora la qualità del lavoro, non libera tempo umano e non aiuta a distribuire meglio la ricchezza prodotta?
Se, in poche parole, genera una società meno coesa e inclusiva?
Senza una visione orientata allo sviluppo, con relativi investimenti che lo concretizzino -anche mediante debito buono da dedicare alle nuove generazioni-, si continuerà a parlare sempre e solo di variazioni percentuali strutturalmente insignificanti tra un trimestre e l’altro, a chiamare posti di lavoro anche contratti di pochi giorni settimane o mesi l’anno che non permettono di “vivere”.
Da troppo tempo in Italia il costo della vita cresce più delle retribuzioni, che continuano a non tenere il passo dell’aumento dei prezzi e delle tariffe di beni e servizi essenziali.
E se è vero che l’inflazione è la più ingiusta delle tasse, è altrettanto vero che c’è chi ne trae vantaggio e ingiusto profitto. Non è una partita a somma zero.
Il lavoro va riportato nella prospettiva dello sviluppo sostenibile di cui la giusta retribuzione, contrattata dalle organizzazioni sindacali titolate a rappresentare i lavoratori, è il pilastro principale.
La vecchia scala mobile fu sospesa e poi definitivamente abolita con la dichiarata volontà di mantenere stabile il potere d’acquisto dei salari.
In alcuni Paesi europei -Francia, Germania e Spagna sicuramente-, è stato effettuato ( giustamente) l’adeguamento all’inflazione del salario minimo. in Italia siamo ancora all’anno zero. Non va bene. Il lavoro umano va rispettato, umanizzare il lavoro è l’imperativo morale del nostro tempo.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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