È una vera fortuna avere un Capo dello Stato che sprona i giovani ad essere “esigenti”. Che associa le donne al diritto di voto paritario che con il referendum del 1946 fece nascere la Repubblica Italiana e con essa la centralità della persona.
Che definisce “incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi nega la pace perché si sente più forte”.
Che richiama lo Statuto dei diritti dei lavoratori, in un contesto di evidente svalorizzazione del lavoro che, dal nord al sud, registra fenomeni sistemici di irresponsabilità imprenditoriale, civile e sociale.
Si riparte dal suo denso discorso augurale di fine anno che squaderna i problemi ma nel contempo infonde fiducia e indica una direzione.
La sua principale virtù sta nel parlare sempre di problemi reali, con la lucida determinazione di chi crede nei principi/valori fondanti della Costituzione, fino ad affermare che “nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia”.
“La Repubblica siamo noi, ciascuno di noi” è una chiamata diretta alla partecipazione, alla responsabilità individuale e collettiva.
A stare dalla parte giusta con piena consapevolezza della posta in gioco nel momento in cui siamo costretti a difenderci da guerre militari, commerciali, culturali e anche tecnologiche e politiche scatenate da “altri”.
La legge del più forte trascina verso labisso della ragione. Non appartiene alla nostra civiltà, alla nostra cultura e alla nostra morale.
Non è drammatizzazione ma lucida lettura delle tragedie che si consumano con criteri discrezionali e rischiano di fare scuola e diventare sistema. Gaza è dramma quotidiano insopportabile con intimazione alle Organizzazioni umanitarie di andarsene. Perfino difficile da commentare…
Nella guerra della Russia all’Ucraina si nasconde il numero dei giovani russi usati come carne da macello per soddisfare la sete di potere di despoti e oligarchi che odiano la democrazia e si propongono di aggredirla dove esiste.
Bisogna stare attenti quando si parla di conflitti: un conto è provocarli, altra cosa subirli e difendersi. Sia a livello globale che nei singoli Paesi. Come siamo messi in Italia?
Da dove nasce il conflitto sociale? Chi lo provoca?
I diritti dei lavoratori e il potere d’acquisto delle retribuzioni sono costantemente sotto pressione per effetto di una politica economica e sociale che li colpisce.
È inutile continuare a commissionare studi a uso e consumo degli addetti ai lavori per fotografare ciò che è evidente da fin troppo tempo: il bubbone della questione salariare dipende principalmente dalla iniqua distribuzione della ricchezza.
La produttività è l’alibi perfetto per non affrontare il problema di fondo.
A che serve quest’altro studio di First CISL se poi si sostiene che il salario netto può aumentare solo se aumenta la produttività? Se ci si oppone al salario minimo con argomenti che sono solo frutto di alleanze politiche “innaturali”?
Fare sciopero, protestare anche vivacemente, passare il Natale con i compagni di lavoro a presidiare l’aziende che rischiano di chiudere, manifestare per essere ascoltati, non è ideologia ma legittima difesa.
I lavoratori e le organizzazioni sindacali che li rappresentano sono “la parte offesa”. In una società aperta e plurale il conflitto è fisiologico: chi lo demonizza si contrappone alla democrazia.
Tanti gli elogi al discorso del Presidente, anche dalle facce di bronzo che continuano a fare “i comodi loro”, come se i suoi richiami non li riguardassero. In economia e nel lavoro molta sofferenza deriva da comportamenti imprenditoriali irresponsabili.
Nella filiera degli appalti e subappalti le grandi imprese committenti devono assumersi la loro responsabilità, non chiedere scudi penali (e civili) equivalenti a impunità legalizzata.
Conciliare libertà e giustizia non è facile, bisogna dirlo. Ma diventa impossibile di fronte alla doppiezza di certi capitalisti e “capitani d’industria” che tentano di stravolgerne il significato nobile della Libertà, dissociandola dalla Uguaglianza e dalla Solidarietà, ovvero dalla Responsabilità verso la collettività, senza la quale c’è solo il “tutti contro tutti” che culmina nella violenza.
La democrazia non è un conteggio che autorizza chi vince le elezioni a comandare.
Questa interpretazione è contraria al principio di cittadinanza e di Stato democratico che tutela i diritti di tutti.
Non possiamo stare a guardare. Il discorso di Mattarella è una chiamata.
In una Domenica delle Palme del 2018, rivolgendosi ai giovani, Papa Francesco disse: “vogliono farvi tacere, fate rumore, gridate, siate disposti ad andare controcorrente”.
Un conto è promuovere dialogo e confronto, senza i quali è tutto inutile; altra cosa è tirarsi indietro facendo finta di essere neutrali, ingannando sè stessi e gli altri. Il quieto vivere è la tomba del progresso sociale e di qualsivoglia riforma degna di questo nome, riconducibile alla radice del riformismo democratico.
La parola giustizia va rivaluta e collegata al binomio “diritti doveri” in virtuoso equilibrio. I lavoratori sono in credito e chiedono di essere risarciti.
Il Presidente della Repubblica ha fatto la sua parte. Nel deprimente provincialismo/conformismo che impoverisce il discorso pubblico, ci vuole coraggio (purtroppo) a parlare di Statuto dei diritti dei lavoratori, poche ore prima della fine del vecchio e dell’inizio del nuovo anno.
La Repubblica, la Democrazia, la Costituzione, vivono se noi non siamo addormentati e civilmente decadenti. Chi vuole rivalutare il merito non può uscire da questi riferimenti carichi di memoria che si proiettano nel futuro.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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