Scioperare è un diritto. Lottare per la piena occupazione e per il lavoro dignitoso è un dovere. Qual è il problema? Siamo o non siamo in democrazia?
Il Sindacato è nato ed esiste per assolvere questo compito e per svolgere la funzione di rappresentanza collettiva dei lavoratori, che non sono figli di nessuno ma cittadini con diritti costituzionalmente tutelati, come la salute e la sicurezza, una retribuzione rispettosa dell’art. 36 della Costituzione e altri, intrecciati al dovere delle istituzioni di rispettarli e farli rispettare. Il governo Meloni non ha le carte pienamente in regola da questo punto di vista.
L’onere e l’onore di rappresentare degnamente le lavoratrici e i lavoratori non prevede affatto un Sindacato acquiescente nei confronti del governo. Chi lo fa sbaglia e se ne assume la responsabilità.
Il Sindacato dev’essere autonomo dal governo e dalle sue controparti, da tutte le forze politiche e influenze esterne. Questa è la conditio sine qua non per esercitare efficacemente la sua funzione intrinsecamente unitaria, di presidio e sviluppo della democrazia.
Chi divide i lavoratori li danneggia. Come pure chi accetta passivamente che siano mal trattati e discriminati, come spesso accade, alle donne e ai giovani in particolare.
Adesso siamo di fronte a un altro sciopero generale deciso da CGIL e UIL senza la condivisione della Cisl che consolida una spaccatura difficilmente superabile in tempi brevi.
A mio parere non hanno sbagliato CGIL e UIL a proclamare lo sciopero generale il 29 novembre. Sbaglia e si contraddice il Segretario generale della Cisl Sbarra quando si dichiara soddisfatto della manovra finanziaria predisposta dal governo dopo aver rivendicato “più fondi al sociale e tasse sugli extraprofitti” di banche e grandi imprese “da restituire a chi è in difficoltà” per aumentare il “potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e dei pensionati massacrato da anni di inflazione”. E sbaglia quando accusa Landini e Bombardieri di fare da traino all’opposizione politica. Capita quando non si hanno argomenti.
Parlano i fatti. Il governo sta utilizzando l’inflazione per fare solidarietà al contrario, senza nulla investire in salute e sicurezza e per contrastare il lavoro povero. Non investe sui giovani e sulle donne come la situazione richiederebbe e i dati dimostrano. Non utilizza la leva fiscale per redistribuire più equamente la ricchezza prodotta. Fa l’esatto contrario della lotta all’evasione fiscale e contributiva.
Sulla sanità continua a propalare la falsità di aver messo più risorse, quando tutti sanno che il Budget ad essa destinato non si misura in cifra fissa ma in relazione al Prodotto interno lordo, come si fa in tutta Europa, dove siamo ridotti a fanalino di coda.
Fanno da traino all’opposizione politica anche i medici, gli infermieri e i dirigenti sanitari che hanno proclamato lo sciopero nazionale il 20 novembre per contestare la carenza di risorse destinate alla sanità pubblica? Solo questa giustificherebbe lo sciopero generale, anche alla luce della mal concepita autonomia differenziata destinata a indebolirla ulteriormente, a danno di tutti i cittadini e più pesantemente di quelli che non riescono a curarsi nemmeno in privato per mancanza di soldi. Ribellarsi a questa “maledetta riforma” e a ciò che il governo non fa per potenziare il Servizio sanitario nazionale è semplicemente doveroso.
Avallare di fatto leggi e misure che tendono a limitare i diritti delle persone e la libertà sindacale, che include anche quella di manifestare e protestare, è profondamente sbagliato.
Giudizi così distanti tra le Confederazioni, sulla Legge di bilancio 2025 e l’insieme delle misure che la precedono e ne discendono, sono sconcertanti. Ma è su questi che bisogna lavorare per tentare di ricostruire una democrazia sindacale a prova di personalismi e con partecipazione determinante dei lavoratori. La storia insegna che le crisi possono tramutarsi in grandi opportunità di cambiamento e rinnovamento.
Così fu nei primi anni 70 dopo l’accertata impossibilità di procedere verso l’unità sindacale organica, con la nascita conseguente, il 3 luglio del 1972, del Patto federativo, dal quale scaturì la Federazione CGIL CISL UIL che confermò “l’obiettivo dell’unità sindacale quale esigenza irrinunciabile per assicurare una più valida e completa difesa degli interessi dei lavoratori e per rafforzare le basi del sistema democratico. Roba vecchia? No. Problema più attuale che mai, per chi ha testa cuore e memoria per capire quanto sia importante non lasciare che la rottura in atto diventi irreversibile e si generalizzi, come il governo desidera. Servono nuove regole.
Se divisi siam canaglie lo scrisse Filippo Turati nel Canto dei lavoratori del 1886. Un ammonimento certo datato ma la cui essenza rimane vivissima, tanto nella dimensione politica che in quella sindacale che più direttamente ci coinvolge.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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