Al dunque, il Lavoro è nel destino dell’essere umano. Snaturare l’uno equivale a svalorizzare l’altro, sia sul piano individuale che del suo essere sociale.
Cosa possiamo e dobbiamo fare per salvaguardare il valore costituzionale del Lavoro nel tempo dell’utilizzo ambivalente e neo-futurista dell’Intelligenza Artificiale? Siamo di fronte a un veloce divenire che richiede di investire tempo e risorse in educazione e formazione.
Chi non lo fa rischia. Nella migliore delle ipotesi rimane indietro. In primo luogo devono rendersene conto i soggetti e le organizzazioni che operano nel sociale e nel campo del lavoro.
Se questo si allontana dalla dimensione umana e comunitaria, diventa fonte di malessere.
L’esatto contrario del benessere psicosociale, materiale e spirituale, dal momento che la natura dell’uomo non è riducibile a materialismo e nichilismo senza scopo.
Se crolla la progettualità costituzionale del lavoro viene meno l’essenza della democrazia, riemerge lo spirito animale del capitalismo di vecchio stampo che implica il “sistematico” sfruttamento dei lavoratori, anche ad opera di grandi imprese che si avvalgono di false cooperative e società di servizi compiacenti, all’uopo inventate per tagliare salari e diritti. In questi casi si degrada la stessa IA, concepita per migliorare la qualità della vita, a cominciare da quella delle persone che producono beni e servizi.
Lo dimostra ad abundantiam l’ennesimo intervento con sequestro di 46 milioni di euro da parte della Procura di Milano nei confronti della Multinazionale americana delle spedizioni FedEx Express accusata di utilizzare illecitamente “serbatoi di lavoratori” ai quali si provocano danni gravissimi. Come pure alla collettività per il mancato versamento di imposte e contributi sociali.
Praticamente tutti i cosiddetti “colossi della logistica” hanno concepito gli appalti in modo fraudolento nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori più fragili e ricattabili. Si tratta di grandi imprese dove è già operativa e in costante sviluppo l’intelligenza artificiale nella sua versione peggiore di sopraffazione dei diritti delle persone, legali e contrattuali.
Sono miei, sono tuoi, sono suoi: persone utilizzate e spostate d’imperio da un’impresa all’altra, come cose.
Siamo al 33esimo intervento della Procura di Milano nei confronti di grandi imprese pienamente consapevoli di ciò che avviene nelle filiere di cooperative e società al loro servizio. Un fenomeno che mette in luce una realtà diversa da quella che viene raccontata per minimizzare i problemi di un mercato del lavoro strutturalmente squilibrato.
È mancata e continua a latitare la politica, anche quella parte più aperta che al momento del dunque si tira indietro, contrapponendo strumentalmente dialogo e conflitto, come se a rifiutare il confronto fossero i lavoratori e le organizzazioni sindacali che li rappresentano senza farsi fagocitare dal governo e da quanti, sotto mentite spoglie, pregiudizialmente lo sostengono.
Oggi, in Italia, c’è un blocco politico e sociale di questo tipo, sordo ai diritti dei lavoratori. Certo che c’è bisogno di un sano e robusto riformismo. Ma non di un riformismo per differenza forzata nei confronti di supposti massimalisti e a scapito dei contenuti, che annacqua e imbastardisce tutto, fino al punto di considerare riforma qualsiasi cambiamento e flessibilità, come l’utilizzo abnorme dei contratti a termine accompagnato dall’indegno rifiuto del salario minimo.
Se siamo alla crescita zero nonostante i miliardi del Pnrr già ricevuti e quelli attesi, c’è di che riflettere e preoccuparsi rispetto alla volontà/capacità del governo di incidere sulle cause.
L’interdipendenza tra salari e consumi, a sostegno dello sviluppo e della coesione sociale, non può essere frutto del caso. La quantità di persone che lavorano unitamente a stipendi adeguati e correlati al costo della vita rappresentano variabili decisive.
Il perché la Spagna anche nel 2024 sia cresciuta oltre il quadruplo dell’Italia, si spiega solo in termini di politica economica e sociale più attenta nei confronti dei lavoratori e di reale contrasto della precarietà, sia sul versante salariale che del lavoro stabile.
Per onestà intellettuale occorre ricordare che la svalorizzazione del lavoro è una costante da parecchi anni, a prescindere dal ciclo economico più o meno favorevole, come la perdita di potere d’acquisto e le retribuzioni povere in costante aumento dimostrano.
E come si prospetta ulteriormente se, la politica da un lato e le organizzazioni sindacali dall’altro, non si assumono la responsabilità di lottare per orientare diversamente lo sviluppo.
Il lavoro deve permettere di vivere ed esso stesso è vita che invoca dignità, rispetto, condivisione nell’incontro equilibrato tra diritti e doveri e quindi etica della responsabilità nella consapevolezza che trascende l’individuo e la singola impresa in vista di un interesse generale che chiamiamo bene comune.
Quello che non pochi “riformisti” si ostinano a non capire è che un problema di ridistribuzione della ricchezza esiste comunque e va affrontato. A prescindere ­­­- ripeto, a prescindere -, dai diversi scenari economici, soprattutto nella parte più evidente di causa ed effetto tra l’accumulo di ricchezza e profitti sproporzionati e il lavoro sottopagato che genera persone e famiglie povere.
Solo da questo fenomeno di “ambigua” modernità deriva l’essere un Paese ricco con tanti poveri, emarginati ed esclusi in casa. Fino a quando non capiremo e affronteremo seriamente questo problema, continueremo inutilmente a giocare maldestramente con le parole.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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