Lavorare meno ed essere più stressati, intrappolati nella precarietà, é la condizione nella quale si trovano milioni di lavoratrici e lavoratori. Soprattutto nei settori produttivi -commercio, turismo, servizi, ristorazione-, dove gli orari di vendita sono già tra i più disagiati. Un paradosso. Non è sempre stato così. Lo è diventato per mano di un legislatore che ha sottovalutato le conseguenze del lasciar fare alle imprese. E di concause che nell’insieme hanno prodotto lo spaccato più vulnerabile e precario del mercato del lavoro, popolato in prevalenza da donne e giovani.
Il lavoro a tempo parziale è nato per conciliare vita e lavoro. Per generare equilibrio, sia personale che famigliare. Con ore giornaliere/settimanali equivalenti a uno stipendio proporzionato che possa definirsi tale, cosa impossibile da realizzare quando si lavora un giorno o due la settimana, per poche centinaia di euro al mese.
Una condizione lontana da ciò che il lavoro dovrebbe essere nella vita delle persone, nell’equilibrio famigliare e sociale.
Lavoro e famiglia, lavoro e maternità, lavoro e studio sono i capisaldi da cui è scaturito il lavoro part-time in Italia già negli anni 70 con buoni accordi sindacali nella grande distribuzione, come questo. Oggi non è più così. Urge riportare equilibrio tra le innegabili esigenze di servizio delle imprese e quelle non secondarie delle persone, alle quali è giusto chiedere impegno nel lavoro, non disponibilità illimitata, obblighi in contrasto con il concetto di tempo parziale e il contenuto esistenziale che lo accompagna.
Da beneficio dei lavoratori si è tramutato in strumento in mano alle imprese che lo usano come polmone di ulteriore flessibilità unilaterale, grazie a norme e prassi che annullano i diritti dei lavoratori.
Non si può andare avanti così. E nemmeno si possono aspettare i tempi della politica, benché qualcosa si stia muovendo, come si evince dal Disegno di legge del Partito democratico, denominato Nuova disciplina del lavoro a tempo parziale che ciascuno può liberamente valutare. A me sembra buono, ma chissà come e quando se ne occuperà il Parlamento. Magari per affossarlo, come ha fatto col salario minimo e altri progetti di legge che farebbero bene all’Italia presente e futura.
Urge agire a livello sindacale. In primo luogo nei confronti delle grandi imprese che da troppo tempo lo “utilizzano” (contraddicendo la Responsabilità sociale d’impresa di cui tentano di fregiarsi con iniziative di facciata).
Con una organizzazione del lavoro, turni e orari, sorda ai bisogni delle persone, alle quali semplicemente si chiede di adattarsi, annullando le ragioni che stanno alla base del lavoro a tempo parziale, sia quando è volontario che, a maggior ragione, quando è involontario.
Chi scrive è testimone di un tempo in cui il part-time fu ben regolato e perfino economicamente maggiorato (del 10%) mediante Accordi Integrativi tra le Imprese della Grande distribuzione e le organizzazioni sindacali del Commercio Filcams-CGIL Fisascat-CISL Uiltucs-UIL. Basta rileggere quello che venne scritto e metterlo a confronto con la situazione attuale.
Situazione nettamente peggiorata da quando ci ha messo mano il legislatore, in modo anche offensivo del buonsenso (Decreto legislativo 81/2015), con clausole cosiddette flessibili ed elastiche che permettono alle imprese di variare l’orario di lavoro “concordato” sia nella “collocazione” che nella “durata”. Il danno e la beffa.
Una gabbia senza vie d’uscita, soprattutto quando il Part-time è involontario, come ormai nella maggioranza dei casi( non meno di 2 milioni e mezzo, in stragrande maggioranza donne). Ma anche quando è volontario se l’impresa non rispetta la collocazione certa dell’orario, senza la quale viene meno il cardine della conciliazione, vita lavoro.
Per milioni di lavoratrici e lavoratori, anche con carichi famigliari, è diventato fonte di malessere permanente, pure per l’impossibilità di consolidare l’orario settimanale o passare a tempo pieno.
Semplicemente perché ai direttori, manager e capi del personale di molte imprese (sono la maggioranza?), conviene “gestire” lavoratrici e lavoratori in condizione di fragilità economica, più esposti alle loro “forzature”.
Ragione di più per agire a livello sindacale come stanno facendo le organizzazioni sindacali del Terziario nei confronti della catena commerciale LiDL Italia con la richiesta del part time a 25 ore, che a mio parere va estesa, adattandola, a tutte le imprese del “settore”.
Chi esalta a parole la partecipazione, dimostri di crederci, a partire dalla correzione delle norme e delle prassi che hanno “generato” sacche sempre più estese di sfruttamento e precariato. Lottando, non interpretando la responsabilità per non farlo, come purtroppo avviene nei confronti del governo, al quale addirittura si dà la patente del riformismo e della disponibilità di fare riforme compatibili con le storiche piattaforme unitarie di CGIL CISL UIL, cosa letteralmente inventata. È vero che oggi “imbrogliare le carte in tavola” è diventata una abilità, ma a tutto c’è un limite.
La partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, e delle organizzazioni sindacali allo sviluppo del Paese, è una cosa seria.
Personalmente la considero l’avamposto della cultura sindacale moderna, che però presuppone l’abbattimento del tabù, questo sì ideologico e “volgarmente” politico, dell’interesse privato scollegato dal vincolo pubblico e dal bene comune. Esaltarla a parole facendo finta che il mondo imprenditoriale l’abbia accettata, quando è vero il contrario, porta fuori strada. Partecipare significa co-decidere, condividere, concordare. Come prevede la Costituzione. Sulla quale chi governa ha pure giurato. Che era e rimane la nostra bussola. La piattaforma progettuale che non ha bisogno di parole vuote ma di fatti concreti e coerenti, in economia e nel lavoro prima di tutto. Nella via maestra della contrattazione. Anche con conflitti, manifestazioni e scioperi, come stanno facendo milioni di lavoratrici e lavoratori in questo momento. Chi rappresenta i lavoratori prima di tutto a loro deve sentirsi vincolato. Vincolarsi al governo e “andare avanti con chi ci sta” é un azzardo…
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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