La centralità della persona è la discriminante morale della civiltà alla quale apparteniamo.
Una civiltà che aborre il razzismo e ogni forma di discriminazione da esso derivante e con esso imparentata.
L’Italia “moderna” è figlia di questa civiltà incardinata sulla memoria di una tragedia dalla quale è scaturito il nostro sistema democratico, laico e pluralista, che rispetta le persone in quanto tali dotandole di diritti politici sociali e civili inalienabili.
La distanza con la realtà è evidente.
Siamo in una fase storica e politica in cui si avverte che le cose potrebbero cambiare in peggio, ma si registra anche una grande presa di coscienza perché ciò non avvenga e si possa continuare a umanizzare il lavoro, a generare libertà e inclusione.
In quanto derivato dalla cultura autoritaria, il razzismo fomentato e protetto dall’alto è nemico di tutti i diritti, siano essi civili che sociali, compreso quello alla cittadinanza che ancora oggi viene incredibilmente negato perfino a ragazzi nati e cresciuti in Italia.
Bisogna contestarlo senza timidezza e mezzi termini, a partire dalle parole, che nelle relazioni umane e istituzionali sono fatti che possono fare molto male.
La libertà di parola è sacra, fa parte dei diritti, ma dev’esser chiaro che non esiste il diritto di discriminare.
Chiunque lo faccia viola la Costituzione, a volte anche in maniera criminogena, come nel caso dello sfruttamento dei lavoratori e delle aggressioni violente nei confronti di persone e coppie considerate “irregolari”.
In questo senso il razzismo è violenza che genera violenza, è fascismo in azione, incompatibile con la nostra civiltà.
Perché non lo si contrasta adeguatamente, anzi lo si asseconda in modo subdolo, anche attraverso il non fare quanto sarebbe necessario, come una moderna legge sulla cittadinanza?
Quella esistente risale al 1992.
Negare in blocco IUS soli, IUS Scholae, IUS Culture o altro, come fa Salvini, sostenendo che non c’è bisogno di cambiare nulla, dimostra faziosità e pregiudizio che danneggiano le persone e il Paese intero.
Una vera e propria zavorra civile e culturale che l’Italia non merita.
Per quelli come lui che utilizzano anche la religione per giustificare qualsiasi porcheria, vale quanto disse il compianto Cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, il 16 ottobre 2006: “è meglio essere cristiani senza dirlo che proclamarlo senza esserlo”.
Quello di Salvini è razzismo non dichiarato ma praticato.
Da vicepresidente del consiglio.
Siamo ridotti male. È meglio esserne consapevoli e agire di conseguenza.
Quando Antonio Tajani sostiene che lo “Ius Scholae” non è una cosa di sinistra”, dimostra che il governo di cui fa parte preferisce politicizzare i problemi e inventarsi nemici piuttosto che affrontarli con razionalità e buonsenso.
Ora dimostri di non essere subalterno e irrilevante, si attribuisca il merito di superare l’incomunicabilità tra governo e opposizione che nuoce al Paese.
Il razzismo in versione “moderna” fa male a tutti, avvelena le relazioni umane, compromette la convivenza civile, schiaccia verso il basso tutti i diritti.
Un Paese democratico riconosce in automatico la cittadinanza a tutte le persone che nascono e crescono nel suo suolo.
Quanto meno dopo un certo numero di anni e a determinate condizioni, ma sempre in automatico, a tutte le persone in possesso di determinati requisiti.
Come è nella natura dei diritti.
In automatico non significa con faciloneria, bensì mettere al centro la persona, accoglierla e integrarla nel modo migliore possibile.
I diritti sono per loro natura unitari e inscindibili, non per nulla quelli fondamentali si definiscono umani.
Chi rappresenta l’Italia a qualunque livello ha (dovrebbe avere e sentire, anche per giuramento) l’obbligo politico e morale di dare seguito ai principi generati dalla liberazione dal fascismo, che nella sua immensa tragedia aveva prodotto anche le leggi razziali.
Il nostro essere antirazzisti e antifascisti ha questa genesi, consustanziale al progetto di società che ci siamo impegnati a costruire, a partire dal lavoro.
Negare la cittadinanza, svilire i diritti civili, svalorizzare il lavoro umano attraverso il conteggio delle persone occupate, anziché puntare sulla qualità e dignità normativa e retributiva dei lavoratori, fa parte dell’orientamento politico del governo in carica, di fronte al quale il sindacato italiano si dovrebbe compattare per dire la sua e incidere.
Nella distinzione e nel rispetto dei ruoli.
In Italia abbiamo “assistito” al progressivo deterioramento dei diritti dei lavoratori, oggi siamo di fronte a una pericolosa “normalizzazione” verso il basso che richiede una costruttiva opposizione politica e sociale.
So bene che vedere una foto in cui è schierato tutto il centrosinistra assieme a CGIL e UIL per avversare nel merito la legge sull’autonomia differenziata può ingenerare dubbi e perplessità.
Ma abbiamo sempre detto che i contenuti vengono prima degli schieramenti.
Le battaglie comuni non tolgono ma esaltano l’autonomia se si partecipa con le proprie idee e con la convinzione che da soli non si va da nessuna parte.
Molto meglio dell’ipocrita equidistanza che nella realtà equivale ad appiattirsi sulle posizioni di “questo governo”.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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