Non siamo alla fine della storia. Il contesto geopolitico è sconsolante, ma la partita per la democrazia è più aperta che mai.
“La prima cosa a scomparire, quando si perde la memoria, è la capacità di immaginare il futuro.”
Questa frase di Cronorifugio, del poeta e romanziere bulgaro Georgi Gospodinov, è stata scelta da Riccardo Luna come epigrafe all’introduzione del suo ultimo libro, Qualcosa è andato storto.
Un titolo che sintetizza efficacemente le promesse tradite dai padroni della tecnologia della Silicon Valley: nati come liberali, sono diventati senza colpo ferire il loro esatto opposto, antagonisti della democrazia e cantori di una falsa libertà.
Chi li segue, li usa e si fa usare. Anche in Europa, Italia compresa, fanno adepti a scatola chiusa.
Ci troviamo di fronte a pericoli che pensavamo di aver archiviato per sempre e ad altri del tutto nuovi, legati all’uso illimitato dell’intelligenza artificiale. Oltre duecento personalità internazionali, tra cui il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, hanno lanciato un appello per raggiungere entro il 2026 un accordo che eviti di “perdere il controllo” dell’IA, in nome di una responsabilità verso l’umanità presente e futura.
Solo i professionisti dell’inganno cercano di far passare questa esigenza come una limitazione della libertà, o addirittura come censura. In realtà é l’esatto contrario: senza limiti condivisi, la tecnologia diventa potere concentrato, e il potere concentrato é incompatibile con la democrazia.
Quí il nodo decisivo: l’intelligenza artificiale non è neutra rispetto al lavoro. Può migliorarlo, renderlo più sicuro, più qualificato, più umano. Oppure può impoverirlo, precarizzarlo, svuotarlo di senso.
Non possiamo permetterci il pessimismo del “non c’è più niente da fare”. Al contrario, c’è moltissimo da fare. E se è vero che il diritto e le istituzioni internazionali sono stati gravemente delegittimati, e che l’Europa vive una fase di solitudine, questo non equivale né all’immobilismo né all’impotenza, come qualcuno vorrebbe far credere.
Dobbiamo difenderci – e difendere la Ue – da chi vuole riscrivere la storiacon le buone o con le cattive” e minaccia dazi e ritorsioni a chi non si adegua. È avvilente, ma è reale.
Continuare a credere in un umanesimo irenico che riconosce nella persona una sacralità inviolabile, religiosa e civile insieme, è la vera missione del XXI secolo. Serve a contrastare il razzismo contemporaneo, che produce morti esepolti vivi”, non solo nelle dittature.
La difficoltà maggiore sta nel tenere insieme la dimensione sovranazionale dei problemi con la fatica quotidiana di chi vive con redditi, stipendi e pensioni che non tengono più il passo del costo della vita. I dati, come ricorda Tito Boeri, sono chiari: servono risposte serie, contrattuali e fiscali, a partire dall’Irpef, che finora non si è voluto affrontare davvero.
Questo richiede uno sguardo d’insieme: sulla politica economica e sociale del governo, sui tentativi di modifica della Costituzione, sul referendum sulla giustizia, ma anche su misure meno visibili che incidono negativamente sul sistema democratico. Lo conferma l’allarme lanciato da molti giuristi sul cosiddetto “pacchetto sicurezza”, giudicato fuori dal solco tracciato dalla Carta, anche in relazione alle libertà sindacali, politiche e civili.
Troppa gente sottovaluta la forza della democrazia solo perché non reagisce come i suoi avversari. Ma questa è la sua forza, non la sua debolezza. C’è una differenza radicale tra chi difende i diritti e chi li minaccia.
La via maestra resta la fiducia in noi stessi e nella memoria: il come, il perché e da cosa ci siamo liberati. La Costituzione non è un reperto del passato, ma un progetto che unifica il tempo attraverso valori permanenti di convivenza pacifica.
La sofferenza di questa fase storica non riduce la posta in gioco, anzi la rende più chiara: lavoro, diritti civili, dignità della vita non sono enunciazioni astratte, ma condizioni concrete dell’esistenza.
No, dunque, al pessimismo paralizzante. La nostra casa comune è l’Europa: difendiamola, miglioriamola, rendiamola più solidale e più sociale. I veri innovatori non sono i tecnologi in sé, ma coloro che usano la tecnologia per migliorare la qualità del lavoro, senza la quale non esistono benessere diffuso né pensioni adeguate.
La partita per la democrazia è aperta. Non dobbiamo sentirci spettatori. Una partita come questa non si era mai giocata: con un giocatore che pretende di essere anche arbitro e giudice, secondo una personale “doppia morale”, sempre contro i più deboli.
È così che si rovesciano le responsabilità: se la guerra in Ucraina non finisce è tutta colpa dell’aggredito e non dell’aggressore. Si tollera lo squadrismo violento e vigliacco dei coloni israeliani che prendono a calci (anche in testa) e bastonate un inerme pastore Palestinese di 67 anni e gli devastano le coltivazioni.
Intanto, in Italia, si continua a eludere il nodo centrale: le retribuzioni non hanno recuperato il potere d’acquisto, come certificano INPS e ISTAT. Dietro questa formula ci sono milioni di persone e famiglie.
La storia non è mai una partita chiusa. Non siamo solo lettori o commentatori. La grande Storia è fatta di storie, relazioni, persone. Scrivere pagine positive oggi è una responsabilità verso noi stessi e verso le generazioni future. Oggi avere coraggio significa esserci, partecipare. Ce n’è davvero bisogno.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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