La natura della tecnologia è intrinsecamente duale.
I suoi strumenti possono generare grandi benefici, ma anche rischi e disastri smisurati, dai quali è doveroso difendersi.
Non è più una riflessione teorica. È una questione concreta, già dentro le nostre vite.
L’intelligenza artificiale non è un problema che riguarda il futuro, di cui ci si può occupare con calma a tempo debito: è il presente che sta già decidendo equilibri di potere e diritti delle persone.
Difendersi non significa bloccare quella che comunemente viene definita innovazione: significa, piuttosto, governarla e farla diventare progresso economico e sociale, a beneficio di tutti.
Un obiettivo da perseguire anche mediante il saggio ricorso al principio di precauzione, che impone di adottare misure protettive quando un’attività è potenzialmente pericolosa, come è indubbiamente una IA senza limiti e controlli adeguati.
Scagliarsi contro sarebbe inutile e controproducente: sia perché ne abbiamo bisogno per vivere e curarci meglio, sia perché sarebbe un errore fatale confondere gli strumenti con il loro utilizzo.
Il vero nemico del progresso è il delirio di onnipotenza che contrappone la forza alla ragione, la prepotenza alle istituzioni, la pace alla giustizia.
Difendersi dal cattivo utilizzo dell’IA è doveroso in tutti i campi, anche nel lavoro, dove il rischio di un arretramento generalizzato è tutt’altro che immaginario.
Ciò richiede il ruolo della politica, ma anche quello delle parti sociali, attraverso la contrattazione nazionale e aziendale, con focus particolare sulle grandi imprese.
Ma bisogna essere consapevoli che agire fuori tempo equivale a inseguire, solo per limitare i danni.
Anziché evocare il ritorno di un nuovo luddismo -tanto improponibile quanto immaginario- occorre concentrarsi su cosa fare qui e ora. Ciascuno come può e dove può, per evitare che le applicazioni tecnologiche riducano la quantità e peggiorino la qualità del lavoro.
L’Italia, e le nuove generazioni in particolare, hanno bisogno esattamente del contrario. Non c’è tempo da perdere, semmai da recuperare.
Di tecnico c’è poco in questa sfida: siamo nel campo degli equilibri di potere. Se i problemi non vengono chiamati con il loro nome, non potranno mai essere affrontati con idee e obiettivi chiari.
Siamo nel campo del fare o non fare nel rispetto della Costituzione, piuttosto che delle irricevibili teorie e pratiche che la svuotano.
La velocità dell’intelligenza artificiale non è umana e tanto meno democratica: si umanizza e democraticizza solo attraverso l’incontro della libertà con la responsabilità.
Il dominio privato di pochi è incompatibile con i diritti di cittadinanza di tutti, anche in economia e nel lavoro.
Nella fase attuale – quella dell’intelligenza artificiale generativa e agentica, che crea contenuti ed esegue azioni in autonomia – non legiferare e non contrattare significa accettare un modello di sviluppo di cui nessuno è in grado di prevedere davvero gli esiti.
Il bivio è chiaro: bene comune o strumento per fare la guerra e raccontarla a proprio uso e consumo di chi la promuove. Trasparenza e progresso scientifico a beneficio della collettività, o licenza di costruire verità funzionali al potere per giustificare l’ingiustificabile.
Quando si sacrifica perfino la salute e la sicurezza educativa dei bambini e degli adolescenti, con la sconsiderata permissività nei cosiddetti social, i cui padroni (come tali si comportano) rifiutano di adottare filtri adeguati, vuol dire che la si sta usando malissimo.
Su questo fronte l’Europa si è mossa, introducendo strumenti di verifica preventiva dell’età per l’accesso a determinati siti, che a breve entreranno in vigore.
Essere all’altezza della sfida significa saper sviluppare la tecnologia, e saperla governare.
La libertà non è licenza di fare del male.
L’IA è ormai la più grande infrastruttura universale: impensabile farne a meno
Sul lavoro il ritardo è evidente. Non perché manchino soluzioni realistiche, ma perché manca la volontà di affrontare i nodi strutturali del problema.
Il lavoro povero si è esteso anche dove sembrava impensabile. Perfino nel giornalismo è evidente. E mentre cresce la frammentazione, si continua a rinviare una riflessione seria su una possibile riduzione, graduale ma generalizzata dell’orario di lavoro, che non può essere ridotta a un privilegio per pochi.
Se sommiamo disoccupati, inoccupati e sottoccupati — inclusi i part time involontari, verticali e orizzontali, o anche solo weekend — il quadro è già davanti ai nostri occhi.
I posti di lavoro effettivi sono nettamente inferiori a quanto i numeri ci raccontano. la disoccupazione è superiore a quella ufficiale. Senza contare tutte le persone che si trovano in cassa integrazione, anche da numerosi anni.
L’Europa resta il nostro punto di riferimento. Ma è in Italia che queste scelte devono diventare realtà, senza tentennamenti.
Il punto non è se governare questa trasformazione.
Il punto è decidere chi la governerà, con quale scopo e nell’interesse di chi.
E il tempo per scegliere non è domani. È adesso
L’abnorme incremento delle spese militari mortifica il presente e pregiudica il futuro
Quando papa Leone dice che “Il mondo è devastato da una manciata di tiranni” e che “miliardi di dollari ( e di euro) vengono spesi per uccidere e non ci sono risorse per curare ed educare”, indica chiaramente qual è la natura del problema.
Non ha gridato, eppure la sua voce è arrivata in ogni angolo del mondo: per unire, non per dividere. Questo è l’umanesimo di cui il mondo ha bisogno, anche in una prospettiva laica di rispetto per tutte le fedi e anche per i non credenti.
Ridicolo, oltre che sconcertante, invitare il papa ad occuparsi di morale, nel momento in cui lo fa con chiarezza inequivocabile, contro il modo immorale di esercitare il potere.
Non ci sono soldi? E da dove arrivano quelli della corsa al riarmo?
Si avvicina il 25 Aprile: anche opporsi alle menzogne è una forma di resistenza.
Oggi, Liberazione, è riconquistare giorno per giorno libertà e democrazia esercitandole concretamente dove siamo, come possiamo: in primo luogo nel lavoro e per il lavoro.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *