Chi lotta per la pace e il lavoro non sbaglia mai. L’una e l’altro implicano un’idea di giustizia che, seppure imperfetta come tutte le cose umane, poggia su valori condivisi che escludono la ferina legge del più forte.
Violento è chi opta per la soluzione militare, contro la legalità internazionale. Come certamente sta facendo il governo israeliano a Gaza e in Cisgiordania con l’appoggio di quanti si confermano alleati anche in questa inconcepibile “soluzione finale” che a terrore risponde con terrore smisuratamente superiore.
Pensare di risolvere con la forza ciò che la ragione e la legge escludono, causa solo odio che si tramanda di generazione in generazione, come i fatti tragicamente dimostrano.
L’Onu e la Corte penale internazionale esistono: chi delegittima queste importantissime istituzioni prefigura un mondo in costante assetto di guerra. E conseguentemente una economia orientata con tutto ciò che ne consegue in termini culturale e di formazione delle nuove generazioni.
L’esatto opposto di ciò di cui l’umanità ha bisogno per emanciparsi dall’atavica logica amico-nemico e dai mercanti di armi che ne traggono sporco profitto. Con questa realtà siamo obbligati a convivere, ma non passivamente. Si può e si deve fare “qualcosa”.
Riconoscere lo Stato di Palestina non solo sarebbe cosa buona e giusta, ma anche un gesto di dignità nazionale nei confronti del Presidente statunitense che minaccia ritorsioni nei confronti dei Paesi che lo fanno. Evidentemente non è così ininfluente, come sostiene il Ministro degli esteri Tajani.
Dignità (umana) non è una parola qualsiasi. È l’essenza di ciò che la “vecchia” Europa, Italia in testa, decise di essere dopo la sconfitta del nazifascismo, rimettendo al centro la persona. Tramutando in amicizia tra i popoli le vecchie inimicizie derivanti dai tossici nazionalismi. Riconoscendo diritti di cittadinanza che nessun potere può impunemente sottomettere.
Anche e soprattutto nel lavoro che, in quanto pilastro della Repubblica democratica, dev’essere permeato dalle finalità sociali previste dalla nostra Costituzione, che a ben riflettere prefigurarono con lungimiranza una economia di scopo tutt’altro che liberista. Generatrice di sviluppo equilibrato con equa distribuzione della ricchezza prodotta tramite il lavoro.
Oggi non è così, urgono cambiamenti di senso. Urge correggere il modello di sviluppo, cosa possibile solo con riforme strutturali non ambigue e contraddittorie. La questione salariale non deriva da magiche formule contrattuali e patti fuorvianti sulla produttività che non incidono minimamente sugli squilibri strutturali. Non c’è crescita del Pil che possa bastare se il sistema prevede di realizzare profitti con una quota crescente di lavoro povero e volutamente precario. È chiaro o no che questo è il problema principale, preminentemente politico e non tecnico?
Quante Italie del lavoro ci sono? Fino a quando non si supera il dannato pregiudizio secondo il quale dire la verità significa attaccare il governo,sarà difficile elaborare riforme di interesse generale che prevedano risposte equilibrate nei confronti di imprese e lavoratori.
E fino a quando il governo non sarà disposto a riconoscere che una parte consistente delle lavoratrici e dei lavoratori ècostretta a subire un carovita superiore all’inflazione, anche e soprattutto per effetto di salari inadeguati, spesso al disotto della soglia di povertà, si continuerà a fare propaganda sull’occupazione.
Come se dietro i numeri non ci fossero persone e famiglie. Bambini e adolescenti compresi. Anziani da accudire. Donne sole con figli.
Esaltare il dato numerico senza precisare che milioni di stipendi (almeno 6) del settore privato, prevalentemente concentrati nel Terziario, non garantiscono autonomia economica nemmeno per sè stessi, equivale a non voler affrontare seriamente la questione salariale.
Che nell’ultimo triennio si è perfino aggravata per effetto del drenaggio fiscale a scapito dei lavoratori, doppiamente penalizzati dall’inflazione, ai quali il governo ha il dovere di restituire il superiore gettito delle entrate anziché destinarlo in modo politico clientelare. Non farlo è una autentica ingiustizia.
Urge una politica economica e sociale nel segno del ri-equilibrio. La si smetta con le banalità convenzionali.
Alle lavoratrici e ai lavoratori che si spaccano la schiena in lavori faticosi e anche usuranti, è offensivo dire che guadagnano poco perché svolgono lavori a “scarso valore aggiunto”. Magari glielo dicono gli stessi soggetti che promuovono gare d’appalto al massimo ribasso senza garanzie per i lavoratori. È attraverso queste “trovate” che si è rovinato il lavoro in Italia. E si fa di tutto per evitare di dire chiaramente che una parte dei profitti deve andare ai lavoratori e a beneficio della collettività.
Alzare il livello professionale con politiche attive adeguate va bene in ogni caso, ma la dignità del lavoro, ancor più se faticoso, usurante e disagiato, non può essere sottomessa alla logica perversa che considera bravi i dirigenti/manager che pagano meno e “spremono” di più i lavoratori, a loro vantaggio.
Altro che merito. Almeno una parte dei morti sul lavoro deriva da questa filosofia del “valore” a misura del profitto.
In occasione della cerimonia di apertura dell’Anno accademico della Scuola di Sviluppo del Centro internazionale di Formazione dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (delle Nazioni Unite), a Torino, il 16 maggio 2025, il Presidente Mattarella ha detto: “non vi può essere pace duratura senza salari equi, senza protezione sociale e senza rispetto della libertà sindacale”. A che serve essere cittadini di un paese ricco se nei fatti si è costretti a vivere con stipendi che non danno autonomia personale e men che meno di mettere su famiglia e fare figli, pur desiderandolo?
Questa è una delle cause strutturali del tanto “denunciato” ma mai seriamente affrontato inverno demografico. Uno dei perché, soprattutto per le donne, riguarda il non voler disturbare chi produce con modalità tali da genera una disoccupazione femminile record e la difficoltà generalizzata, più che comprensibile, di fare figli.
Bisogna agire sulle cause in termini di investimenti mirati a impatto occupazionale e ambientale predefinito. Oggi la tecnologia, se usata bene, permette questo e altro.
In tempo di guerra è difficile tenere accesi i riflettori sul lavoro. Continuiamo a farlo, ciascuno come può, con la consapevolezza che pace e lavoro fanno parte della stessa progettualità per la quale morirono, lottarono e spesero la vita tante persone note e sconosciute che ci hanno lasciato in eredità un patrimonio di conquiste, di libertà e democrazia da sviluppare, per il quale tutti e tutte possiamo fare qualcosa. Nel nome della nostra cara e amata Costituzione che umanizza il lavoro e ripudia la guerra.
G.G.
