Risultati eccezionali per azionisti e amministratore delegato, umilianti e anche drammatici per i lavoratori. Che economia è quella che si regge su questo maledetto assioma, che ne strapaga pochi e immiserisce tanti?A che pro lo Stato, cioè la collettività, deve elargire miliardi che si tramutano in profitti, disvalore sociale e declino dell’economia nazionale? Questo è il “bilancio sociale” di Stellantis degli ultimi anni.
Nel bene e nel male le crisi di questa portata fanno scuola, quella attuale si presta a diverse analisi e valutazioni sia sul come è maturata, sia sul perché l’intervento dello Stato -da non confondere con gli aiuti di Stato proibiti dall’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione-, deve essere condizionato ed effettivamente verificato. Affinché l’utilizzo dei contributi pubblici non sia diverso dallo scopo per il quale questi vengono erogati.
Classico esempio dello Stato che non si fa rispettare, dell’interesse privato che prevale su quello pubblico, della sconnessione tra la dimensione economica e quella sociale.
Ben vengano, quindi, i governi di qualunque colore politico che la smettono con gli aiuti a perdere e pongono alle imprese che li ricevono condizioni realistiche, impegnandosi a farle rispettare, anche mediante il coinvolgimento formale e sostanziale dei lavoratori interessati.
Pare che il governo Meloni intenda provarci, a partire dalla legge di bilancio 2025, con una apposita “misura”. Vedremo se e come sarà formalizzata.
Faccio notare che, a tal proposito, è intervenuto pubblicamente perfino il Giudice emerito della Corte Costituzionale, Sabino Cassese, con un editoriale sul Corriere della Sera del 2 dicembre 2024 nel quale egli afferma che “è giusto controllare l’uso dei contributi significativi a carico dello Stato che società, enti, organismi e fondazioni ricevono”; ma nel contempo dichiara di essere contrario a che ciò avvenga attraverso “una norma sproporzionata ed intrusiva, che cambia i rapporti tra Stato ed economia”, tanto da essere considerata “un’invasione nell’autonomia di organismi privati”. Si riferisce esplicitamente alla proposta di inserire nei collegi sindacali delle società e degli enti che ricevono i contributi, un rappresentante del Ministero dell’economia e delle finanze. Il cui titolare, oggi, è il leghista Giorgetti…
Siamo alle solite: i principi di rango costituzionale vanno bene purché al momento del dunque rimangano sulla carta, come la partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa che nei fatti viene sempre ostacolata.
Vedremo quanto coraggio ha la Presidente del Consiglio o se finirà come la sceneggiata sugli extraprofitti delle banche e delle grandi imprese. Intanto nella crisi Stellantis si potrebbe concludere che l’unico vincitore è il “perdente” Tavares che se ne va carico di milioni, cioè di Soldi immeritati.
Certi compensi sono sempre insensati, anche quando le cose vanno bene. Diventano scandalosi e drammaticamente offensivi nei confronti delle persone che perdono il lavoro, magari alla vigilia di Natale.
Ciò nonostante è bene ribadire che non siamo di fronte al fallimento isolato di un amministratore delegato, sostituendo il quale si risolve il problema. Tutt’altro. Le responsabilità politiche sono evidenti, a cominciare dal ridicolo sovranismo nazionale che impedisce all’Europa di coordinare i suoi investimenti in modo sensato e coordinato, come fanno i concorrenti USA e Cina, con infrastrutture stimoli e sostegni necessari per accompagnare lo sviluppo dell’auto elettrica e la riconversione graduale dell’intera economia. La produttività da lavoro, o per meglio dire dei lavoratori, nella crisi del settore auto (come di altri settori privati ), non c’entra nulla. C’entra quella di sistema dei singoli Paesi e c’entra l’Unione Europea che deve metterli nella condizione di reggere la concorrenza internazionale, ma nella misura in cui essa venga messa nella condizione di fare le scelte strategiche necessarie, contenute nel Rapporto Draghi. Rapporto non certo da condividere in blocco ma di cui si dovrà discutere e decidere punto per punto, senza perdere altro tempo prezioso, a partire dalla ultra sensibile questione degli investimenti militari.
Come si comporterà il governo italiano nei prossimi mesi/anni in Europa lo scopriremo vivendo, dal momento che la nostra Presidente del Consiglio tiene furbescamente il piede in più scarpe. Ma prima o dopo i nodi verranno al pettine. Cominciamo col dire che in Italia la crisi del settore dipende anche (soprattutto?) dal fatto che l’acquisto di qualsiasi tipo di auto, anche di seconda mano e a rate, per milioni di lavoratori e lavoratrici è diventato un problema insormontabile. Figuriamoci l’acquisto di un’auto elettrica.
Il governo italiano come al solito tende a scaricare sull’Europa anche le sue responsabilità, a cominciare dall’assurda decisione di togliere dalla manovra finanziaria 4,6 miliardi destinati alla filiera produttiva dell’auto, che non ha giovato a fronteggiare la crisi ma a farla precipitare. Decisione contestata dalle organizzazioni sindacali e anche dall’ Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica (Anfia).
È inutile piangere sul latte versato, a questo punto sarebbe imperdonabile non coinvolgere i lavoratori e le organizzazioni sindacali che li rappresentano nel governo della crisi.
Adriano Olivetti sosteneva che lo stipendio di un Top manager non dovesse superare 10 volte quello dei lavoratori. Vittorio Valletta, storico e intransigente amministratore e Presidente Fiat del dopoguerra andava un po’ oltre, ma nulla a che vedere con gli stipendi e le stock option milionarie che vanno oltre il giudizio morale (ma per nulla moralistico) di condanna, in quanto causa principale di un meccanismo infernale dal quale derivano lavoro sottopagato, sfruttamento, precariato, disoccupazione totale e parziale.
A chi la raccontano la storiella del merito? Siamo nel campo del capitalismo tossico che i riformisti veri per primi dovrebbero contrastare con rigore e determinazione. È al momento del dunque, in economia e nel lavoro, sul come si crea e distribuisce la ricchezza, e nell’importanza che si dà alle persone, che si vede la differenza tra chi opera per una società inclusiva con ragionevole giustizia sociale, e chi invece esaspera i problemi e inventa nemici per mantenere lo status quo di cui lo stipendio annuale di 20 milioni di Tavares, corrispondente a 20 mila stipendi di 1200 euro di primo ingresso dei “suoi” lavoratori, rappresenta la religione pagana del denaro del nostro tempo. Teorizzata dagli idolatri del potere tossico che ne consegue che sono i veri nemici della democrazia (sostanziale). Quella tradita anche da chi fa parte del governo e sper-giura sulla Costituzione. Che spetta a “noi” presidiare e praticare.
G.G.
