Problemi e fatti da strumentalizzare per distogliere l’attenzione dalle manovre del governo, ce ne sono tanti.
Dopo aver decimato irresponsabilmente il reddito di cittadinanza, facendo cassa sui poveri, ci hanno provato e forse ci riproveranno con l’assegno unico, anche se ipocritamente lo negano.
Occorre mantenere una visone d’insieme per interagire al meglio con i problemi reali delle persone e del Paese.
Il modo migliore di farlo, in questo momento complicato della storia, è quello sintonizzarci con madre memoria, la quale ci aiuta a capire che è impossibile governare (bene) l’Italia con un accrocchio di forze politiche che al dunque -due su tre sicuramente-non si riconoscono nel dettato costituzionale.
In maniera diretta ancorché mistificatoria, come si addice ai disegni reazionari che mirano a restaurare vecchi squilibri attraverso pericolosi farneticazioni identitarie che generano steccati e contrapposizioni, tanto all’interno quanto tra un Paese e l’altro.
Con capi che esercitano il potere con decisionismo regolatorio incompatibile con la democrazia.
La quale, se non c’è nei partiti (e anche nei corpi intermedi, organizzazioni sindacali comprese) difficilmente potrà svilupparsi nel governo del Paese, nelle istituzioni, in economia e nel lavoro.
Intendiamoci, i compromessi a tutti i livelli sono inevitabili, servono a includere e sbaglia chi li stigmatizza, illudendosi di poterne fare a meno.
Ma a tutto c’è un limite e credo che in Italia sia stato oltrepassato con il disegno, ormai evidente, di cambiare i connotati della Costituzione.
Che è cosa diversa dalla necessità di rafforzarla, come è già stato fatto, per migliorare la qualità della vita dei cittadini presenti e futuri.
Altro che “giudizi avulsi dalla realtà” dei Vescovi italiani, sull’autonomia differenziata (e non solo), come sostiene con supponenza il Presidente del Veneto Luca Zaia.
Oggi è inevitabile chiedersi se il programma del governo a tre teste, con tre obiettivi riconducibili a ciascuna forza politica che ne fa parte, corrisponda al bene dell’Italia e sia compatibile con la sua Costituzione.
Il “dubbio” che ci si trovi di fronte ad una anomalia gravida di conseguenze è più che legittimo.
Smembrare il Paese e stare in Europa è una distonia che produce danni simili a quelli prodotti in Inghilterra dalla Brexit e forse anche maggiori e meno rimediabili.
Il governo andrebbe perfino aiutato a liberarsi da questo problema e da chi l’ha generato, ma temo non abbia la forza e la volontà di affrontarlo, come la coscienza collettiva trasversale ai partiti, dal Nord al Sud, chiede.
L’autonomia differenziata, così come è stata concepita, va radicalmente contestata, non solo per motivi economici e materiali.
Il variegato mondo cattolico si è espresso in modo tutt’altro che improntato al pregiudizio politico, come i leghisti tentano di accreditare, nel tentativo disperato di dimostrare che “la loro riforma” sia buona.
Buona per chi?
Intanto il carovita continua ad erodere il potere d’acquisto delle retribuzioni e delle pensioni. È aumentato il numero delle persone/famiglie costrette a ridurre i consumi e rinunciare anche a brevi periodi di ferie in località turistiche.
Con ripercussioni non certo favorevoli sull’economia e sugli stessi livelli occupazionali, che sono diversi da come ce li raccontano e “commentano”.
I lavoratori dipendenti calano, i giovani che no trovano lavoro sono sempre tantissimi, altro che storie.
Cosi come gli stipendi poveri e oggettivamente precari, anche quando corrispondono a posti di lavoro a tempo indeterminato.
Difatti, lavoratori precari a tempo indeterminato.
Questa è la realtà.
Non basta conteggiare il numero di persone che lavorano.
Si “riformi” una volta per tutte il criterio di monitoraggio dei livelli occupazionali commisurandoli al monte ore lavorate a parità di Pil (e fatturato per le aziende), anche al fine di valutare l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’economia reale e sull’occupazione.
Al netto della variabile determinante del come questa viene utilizzata in termini di partecipazione o alienazione dei lavoratori nei processi produttivi, diritti, ritmi e carichi di lavoro, salute e sicurezza compresi.
Il lavoro è il grande assente dai programmi del governo Meloni, il quale lascia fare alle imprese con i risultati che (non) si vedono.
Come sul grave problema della salute e della sicurezza, a un anno dalla strage di Brandizzo e da quella, non meno impressionante, di “Esselunga Firenze”, chiaramente facilitate da norme e prassi sulle quali il governo si rifiuta di fare le modifiche necessarie.
Altro che euro follie.
Le follie sono prodotte in casa nostra da politici che non menziono per non sporcare questa mia riflessione, che concludo come segue:
Un governo non è meccanicamente democratico perché legittimamente eletto.
La democrazia è soprattutto sostanza: rispetto dei cittadini e dei loro diritti di libertà
Spiace dirlo, ma il “tira di qua di là e di lì” del governo Meloni è tutt’altro che rassicurante.
G.G.
